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La baronessina e l’unto di nobiltà

Blog L’amore è una malattia di cui la cura più efficace è il matrimonio… Gridava nella mente della baronessina la nostalgia delle emozioni negate. Aveva dovuto accettare una relazione dalle reciprocità minime dove, nell’ordine impeccabile di un letto matrimoniale ogni richiesta diventava concessione e ogni simulazione aveva il retrogusto del disincanto

Il giardino prospicente la costruzione in stile barocco-neorinascimentale  era un trionfo di piante succulente e in fiore trattenute a stento dal susseguirsi di piccole siepi sempreverdi. Stava seduta nell’angolo della terrazza dove il primo sole mattutino bagnava di luce le antiche maioliche del pavimento mentre il  gelsomino che si aggrovigliava fiorito alle piccole colonne della ringhiera lasciava che il vento leggero lo derubasse della fragranza, per diffonderla nell’aria. La signora interruppe la lettura poggiando in grembo sul libro aperto gli occhiali e con l’altra mano libera passava le dita sulle palpebre appesantite. L’ultima frase le aveva suscitato un ricordo lontano quasi preistorico scevro dalle morbidezze che la memoria a volte usa come  potente analgesico. Si accorse di scuotere le grosse perle scaramazze che le rischiaravano il volto altero ma grinzoso. Le sue rughe erano segni indelebili come quelli che le piene dei fiumi lasciano sulle vecchie arcate dei ponti a monito dei livelli di acque sinistramente vissuti. Ripensò al proprio passato: per censo, destino e per il caso che l’aveva fatta nascere al suo tempo, la sua esistenza era stata programmata sull’imperativo assoluto di maritarsi. Non appartenendo alla primissima nobiltà,  per lei si dovette cercare nei piani più bassi dove la sua dote in mandarini e limoni risultasse appetibile ad un partito qualunque, purché agiato.

Giardino siciliano

Suo padre, u baruni,  vantava vaghi ed illustri  antenati protagonisti di lontane crociate che avevano contribuito alla liberazione dei luoghi santi ed  alla perdita di una fortuna economica mai più ritrovata. Il vanto del barone era  appunto quella residenza di famiglia sita nella splendida piana dei colli, a nord di Palermo. Circondata da colline e ubertosa d’acqua e di vegetazione era anch’essa conca d’oro; un vero paradiso deturpato però d’inverno quando le strade fangose e viscide per la pioggia, offrivano lo spettacolo desolante di mefitici e disfatti cumuli di spazzatura ammonticchiati al limite della carreggiata in terra battuta. Il barone che non aveva mai lavorato possedeva una sorta di intuito profetico nell’anticipare le cose.  Il momento storico che vedeva l’avvento della Repubblica dopo la sconfitta monarchica gli faceva ritenere indispensabile far buon viso al cambio del potere politico. Al contrario della maggior parte della classe notabile, avvertiva l’inutilità di rimanere in un sdegnato immobilismo di ceto; piuttosto, come soleva ripetere, occorreva turarsi il naso e spalancare le braccia al sociale emergente. Il testimone del privilegio stava passando infatti dai titolati ai nuovi predatori. Questi inventarono un’empirea enclave dove novanta deputati e una galassia di dipendenti  si sarebbero adoperati affinché l’economia di un’isola già in ginocchio rimanesse in eterno raso-suolo.

L’anziano barone di campagna cominciò così a promuovere la figlia recandosi ogni giorno negli ultimi “casini di conversazione”. Qui si radunava, mischiandosi come acqua e aceto, miseria e nobiltà. Tra vaste sale da gioco e profumati giardini all’araba, le carte, l’alcool dei rosoli e le poste in gioco omologavano conviviali ogni cosa e anche ciò che un tempo sarebbe stato impensabile, per magia diveniva possibile. Puntuale come un orologio svizzero il corpulento barone procedeva impettito nel suo abito gessato dall’abbottonatura gemente ma dalla pochette perfettamente inamidata che emergeva dal taschino. Mentre il suo maggiordomo-autista Onorato, si disponeva all’attesa nella Lancia Appia fiammante, egli predisponeva l’operazione matrimonio-trappola. Essendo uomo, sapeva come fare abboccare un uomo. Con occhio apparentemente disattento individuava i capannelli dei nuovi ricchi selezionandone, dalle frasi, dalle battute, chi potesse avere le caratteristiche ideali per sua figlia. Vantava il profumo delle sue zagare, il colore dei suoi agrumi e ripeteva che la sua giovane ed unica figlia avrebbe ereditato tutto quel paradiso terrestre. Le sue dichiarazioni non sfuggivano a chi si trovava lì proprio per la stessa operazione ma di segno contrario cioè trovare un buon nome, con cui valorizzare la raggiunta agiatezza e conferire a questa un bouquet fruttato di denaro avvolto da antichi fumi di nobiltà.

«Amate i giardini? Che combinazione ! Fatemi l’onore di mostrarvi la mia tenuta…. proprio sabato, non questo ma l’altro organizziamo una serata tra amici… datemi il piacere…». «Volentieri, barone!». Ognuno dei due cacciatori aveva armato la tagliola. 

Giuseppe Barone Nella-“Ragazza con fiore”, Militello in Val di Catania, Museo civico Sebastiano Guzzone

Il giovane era uno tra rampanti della nuova borghesia;  avvocato novello faceva parte della commissione assembleare per il rilancio dell’agricoltura in Sicilia e credeva fortemente sia dell’applicazione delle prime innovative tecnologie che venivano dall’America sia alla necessità di consorziarsi per essere più produttivi e competitivi. Nonostante il parlare forbito e l’inappuntabile cortesia, al barone, abituato alle manovalanze agricole, non sfuggì come nel giovane affiorasse una certa volgarità quando la risata allenta i freni del controllo e lascia scappare, in uno storcere di bocca o in un risucchio nasale origini bifolche; tali sottigliezze però, più che  risultargli odiose, lo rassicurarono e senza neanche l’ombra di un minimo dubbio decise che quello sarebbe stato l’uomo giusto per lui. 

«Bene bene! pensò,  saprà essere faina nel difendere le mie cose». Le indagini che fece gli confermarono che non sbagliava; il giovane infatti era originario di  un paese dell’entroterra agrigentino e la sua famiglia apparteneva a quel popolo minuto le cui tracce si estinguono non appena coperti da una balata cimiteriale. Il padre era un sarto di paese e aveva trascorso la vita confezionando vestiti per uomo. Si alternava chino, dal tavolo da cucina dove tagliava le stoffe alla vecchia  Singer dalla nera e lucida vernice per ripassare a macchina i punti imbastiti a mano con precisione chirurgica. La moglie, donna pia e silenziosa, lo aiutava a ripulire i capi cuciti che poi stirava con cura. Ma in una realtà cafona gli abiti a giacca si contavano come le stelle in una notte nuvolosa e così, insieme ad una pletora di altri coraggiosi lasciarono il paesello alla ricerca di nuovi clienti e di un futuro per i figli.

Palermo si rivelò gravida di magiche e nuove opportunità dando torto ai vecchi che allertavano impauriti sui pericoli del capoluogo, e ragione ai giovani conquistati da quella vita pulsante da formicaio. L’illuminazione stradale, la scuola, il cinema, e l’inaspettata frequentazione con il mare così vicino ed inteso come svago, irretirono le loro esistenze. La piccola casa con i muri spessi e scrostati dall’intrigo dell’edera che ospitava lucertole e gechi, divenne per gli anziani nostalgia e per i giovani, oblio. La scuola pubblica ammassava i svariati ceti sociali e il ragazzo ebbe modo di valutare la differenza fra lui e i figli dei professionisti che venivano trattati con più riguardo da bidelli e professori e oggetto di gara amicale tra gli stessi compagni. Il chiaroscuro di quei sentimenti lo trafisse nell’orgoglio e alimentò la sua volontà. Spigoloso ed insofferente decise di forgiarsi emanciparsi intellettualmente. Cominciò a studiare, faticò, migliorò! Davanti allo specchio per la prova vestiti, posava imitando il professore di diritto e passeggiando avanti e indietro  con una mano in tasca, imprimeva nella fertile mente leggi e codicilli. Presto fu guardato con occhio diverso e fece suoi i principi di accoglienza e di tolleranza. Non desiderava più , come era accaduto negli anni delle medie, che i suoi genitori morissero in quanto incarnazione vivente della sua appartenenza ad un ceto umile e bastonabile; anzi, ora uomo dalla promettente carriera gli faceva onore mostrare a tutti come si fosse fatto dal niente.

Comprò da proprietari in difficoltà economiche una casa signorile nella centrale via Libertà e questa fu la base da cui ogni giorno il saluto deferente del portiere: «Avvocato buongiorno!». «Avvocato buonasera!». «Avvocato a disposizione!» ricordava a se e agl’altri  la posizione raggiunta.

Di  donne  non abusò mai nel numero e nel coinvolgimento.  Le sue relazioni di solito brevi e superficiali si limitavano ad un sesso senza troppi preamboli in cui non v’era posto per premurose carezze o desiderio di intrattenersi ancora dopo l’amplesso di cui poi non rimaneva alcuna traccia di rimpianto. Tutto ciò gli concesse quel sabato pomeriggio l’opportunità di varcare, da pretendente, la soglia della sua futura dimora. Nell’ampio salone a piano terra della villa la baronessina accompagnata dalla madre accoglieva  gli ospiti che man mano arrivavano. Stavano ritte nei loro abiti sobri al centro della bocca spalancata del grande portone, tra i due battenti intarsiati con scene di caccia all’interno di cornici di alloro ligneo. Alle loro spalle le altissime pareti si raccoglievano in controsoffitti adorni di stucchi dorati con al centro scene mitologiche dove divinità pagane sfigurate nei bei tratti celesti a causa dell’umidità e dell’incuria, assistevano imbambolati all’invasione di quei luoghi. La servitù di casa distrutta per aver ripulito da cima a fondo tutta la villa incluso il patio antistante il portone d’ingresso aspettava che quella serata passasse.

La baronessa, alta e segaligna, era una donna dalla bruttezza non comune ma dall’aplomb  indiscutibile; non amava suo marito anzi lo detestava dal più profondo. Dopo aver cercato in lui affinità che non esistevano per la sopravvivenza quotidiana rivolse tutto il suo amore all’unica figlia ed alle distese degli alberelli verdi e profumati che la aspettavano ogni mattina. Di arance, limoni e mandarini non sapeva niente ma poi cominciò ad apprezzarne le caratteristiche di fedeltà, di serietà nella fioritura, individuandone le varietà, le esigenze, perfezionandone gli innesti per più rapide ed abbondanti produzioni. Nell’oasi dei suoi frutteti, nella solitudine di quei filari amati riassunse per la ragazza i passi del continuo divenire della vita; le insegnò come dalla nascita alla morte avrebbe dovuto accompagnare lo sviluppo di quelle esistenze che giorno dopo giorno crescevano nel rapporto equilibrato di acqua, sole, ossigeno. Non condivideva l’idea di tutta quella messinscena del marito ma quelli erano i tempi in cui le donne dovevano fare i conti e portarsi dietro l’essere femmina e quindi educate a sopprimere ogni reazione contraria e sottostare alle decisioni di un capofamiglia.

Paolo da San Lorenzo “Baronessa”

Il giovane avvocato arrivò all’appuntamento quando già parecchi ospiti erano giunti; adesso che l’immaginato si traduceva in realtà avvertiva un certo imbarazzo a fiondarsi in un mondo che non gli apparteneva, ma ciò che vedeva gli riconsegnò fiato e coraggio. Lo rinforzò nel proposito di non arretrare davanti ad un’opportunità imperdibile e fu pronto a barattare posizione, titolo, sorrisi e terra. Di questa cominciò a valutarne  l’estensione e la tangibilità del reddito; aggiunse mentalmente i tumuli che gli avevano detto trovarsi dietro la villa. Mentre era intento a dispiacersi persino della facciata rabberciata qua e là in malo modo, il padrone di casa gli si fece incontro prendendolo sottobraccio e presentandolo agli amici che dall’accoglienza esagerata capirono e gli riservavano ruffiani sorrisi d’inclusione. Le torce accese illuminavano fumose un giardino abituato al silenzio e all’oscurità dove il passato a braccetto con il futuro salivano gli antichi gradini che accedevano alla villa e dove due donne aspettavano con ansia le presentazioni ufficiali. Alla luce dei lampadari accesi a festa le due coppie spaiate si scrutarono: il giovane avvocato notò l’abito dozzinale del barone la cui confezione avrebbe fatto inorridire suo padre poi rivolse il suo sguardo alle due donne che lo osservavano con riflessioni diverse; l’una vedeva la minaccia che le avrebbe sottratto la gestione indipendente dei frutteti, l’altra con una sorta d’inquietudine speranzosa che accompagna nelle giovinette il desiderio d’innamorarsi. L’avvocato camaleontico come sempre, fu con la prima, garbato ed elegante e con la baronessina, timido ma insinuante. Indugiò ad arte a trattenerle la mano per una frazione di tempo superiore a quello giusto e capì subito dal rossore della ragazza che era piaciuto. «Bene, bene» pensò sbrigativamente, ormai il ghiaccio era rotto; il suo sarebbe stato un matrimonio felice.

Il tempo, come al solito fece il resto. L’immagine di quel loro primo incontro sbiadì nella mente della baronessina come tutte quelle successive della loro vita: il matrimonio, il trasferimento formale di lui nella villa, le lunghe ore passate ad aspettarlo ma anche quelle in cui aspettava che andasse via. I tradimenti, gli investimenti sbagliati, i silenzi che crescevano e prendevano il posto delle parole ed infine la morte che pose il sigillo su tutto e fece della solitudine, la sua alleata. Per questo la frase del saggio Maestro curdo che per pochi spiccioli sposava i disperati non senza prima averli ammoniti che L’amore è una malattia di cui la cura più efficace è il matrimonio… ma gli uomini,  una volta scesa la febbre, per tutta la vita dovranno prendere una medicina ripugnante come il chinino; le fece così tanto effetto.

Claude monet, Signora in giardino a Sainte-Adresse, Ermitage, San Pietroburgo

Lei si era curata senza ammalarsi! Aveva dovuto accettare una relazione dalle reciprocità minime dove, nell’ordine impeccabile di un letto matrimoniale ogni richiesta diventava concessione e ogni simulazione aveva il retrogusto del disincanto. Gridava nella sua mente la nostalgia dell’emozioni  negate, il rammarico di non aver scelto o essere stata scelta per desiderio, di non aver mai assaporato la pienezza intima della voluttà che accompagna il perdersi nella passione. Per paura o falsa moralità non aveva cercato altrove mentre suo marito probabilmente le donne le aveva sempre pagate ma non aveva nessun malanimo nei confronti di quelle, perché in fondo lui aveva pagato, comprato anche lei e per lungo tempo.

Si risolse ad alzarsi dalla bella poltrona in vimini dove soleva leggere e posato il libro si dispose al giro mattutino tra i filari degli agrumi che la aspettavano pazienti. La quiete dell’animo ora andava ricercata in altre cose: nei profili delle sue colline che la proteggevano dal mondo, nella gioiosità dei suoi cani che la seguivano fedeli ovunque andasse, nell’odore della terra rastrellata a mano, nel tepore delle miti giornate di un settembre siciliano, nel luccichio delle acque di Mondello che non vedeva ma che sapeva benissimo essere lì vicino, e in quell’ angolo di terrazza dove ogni giorno si intratteneva con i libri per conoscere le fantastiche chimere degli uomini.

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