Blog

Il vero latin lover siciliano

Blog Mio zio, oggi novantenne, da giovane bellezza classica di altri tempi, si schermisce ancora con un sorriso ma non ha dimenticato nessuna delle tante donne conquistate nella sua lunga vita di "tombeur de femmes". E come disse Rodolfo Valentino, alle donne piace sognare sulla tela del grande seduttore

Io ho uno zio che è stato un incredibile tombeur de femmes; fisicamente, un misto di Errol Flint, Zorro, Clark Gable e il barone Cefalù in “Divorzio all’italiana” e che, a tappeto, stendeva sul pavimento della seduzione qualunque femmina sul suo cammino. Al contrario dei suoi fratelli, a cui probabilmente aveva succhiato la somma algebrica delle rispettive quote di sensualità loro assegnate, spargeva la sua ad libitum sui prati femminili più o meno verdi, più o meno in fiore. Prestante e slanciato, riproduceva i canoni dell’avvenenza maschile perfettamente in auge negli anni postbellici ed in linea con quei caratteri estetici del siciliano tenebroso. Lo ricordo seduto in poltrona con le gambe accavallate e la testa reclinata di lato, vezzo posturale che associato a lunghi silenzi, non lasciava trasparire particolari emozioni, quasi fosse disinteressato a cose o persone intorno al lui; solo il movimento fluido dello sguardo profondo ed ammiccante e la voce insinuante dai toni volutamente sommessi costringevano l’interlocutrice ad avvicinarsi il più possibile catturata così, come l’insetto alla tela del ragno, dall’orbita del profumo raffinato la cui fragranza si fondeva delicatamente all’odore della pelle ed al fumo della sigaretta americana perennemente accesa.

Marcello Mastroianni, il barone Cefalù di Divorzio all'italiana

Applicava una politica ecumenica e democratica di un corteggiamento lento ma inesorabile, a 360 gradi senza preferenza di tipologia, peso, gusto, cultura, istruzione e credo che la frase “purché respiri” l’abbia inventata lui o a lui l’abbiano dedicata. Qualunque donna gli andava bene e sapeva individuare quasi per istinto innato da segugio coloro che non avrebbero saputo sottrarsi alle tentazioni del dèmone dell’Eros estraneo. Sapeva encomiabilmente tenere testa a più situazioni: azzimato nel suo completo di abito e giacca dal cui taschino emergeva l’elegante pochette viveva teatralmente, con l’audacia della trasgressione, storie parallele a cui non lesinava neanche un certo senso dell’onore ed un’autentica gelosia. Infatti, anche dopo essere marito e padre di figli conduceva fino in fondo, vicende sentimentali tanto da farsi “fidanzato in casa” a giovani fanciulle le cui famiglie e i principi morali ostacolavano una facile capitolazione ma a cui, lo strappare anticipi su fallaci promesse matrimoniali rendevano ancora più appetibile l’attesa e focosi i reiterati assalti alle roccaforti da espugnare. Con pochissime cautele circa la possibilità di essere scoperto, nel suo ruolo di onesto fedifrago aveva dalla sua anche la fortuna di vivere in una epoca senza telefonini per cui, riparandosi sotto l’ombrello dell’irrintracciabilità, agiva indisturbato e si muoveva disinvolto tra le diverse alcove.

Mano a mano che avanzava con l’età, le varie esperienze accumulate con successo venivano integrate in una realtà quasi fisiologica e lo convincevano, diventando parte della sua storia, di una sua esigenza insopprimibile dove la posta in gioco sempre più facile, oltre essere un godimento di tipo sessuale diventava scommessa e costante esercizio di volontà e dominio. L’assenza di scrupoli e sensi di colpa lo rendevano antesignano di libere ed emancipate relazioni che esprimeva chiaramente solo con le donne degli altri. Ma in quella società e in quei tempi il gioco della seduzione prevedeva comunque l’osservanza a regole fisse: intanto era l’uomo che doveva essere il seduttore e la donna la sedotta e, se questa era impegnata, il motto, come ai tempi di Casanova, doveva essere sempre il “se non caste, almeno caute”; ciò significava indossare sempre la maschera sociale dove tutto era consentito purché non si sapesse. Così il bravo seduttore doveva condurre la tensione del suo svago fatto di attese, avances in una riservata dimensione privata soffocando almeno, nel momento della relazione, la voglia di sventolare ai quattro venti gli ottenuti scalpi pubici, vere benemerenze al merito e maschia espressione di libertinismo. Chiaramente le sedotte, dopo un iniziale e timido respingimento si arrendevano con grande condiscendenza. Esse affidavano al Cielo ma soprattutto all’amante/amato la discrezione sulle estenuanti perfomances a cui partecipavano con gusto. Tutto ciò infatti contribuiva a far diventare potentissima e minacciosa l’arma che il seduttore utilizzava per tenere in subordine psicologico chi rischiava reputazione personale ed una serena e lunga vita coniugale.

Oggi le cose sono diverse e mi piace pensare che non esistano più ruoli precisi di seduttore e sedotta. Spesso mi chiedo però cos’è che rende un uomo così attraente da vincolare a sé anche a distanza di anni l’animo femminile? Ho cercato di capire il perché le donne siano attratte così fortemente dai “seduttori.” La scienza e la psicologia ci aiuta proponendo motivazioni evoluzionistiche legati ai vantaggi che sono alla base della scelta che il “cervello rettiliano” opera inconsciamente sulla scelta di un partner che possa garantire una discendenza sana ed una garanzia rassicurante per la prole; probabilmente questo che vale per l’aspetto animale della vita degli uomini non vi è dubbio che rimanga come una sorta di imprinting biologico e si estenda e permanga nella mente e nella psicologia femminile anche quando i tempi della riproduzione sono passati. Forse l’immagine mentale dell’uomo che “non deve chiedere mai” come recitava bene una vecchia pubblicità di un noto dopobarba è sempre vincente. Del vero latin lover, la seduzione diventa pietra angolare del narcisistico edificio costruito con i mattoni della sua sicurezza che usa come arma per schiacciare il valore delle donne o come D’Annunzio diceva per se stesso, “riuscire a far accettare le infedeltà e la commiserazione per se stesse dando per scontato l’impossibilità dell’uomo alla rinuncia; dove la cupidigia di vivere, conoscere e predare è sempre costante”.

Dello zio, ora quasi novantenne rimangono i ricordi del suo passato da seduttore, e quando gli chiediamo di qualcuna, sorride dicendo: «Ah si, quella si, l’ho conosciuta e come l’ho conosciuta!». Ancora perfettamente lucido nonostante i suoi anni, ribadiva il valore delle sue strategie tattiche minimizzando il suo talento naturale per gli inganni, per il riuscire ad abbindolare anche mariti colti e disincantati ma aveva dalla sua il convincimento della sua missione meritevole, ritenendosi in fondo un dispensatore di felicità pubblica. Nei racconti sulle donne avute sottolineava sempre la sua capacità di saperne individuare il lato debole e di privilegiare sopra ogni altra, la capacità d’ascolto che dedicava in modo duttile, plastico ad ogni donna diversa facendola sentire importante centro d’attenzione. Il risultato, diceva era scontato: alla fine perdevano la rotta per lui che non la perse mai per nessuna di loro.

Francesco Scianna in Latin Lover di Cristina Comencini

Nello splendido film della Cristina Comencini “Latin Lover” appunto, dedicato alla figura di un attore scomparso di cui si celebra il percorso artistico ma anche le meraviglie del cinema italiano degli anni 50/60, si vede riunita nel giorno della commemorazione la famiglia che ritorna da diverse parti nel paese natio dell’attore ed abitare la grande casa patronale immersa nella campagna di una splendida Puglia. E’ una famiglia allargata, costituita principalmente da donne. Si ritrovano insieme dopo tempo e dopo mille vicissitudini. Sono numerose e rumorose, belle, moderne, giovani e meno giovani. Ci sono due ex mogli con le loro figlie ma ci sono anche le figlie delle compagne occasionali. Non rivaleggiano più, non avrebbe senso, anzi sono solidali nel ricordo ed ognuna di loro porta le tracce indelebili di una storia personale, il comune denominatore fatto di frammenti di ricordi, rimpianti, gelosie, avvolti tutti nel fascino di un uomo la cui essenza magnetica ha coagulato nel mito una sorta di devozione inossidabile, resistente al tempo. Alla fine durante la celebrazione passa sul grande schermo uno stralcio d’intervista all’attore scomparso: è il seduttore che parla e che afferma quasi stupito: «Io non so perché le donne mi hanno tanto amato… io, in fondo non le ho mai capite: ho fatto solo quello che si aspettavano da me!»; ed è quello che diceva un altro grande seduttore di massa, Rodolfo Valentino: «Io sono solo la tela su cui le donne dipingono i loro sogni». Ed è forse questo che noi dobbiamo ai seduttori che ci affascinano con la loro personalità che è in fondo la nostra, che ci ammaliano con i loro sguardi profondi, ammiccanti dietro i quali probabilmente non c’è niente ma in cui noi donne immaginiamo chissà che, e questo basta per farci commuovere, ridere, a volte sognare.

Commenti

Post: 0