L’Elfo, il free style come fede: «Il rap è la mia religione»

Musica Uno dei sogni di Luca Trischitta, il rapper catanese da tutti conosciuto come LElfo, si è avverato: una major discografica, la Polydor/Universal, si è accorta di lui e gli ha pubblicato l'album "Vangelo II Luka", 16 tracce prodotte da Funkyman e scritte con la collaborazione di vari artisti della scena rap italiana come Ensi, Cromo, Clementino, Vacca, Nerone e altri: «Ero un eterno sofferente e la musica mi ha aiutato. Il rap per me è sempre stato un discorso pieno di valori e di regole»

Il rap vissuto come una religione, il senso di appartenenza alla sua città, Catania, la strada diventata palestra di vita e quella voglia di riscatto che non lo ha mai abbandonato. Anni di gavetta, sacrifici, bocconi amari e soddisfazioni. Brano dopo brano, concerto dopo concerto, Luca Trischitta in arte L’Elfo si è guadagnato il suo primo disco con una major. Anticipato da quattro singoli – “Made in Catania”, “Come Gesù”, Boogie Woogie” e “Si cummatti” – l’11 settembre scorso su etichetta Polydor/Universal Music è uscito il “Vangelo II Luka”. Sedici tracce prodotte da Funkyman e scritte da L’Elfo con la collaborazione di vari artisti della scena rap italiana (Ensi, Cromo, Clementino, Vacca e Nerone) e due giovani cantautrici (Ludovica Caniglia in “Filo Spinato” e Niah Steiner in “Gig Robot”). L’idea del titolo nasce dal suo quaderno, una sorta di diario dove il rapper siciliano da sempre annota testi, pensieri e idee quasi fosse, appunto, un vangelo.

Luca Trischitta in arte L’Elfo

Primo disco per una major: c’è stato quel salto di qualità che ci si può immaginare?
«Sì, sicuramente la Universal sta cercando di valorizzare al meglio questo album. C’è da sottolineare che il disco che ho fatto è fuori da tutto quello che c’è per ora sul mercato, è molto diverso. Quindi diciamo che creargli dell’hype attorno, come per i trapper, non è facile. Comunque sta avendo un bellissimo riscontro, siamo tutti contenti».

Soddisfatto, quindi?
«
Molto. A livello personale credo di essere arrivato ad una piena maturità artistica. Mi piace molto questo percorso che sto prendendo».

Ti è stato imposto qualcosa o sei rimasto libero? È il disco che volevi fare?
«Sono stato liberissimo. Magari mi hanno consigliato quale singolo doveva avere il video o quale poteva essere spinto in una certa maniera, ma si son basati sempre sul disco che avevo creato io».

Com’è che sei arrivato a firmare per Universal?
«Attraverso le cosiddette “zecche”, i talent scout. Volevano puntare su artisti nuovi e nel mio caso l’Universal non aveva ancora contatti con rapper forti in Sicilia. Hanno fatto il mio nome, mi hanno scoperto e si sono detti molto interessati. Abbiamo fatto un incontro con il mio team ed è nato tutto».

Credevi nel fatto che un giorno saresti arrivato a questo punto?
«Assolutamente no. Se penso che tutta la mia adolescenza è stata passata in piazza, dove praticamente perdevo solo tempo, no, non potevo mai immaginare un contratto con Universal. È stata una bella soddisfazione anche perché nella mia vita non ho mai fatto il rap per arrivare ad un obiettivo. L’ho sempre fatto perché era un mio bisogno. Non sono come quelli di oggi che fanno questa roba perché sperano di svoltare in tutte le maniere. Con me era proprio l’opposto. Lo facevo perché ero disagiato. Mi serviva a livello personale. Ero un eterno sofferente e la musica mi aiutava».

Ci sei arrivato senza passare per i talent. Oggi trapper e rapper sono in primo piano…
«Ai tempi, anche mia madre mi diceva sempre “Perché non vai ad Amici? Hai visto Moreno?”. Non capiva che era fuori dalla mia mentalità partecipare ad un programma come quello. L’unica cosa che si è avvicinata ad un talent, anni fa, è stata la partecipazione a Mtv Split. Che comunque era super rap e l’unica cosa che ho fatto in quel programma era fare quello che facevo sempre: free style».

Nel primo singolo, “Made in Catania”, hai subito voluto mettere le cose in chiaro, rivendicando il tuo essere un catanese doc.
«Porto in alto il nome di Catania da sempre, anche da prima che scrivessi in dialetto. Parlo dei dischi dei Double Damage (il progetto condiviso con il beatmaker Gaetano Castro in arte Tano Punch nda), delle mie prime canzoni. Poi con le evoluzioni e il passaggio al dialetto ho ancora dato più peso a questo concetto».

Cosa cambieresti di questa città?
«Spesso e volentieri l’ignoranza. In passato ho avuto a che fare con una realtà che non era pronta al rap. Ti prendevano in giro. Oggi invece è diverso. Ma questa è la mentalità del Sud non un problema solo di Catania. Anche io riconosco di avere in me tante cose made in Catania, made in Sud, che non sopporto. La cosa che mi dispiace è però l’ignoranza della gente. E sia chiaro, non parlo del non sapere parlare in italiano o di sbagliare i verbi, perché anch’io sono così. È la mentalità che a volte mi sta un po’ stretta».

Di cosa, invece, di cui non potresti fare a meno?
«Tutto. Fondamentalmente tutto. Anche dei suoi lati negativi di cui abbiamo appena parlato. Io amo la mia città anche nei suoi lati oscuri e l’ho vissuta sempre appieno. Amo Catania anche quando mi delude. Ogni volta che sono fuori mi manca tutto, dal cibo all’aria che respiro».

L’idea di partire non ti ha mai sfiorato?
«No. Ogni volta che sono partito è stato solo per lavori mirati ma poi tornavo subito a casa mia. Non ho avuto mai la voglia di trasferirmi. Non me n’è mai fregato nulla perché non ho mai fatto questa musica con l’intento di fare carriera».

In “Come Gesù” porti la croce per le vie di Catania a simboleggiare la difficoltà del tuo cammino artistico.
«Il rap per me è sempre stato un discorso pieno di valori e di regole, lo vivo come se fosse una religione. È molto più di una canzone che fa numeri su YouTube o su Spotify. Ho sempre vissuto questa passione in maniera maniacale».

Il featuring con Clementino in “Boogie Woogie” com’è nato?
«Con lui ci conosciamo da quando ero ragazzino. Ai tempi c’era un festival in Sicilia che si chiamava Sicily Music Village ed è stata una della tante volte in cui Clementino è venuto in Sicilia. Mi ricordo che abbiamo preso confidenza. È stato un rapporto naturale. Sapeva che ero molto bravo a fare free style e da lì è nata un’amicizia. Finalmente è arrivata l’occasione per una collaborazione. Penso che devi ricevere i meriti dai tuoi colleghi quando è il momento giusto, senza pretendere nulla».

“Filo spinato” e “Gig Robot” sono due brani atipici rispetto alla tua produzione classica. C’è una forte componente melodica.
«È vero. Per chi è abituato a l’Elfo che fa rap, a primo impatto, possono risultare diversi dal solito. Ma poi se si analizzano beni i testi, dico sempre le stesse cose, anche tristi, che dico quando rappo duro. È stata una mia piacevole evoluzione fare canzoni così. Sono molto contento di ciò».

È una strada che dunque vuoi continuare a percorrere?
«Sì, negli ultimi anni mi sono appassionato molto al sad rap, a quel mood triste, a quegli artisti originali come XXXTentacion. La verità è che ultimamente il rap mi dà un po’ fastidio per tutta la situazione che si è creata attorno, con falsità ovunque. Mi sono rifugiato in cose molto più originali».

In un’intervista hai dichiarato che vorresti collaborare con Emma. Provocazione o c’è del vero?
«È stata sia una provocazione che la verità. Perché no? Ho fatto che dei pezzi che si presterebbero ad un featuring con Emma Marrone. Sicuramente sarebbe una figata. Anche lei è un’artista Polydor, quindi chissà…».

L’album è prodotto da Francesco “Funkyman” Grasso, musicista e produttore catanese di Cibali. Come vi siete incontrati?
«Funkyman ha una testa enorme, ha prodotto tutto il disco ed è stato geniale. Tutto è nato casualmente qualche anno fa. Mi contattò per propormi di fare un singolo insieme. Da lì si è creato un legame autentico, a livello umano e professionale».

Funkyman e L’Elfo, due pilastri del rap Made in Catania

Il sogno di ogni artista emergente è vivere di musica. Ci stai riuscendo?
«Nella mia vita ho sempre lavorato per necessità, facendo qualsiasi cosa: il cameriere, il volantinaggio, lavori manuali per aiutare i miei parenti… Oggi sicuramente va meglio perché il mio lavoro è diventato la musica».

E i concerti? Ti mancano?
«A livello di “live” la situazione è terribile. Lì stiamo perdendo tantissimi soldi. Da quando è finito il lockdown ho fatto solo un concerto a Giardini Naxos ed è andato benissimo, ma ancora doveva uscire il nuovo album e quindi non siamo riusciti a presentarlo. Un dispiacere incredibile».

Droga, farmaci, depressione. Temi che ritornano speso nei testi rap. Quanto c’è di autentico e quanto invece è diventato cliché?
«Ti dico la verità. Ho sempre parlato di queste cose anche quando non mi conoscevano. E ti assicuro che non sono cambiato di una virgola. Oggi mi sento solo più bravo a fare canzoni. Non parlo di questi temi per moda. Non sto sventolando in aria questi temi come fanno altri. Scrivo quelle cose col cuore. È inutile nascondersi, se sto male lo dico anche nelle mie canzoni».

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