domenica 17 febbraio 2019

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"La cena", quando il pubblico è testimone di un gioco psicologico

Recensioni

Replica fino al 18 novembre al Piccolo Teatro della città di Catania la tragicommedia familiare, vecchio cavallo di battaglia della coppia Giuseppe Manfridi e Walter Manfrè, che vede in scena Andrea Tidona, Chiara Condrò, Stefano Skalkotos e Cristiano Marzio Penna


di Lavinia D'Agostino

Metti una sera a cena. Ma non una cena qualsiasi, bensì La Cena, magistralmente costruita dal regista Walter Manfrè sul testo di Giuseppe Manfridi. Una cena sui generis, in cui il pubblico, invitato a sedere al tavolo dei commensali (in un'atmosfera sospesa degna di "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie), da un maggiordomo elegante, austero e di poche parole (l'attore Cristiano Marzio Penna), diventerà subito invisibile: spettatore muto, quasi celato da invisibili quinte, di una cena familiare.
E’ l’ennesimo esempio del “teatro della persona” (come lo definì il critico Ugo Ronfani negli Anni 90) del regista messinese che in questi anni ci ha abituati a non essere dei semplici “spettatori”, ma a coinvolgerci, anzitutto emotivamente oltre che fisicamente (ad ogni replica sono ammesi solo 27 spettatori-commensali) nelle sue messe in scena. Così è anche per “La Cena” - vecchio cavallo di battaglia della coppia Manfridi-Manfré - che ha inaugurato la nuova stagione del Piccolo Teatro della città di Catania e che sarà rappresentato fino a domenica 18 novembre.

Cristiano Marzio Penna e Andrea Tidona in La cena

Ci si ritrova seduti non in platea, ma tutti intorno a un tavolo apparecchiato di tutto punto: la tovaglia ricamata colore avorio, le porcellane bianchissime, i bicchieri a calice colmi di vino rosso. Ci si guarda in faccia, come si fa quando si è a tavola tra amici o in famiglia, ma non ci si conosce. A capo tavola siede il padrone di casa, il padre, uno straordinario Andra Tidona che anche questa volta da prova della sua grande maestria attoriale, nel ruolo di un padre dal carattere difficile: un soggetto decisamente sui generis, istrionico, colto, dominante ma, soprattutto, un grande affabulatore che nutre nei confronti della figlia un morboso e pericolosissimo sentimento di possesso. E’ lui il centro della messa in scena che si sviluppa come un grande gioco psicologico, in cui tutti saranno coinvolti. A cominciare dal maggiordomo, che sulle battute iniziali non cela la sua insofferenza e poca simpatia nei confronti di quel "padrone" capriccioso e insolente, dalle richieste poco chiare che esercitando il suo potere (economico e quindi psicologico) si prende costantemente gioco del suo servitore, come fosse una consuetudine.

Andrea Tidona in La Cena

Con l’ingresso dei due “invitati” – perché il pubblico non può definirsi tale -, la figlia e il futuro genero (gli attori Chiara Condrò e Stefano Skalkotos), l’aria si fa subito pesante. Quella che dovrebbe essere una cena di riconciliazione familiare tra padre e figlia diventa una sorta di resa dei conti, in cui a farne le spese sarà il genero: una ragazzo sempliciotto e ingenuo, educato e formale, talmente bravo ragazzo da risultare facilmente manipolabile, che casca a piè pari nel gioco perverso del padre che, percependo subito la sua insicurezza e forte della sua dialettica, lo trasforma piano piano, fino a fargli perdere ogni freno inibitorio (ed è degna di nota l'interpretazione del padovano Stefano Skalkotos), prima sminuendolo e poi accecandolo di gelosia. Tra giochi di potere, segreti sottaciuti o appena accennati, la cena si trasforma in un ring in cui i colpi sferrati sono parole taglientissime, affilate come coltelli.

Stefano Skalkotos, Andrea Tidona e Chiara Condrò in La Cena

Il pubblico assiste attonito, anche imbarazzato, travolto da una girandola di emozioni che si susseguono in maniera convulsa e veloce. Si ride, si sorride (si sta attenti che non voli qualche bicchiere), ma si inorridisce davanti alle strane carezze, si rabbrividisce davanti a quel “non detto” che, proprio per questo, risulta potente come un pugno nello stomaco.
Lei, la figlia (commovente l’interpretazione di Chiara Condrò), è la quintessenza dell’infelicità, ma non si arrende, tenta con tutte le sue forze di risalire da quel vortice, da "quell'affetto" paterno che la risucchia da sempre. A lei, costantemente vilipesa, l’amore è negato, così come il rispetto, la possibilità di scegliere, di vivere la sua vita.
Lei, che a questa tavola è solo un oggetto da possedere, tace le ferite di un passato non troppo lontano, ma che ancora bruciano. E per la sua libertà si accontenterebbe di vivere a fianco di un uomo che ama tiepidamente. O no, forse non lo ama, almeno non quanto l'altro, perché l’amore con la A maiuscola, quello che ti travolge e stravolge, che dura nel tempo nonostante tutto, lo ha dovuto soffocare, lo ha messo a tacere ma lo custodisce comunque, segretamente, nel suo cuore. Ma l'artefice di questa infelicità è solo il padre, o sono tutti inconsapevolmente complici?
“Ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”, verrebbe da pensare, per dirla con le parole di Tolstoj, ma Walter Manfrè ci porta oltre. Attraverso una carrellata di personaggi maschili che si relazionano in modo diverso ad una donna "oggetto" – complice un inaspettato colpo di scena - offre al pubblico più di uno spunto di riflessione (sull'amore, sulla libertà, sul potere, sulla viltà), ma uno su tutti: ognuno di noi ha un prezzo?


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 09 novembre 2018
Aggiornato il 12 novembre 2018 alle 16:11





Lavinia D'Agostino

Palermitana classe '78, vive a Catania per scelta. È convinta che due cose la leghino a questa città: l'accoglienza e l'allegria. È iscritta all'Ordine dei Giornalisti dal 2000 ed è giornalista professionista dal 2014. Nel tempo libero ama conoscere, parlare e cucinare.


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