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La vita sospesa al tempo del Coronavirus

Blog E' una vita sospesa quella che stiamo vivendo in questi giorni di clausura forzata a causa del Coronavirus e non solo dal punto di vista della salute pubblica. E' una sospensione sociale ed economica che aggiunge nuove paure ad una fragilità di fondo. Anche se siamo certi che "all'alba vinceremo", come ci ricordano gli amici cinesi cantando per noi italiani il "Nessun dorma"

E’ una vita sospesa quella che stiamo vivendo in questi giorni di clausura forzata a causa del pericoloso dilagare del Coronavirus. Per la prima volta nelle nostre vite di persone abituate ad avere una frenetica vita sociale, proviamo un’esperienza simile agli arresti domiciliari, esperienza la nostra mitigata almeno dalla possibilità di uscire dal domicilio per le necessità quotidiane di approvvigionamento alimentare e poco altro o per lavoro se non si è in grado di organizzare il telelavoro domestico o smart working come è di moda dire in questi giorni.

E’ una vita sospesa in attesa non solo che arrivi il più in fretta possibile il 3 di aprile, giorno in cui il diktat dell’#iorestoacasa, misura governativa di tutela della salute pubblica divenuta un imperativo personale e sociale, dovrebbe (o potrebbe) cessare. L’attesa vera prescinde dal calendario ed è quella che qualcuno comunichi al mondo intero che quest’incubo che sembra sopraffarci sparisca prima che faccia troppe vittime.

In questi giorni di vita sospesa, il surreale silenzio delle città è la grande novità. Un silenzio che rende ogni giorno, feriale o festivo che sia, una novella domenica, silenzio dominante durante le ore diurne, e imperatore assoluto dall’imbrunire. Cosa fa la gente a casa? Perché questo silenzio dilagante? “Hello darkness, my old friend, I’ve come to talk to you again”, cantavano Paul Simon e Art Garfunkel in “The sound of silence”, grido di allarme di 56 anni fa contro il silenzio imposto da un grande fratello tecnologico che imponeva l’incomunicabilità come mezzo di controllo delle masse. In questi giorni di vita sospesa, la tecnologia digitale – che abbiamo spesso criticato perché, come nel famoso brano di Simon e Garfunkel, ha sostituito le relazioni sociali fisiche – è rimasta l’ultima voce per dire che siamo vivi.

Ed ecco che si moltiplicano i flash mob musicali di questi pomeriggi sui balconi, dall’inno nazionale ai grandi successi popolari, trasmessi quasi tutti in diretta social, che incarnano veramente la manifestazione della voglia di vita che nessun virus, per quanto devastante, può mai cancellare a tavolino.

E’ una vita sospesa in attesa di capire quando un vaccino sarà trovato e diventerà efficace contro questo nuovo morbo. Una condizione che ci rende tutti molto fragili e quasi fluttuanti, come palloncini che galleggiano per aria attaccati ad un filo che non sappiamo se resisterà e fino a quando resisterà. Un sentiment di debolezza perché tutti potenziali  malati, sentiment amplificato dal dilagare dei contagi nel resto del mondo: per la prima volta il mal comune non è mezzo gaudio, anzi l’opposto.

E’ una vita sospesa anche perché il mondo economico è quasi paralizzato. La domanda che tutti si pongono è uguale: ce la faremo a ripartire? Se sì, quando? E a che prezzo? Il governo promette aiuti economici più o meno a tutti ma non sarà certo il contentitno del momento a restitutire la fiducia in un domani più solido. Prendi il caso della nostra Sicilia, che ha visto crollare una delle sue migliori fonti di ricchezza, il turismo. L’Isola, fortunatamente, è sempre qui, e nessuno la tocca, ma non c’è dubbio che ad emergenza finita ci vorrà un enorme lavoro di ricostruzione di un immagine di positività e serenità che possa riportare i turisti di tutto il mondo come è stato fino a poco tempo fa.

Via D’Annunzio a Catania il pomeriggio del 13 marzo

E’ una vita in sospeso che molti fra coloro che sono più avanti negli anni non esistano ad accostare ai tempi della guerra. Pochissima gente in strada durante il giorno, nessuno quando il buio prende il sopravvento. Sguardi preoccupati fra i pochi che si vedono in giro, la paura di incrociare qualcuno per strada più o meno celata da una mascherina sul volto. Noi che fortunatamente la guerra non l’abbiamo vissuta possiamo dire che il nostro nemico comune, pur essendo invisibile, può essere sconfitto dalla scelta dell’isolamento forzato. Quando la guerra era affidata al rumore devastante delle bombe, neanche la casa era un presidio di sicurezza, anzi era il bersaglio più facile. Situazione che ancora oggi vivono nella martoriata Siria, dove i due incubi in questo momento convivono. Se di guerra oggi dobbiamo parlare da noi, lasciamo questa immagine estrema agli ospedali, veri fronti belligeranti.

L’ingresso della Villa Bellini a Catania la mattina del 14 marzo

E’ comunque una vita in sospeso dove in molti ancora non capiscono con esattezza cosa possono e cosa non possono fare. E la confusione purtroppo appartiene anche a chi le regole le dovrebbe fare osservare. Tra le notizie di oggi quella che alcune persone in zone diverse d’Italia sono state fermate mentre andavano in edicola a comprare il giornale. Nulla di più sbagliato, le edicole sono aperte perché il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’11 marzo lo prevede. L’informazione è vita, non si tocca.

Via Umberto a Catania la mattina del 14 marzo

E’ una vita sospesa quella che in pratica sancisce la Repubblica virtuale d’Italia dove ogni territorio si blinda contro nuovi arrivi soprattutto dalle regioni del Nord più colpite dal virus, Lombardia su tutte. La Regione siciliana non vuole che i treni dal Nord giungano in questo momento in Sicilia, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, nelle vesti di presidente dell’Anci Sicilia (l’associazione dei comuni), chiede controlli sanitari già “al continente”, a Villa San Giovanni.

Via Oberdan a Catania la sera del 14 marzo

La vita sospesa ha almeno un corollario positivo, sta rafforzando la coesione nazionale in questo momento di emergenza. Mai come in questo momento (almeno in tempi recenti) l’Italia è una ed una sola, da Aosta a Portopalo di Capopassero. Dove certa politica stava minando alla base la coesione nazionale, adesso la lotta comune al virus restituisce la voglia di uscirne fuori insieme, perché i tanti, troppi, morti lombardi e veneti e delle altre regioni italiane ci procurano dolore come se fossero nostri parenti diretti.

L’allucinante vicenda del Coronavirus ci restituisce almeno una verità: la salute pubblica deve tornare pienamente in mano allo Stato, non può più essere materia regionale secondo una visione della cosa pubblica che è ormai vecchia e superata e che ha causato i maggiori danni della mala politica. Con i soldi sprecati dalle Regioni in materia di sanità, sperperati per fare la fortuna di spregiudicati personaggi politici (e in questo la Sicilia è stata maestra), ci pagavamo mezzo debito pubblico nazionale.

La vita sospesa ha dalla sua una componente essenziale, la speranza che, è noto, è l’ultima a morire. Per questo il miglior augurio di un domani sereno è quello che viene da alcuni giovani cantanti lirici cinesi che studiano in Italia che in un abbraccio virtuale una settimana fa – l’8 marzo – hanno cantato il “Nessun dorma” dalla Turandot di Puccini, con l’energico finale “All’alba vincerò”, video ripreso dal ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini. Una settimana dopo, a strascico, anche il presidente americano Trump, che ha dovuto cedere su malgrado all’emergenza, ha postato su Twitter un video delle Frecce tricolori col messaggio “The United States loves Italy” col sottofondo della stessa “Nessun dorma”. Questa volta sono stati gli americani a copiare i cinesi. Peccato che lui stesso aveva bloccato tutti i voli da e per l’Europa. Ma la coerenza non è stato mai il punto forte di The Donald.

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