domenica 20 gennaio 2019

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Il piccolo mondo antico di Erice, dove passato e presente si fondono

Itinerari

La città che fu degli Elimi, il borgo medievale che domina la città di Trapani con il fascino delle sue stradine acciottolate rapisce i sensi del visitatore e lo invita a vivere l'esperienza emotiva di un tempo sospeso tra la bellezza di angoli suggestivi e panorami mozzafiato, preziosi tesori d'arte e i profumi e sapori autentici di una cultura culinaria secolare


di Giusy Messina

E’ un viaggio nel viaggio scoprire Erice, la città degli Elimi, il borgo di Venere sulla sommità di Trapani. Rapisce i sensi trasportando il visitatore a vivere l'esperienza emotiva di un tempo sospeso, tra la bellezza di angoli suggestivi, tra profumi e sapori autentici di una cultura culinaria secolare, di preziosi tesori d’arte. Girando tra i vicoli e le case di pietra di quello che sembra un piccolo mondo antico, si scopre che il segreto per godersi appieno l’atmosfera rarefatta che qui si respira, è semplicemente lasciarsi condurre ….

Uno dei cortili di Erice - ph Sicilymag

Il profumo delle genovesi pervade Erice e la fragranza di questi tipici dolci ericini, dalla forma bombata ripieni di delicata crema pasticcera e spolverati di soffice zucchero a velo, si spande tra vicoli e piazze. Il piccolo laboratorio di pasticceria San Carlo, una putia d’altri tempi dove due anziane signore, con passo lento e modi tranquilli, accolgono i clienti, riporta alla memoria olfattiva la dispensa della nonna: la nostalgia impalpabile odora di cannella, profuma di cioccolato e di miele. L’impulso di scattare foto a questi piccoli capolavori d’arte pasticcera viene frenato dal divieto di fotografare. Ma basta lo sguardo severo delle due signore, circa160 anni in due, ad astenersi da ogni click. Nelle vetrine, anche i mustazzoli, i dolci di marzapane con confettura di cedri, i belli e brutti fatti con le mandorle ed ancora i dolci di zibibbo ripieni di pasta reale, dalla forma ovale come una nocciola e ricoperti di cioccolato fondente. Goloserie imperdibili. Dolci che nascono nel silenzio dei conventi i cui segreti sono stati "rubati” da occhi indiscreti e fortunatamentee strappati all’oblio dopo la loro chiusura nella seconda metà dell’800, ed arrivati fino ai nostri giorni.

Genovesi e mustazzoli della pasticceria San Carlo

Lungo le stradine acciottolate di Erice il passato ed il presente si rincorrono fondendosi l’un con l’altro sulle trame e gli orditi dell’arte antica della tessitura dei tappeti. Sergio La Sala, ericino di 25 anni, tessitore da generazioni, continua ancora a lavorare sul telaio di famiglia. Accompagna ritmicamente il movimento dei piedi sul pedale a quello delle mani che con gesti abili intrecciano le fettucce colorate da cui prendono forma figure geometriche policrome tradizionali, a zig zag e nei modi più diversi.

Sergio La Sala

«Da cinque anni ho deciso di riannodare i fili di quello che per anni è stato il lavoro della mia famiglia» dice Sergio, uno degli ultimi artigiani rimasti, che sul telaio a muro del suo negozio “Trizza e lizzu” intreccia ricordi e prospettive. «Questo telaio fu commissionato da mia zia circa 40 anni fa - racconta - e quando comunicai alla mia famiglia che volevo fare il tessitore non ci fu nessuna sorpresa, perché anche mi padre ogni tanto si metteva al telaio. Ogni famiglia ne possedeva uno e anticamente si usava avere il telaio nei cortili, dove gli ericini trascorrevano gran parte delle loro giornate».
Un antico mestiere che Sergio coniuga al futuro, lavorando con fantasia gli scarti di produzione delle aziende tessili con cui realizza arazzi che abbelliscono paret , ma anche strisce da tavolo e tappeti. La bottega di Sergio ospita anche un laboratorio di ceramica ericina «perché non è facile per noi giovani decidere di restare a lavorare qui - continua l'artigiano - ed allora dobbiamo imparare a lavorare in sinergia se vogliamo che le tradizioni non muoiano».

Il telaio di Sergio La Sala

Con la testa tra le nuvole e gli occhi colmi di stupore, Erice, felice sintesi della Sicilia del Mito, avvolge i visitatori come in un caldo abbraccio. Si resta senza fiato di fronte alla maestosità del Duomo con al suo interno la volta a crociera, le grandi colonne in gesso e con quel “merletto” che casca dall'alto e che caratterizza una delle più belle chiese della provincia di Trapani. Ma incanto e una forte religiosità si respirano tra le navate delle molte chiese ericine, alcune risalenti al ‘300, come la chiesa di San Cataldo. Quando c'è il sole la luce illumina la facciata di eleganti palazzi signorili, oggi sede di musei e di collezioni, testimonianza del ruolo strategico che fu di Erice, crocevia di popoli e culture diverse nel corso della sua storia plurimillenaria.

L'interno del Duomo di Erice - ph Sicilymag

Dagli Elimi ai Cartaginesi, dai Greci ai Romani e poi gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli, il borgo di Afrodite svetta sul Monte San Giuliano, da cui si gode uno dei panorami più belli della Sicilia. Di fronte le Egadi e le Isole dello Stagnone di Marsala e, nelle giornate più terse, a nord-ovest s’intravedono anche Ustica e la sagoma di Pantelleria.
«Nel 2017 abbiamo avuto circa 60 mila visitatori. Quest’anno purtroppo la decisione di Ryanair di non effettuare i voli da e per l'aeroporto Birgi ci ha penalizzato di un buon 25 per cento solo nel primo semestre» spiega Valentina Piazza, 37 anni, presidente della cooperativa Ast’Arte, di cui fanno parte 18 professionisti della gestione, valorizzazione e promozione di beni culturali dai 19 ai 40 anni, a cui l’amministrazione comunale di Erice ha affidato dal 2016 la cura del Castello di Venere, il Polo museale Antonio Cordici, il Quartiere spagnolo, la Torretta Pepoli, Erice in miniatura e il museo “La Salerniana”.

Erice, il Castello di venere - ph Sicilymag

«Abbiamo creato un sistema culturale integrato - continua Valentina Piazza - in grado di offrire un servizio adatto alle diverse esigenze del turista. Dalla prenotazione alla biglietteria, dall’accoglienza alle visite guidate, alla pulizia e manutenzione ordinaria, tutto viene svolto con passione ed impegno. Siamo partiti diversi anni fa come associazione e poi abbiamo deciso di darci dignità lavorativa costituendo la cooperativa, perché siamo consapevoli della straordinaria ricchezza di questo territorio che non ha nulla da invidiare ad altri. Qui è la scommessa del nostro presente e del nostro domani, ed è qui che stiamo mettendo in gioco la nostra formazione professionale. Noi non soltanto vogliamo rimanere in questa terra da cui i giovani scappano, ma vogliamo anche realizzarci e costruire il nostro percorso di vita lavorativa e familiare».

Uno scorcio di Erice - ph Sicilymag

Serve tanta determinazione per non mollare di fronte alle tante criticità annose di Erice, prima fra tutte la mancanza di mezzi pubblici per chi intende arrivare in questo splendido borgo con mezzi che non siano i propri. «Qui purtroppo il turismo è mordi e fuggi. Il visitatore preso dalla frenesia di vedere tutto in una manciata di ore – continua con rammarico Valentina Piazza- non riesce ad apprezzare la magia di Erice».

Da sinistra Lucia Martines, Ferdinando Amico e Valentina Piazza

Camminare tra le strade acciottolate di Erice è come andare a spasso tra storia e leggenda. Il Castello di Venere è ancora più suggestivo avvolto nei colori del tramonto. La storia racconta che fu costruito dai Normanni come fortezza ed edificato sulle rovine di un santuario preesistente. Qui il culto della divinità fu iniziato dai Sicani che levarono una piccola ara all’aperto. I ragazzi della cooperativa Ast’Arte arricchendo le loro viste guidate di aneddoti, storie e curiosità catturano l’interesse dei visitatori. Imperdibile, poi, la visita al Polo Museale Antonio Cordici che, ospitato nelle sale dell’ex Convento del terz’ordine di San Francesco, comprende diverse sezioni, da quella archeologica, la più ricca tra cui spicca la testina di Afrodite del IV a.C e la pintadera usata nell’antichità per ottenere stampi ornamentali su tessuti in pelle, a quella storico- artistica dove è possibile ammirare la bellissima opera di lucente marmo bianco dell’Annunciazione di Antonio Gagini (datata 1525) ed alcune scarabattole, teche che custodiscono preziosi presepi in madreperla e corallo. Ma all'interno del Polo museale ci sono anche sezioni dedicate alle armi ed all’arte contemporanea.

L'Annunciazione di Antonio Gagini

Ma le sorprese non finiscono… Al buio, una lampada Uv illumina i ritratti di illustri personaggi di Erice, quelli realizzati dall’artista ericino Ferdinando Amico, 28 anni, che sperimenta varie tecniche pittoriche, tra cui la tecnica mista di acrilici e colori fotoluminiscenti. In omaggio a Freddy Kruegger, protagonista della saga horror Nightmare, Ferdinado, che predilige la notte per dipingere, è conosciuto con lo pseudonimo di KruegerArt. Sulle sue tele i miti di ieri, come il Conte Agostino Pepoli, studioso ed archeologo, e di oggi, come il professore Antonino Zichichi, scienziato di fama mondiale e fondatore del “Centro di Cultura Scientifica Ettore Maiorana”, immortalato con la sua inconfondibile chioma bianca tra satelliti e pianeti. La scorsa estate per Urban Street Art, evento artistico promosso dalla Fondazione Erice Arte e dal comune, Ferdinando/KruegerArt ed altri dieci artisti hanno realizzato installazioni artistiche negli angoli e luoghi più suggestivi del borgo medievale. «Molti mi consigliano di andar via- racconta l'artista- ma io vorrei restare qui perché Erice è la mia fonte d’ispirazione con le sue storie ed i suoi personaggi».

L'artista Ferdinando Amico / KruegerArt

Seguendo il tour di Ast’Arte alla scoperta di Erice si fa tappa nel quartiere spagnolo che sorge sulla sommità di uno sperone roccioso dove si erge una fortezza, oggi sede delle mostre permanenti dedicate alle attività contadine e a quelle marinare trapanesi e dove la cooperativa gestisce la caffetteria. «Abbiamo promosso, tra i musei che gestiamo- continua la numero uno di Ast’Arte -, anche l’iniziativa di bookcrossing e dalla prossima primavera speriamo di aprire i musei alla fruizione delle famiglie con l’organizzazione di pic-nic così come succede in altre realtà museali d’Italia».

Veduta da Erice - ph Sicilymag

Visitare Erice significa scoprire una Sicilia che non ti aspetti, una Sicilia che si racconta anche attraverso i circa 200 personaggi di terracotta e ceroplastica di “Erice in miniatura”, unico esempio di presepe monumentale meccanico realizzato con tecniche antiche ospitato in modo permanente a Palazzo Sales, realizzato con maestria dagli artisti Jaemy Callari e Roberta Fontana, che riproducono fedelmente sia il mondo architettonico che figurativo.
«La passione per il presepe mi ha affascinato fin da bambino - dice Jaemy Callari, 38 anni, originario della Germania ma vissuto a Gangi - lavoro dalla mattina alla notte perché quello che facciamo è soprattuto uno studio antropologico che rivive nelle scene del presepe a cui di anno in anno aggiungiamo alcune varianti, ma sempre con lavorazioni che riprendono antiche tecniche». Il gioco di prospettive, luci e meccanismi, dove anche le figure dormienti muovono a ritmo regolare il diaframma, incanta.

Jaemy Callari

I due artisti hanno creato Nobiles Officinae, il laboratorio dove realizzano manufatti d’antan: dai dipinti alle cornici dette “a guantiera” e “mezza canna”, ai cosiddetti “santini a teatrino” realizzati con la tecnica dei punzoni a secco, fino alla realizzazione di particolari scenografie e mobili in barocco siciliano che vanno dalla metà del XIX secolo e si spingono fino al XV secolo.



Un manufatto di Nobiles Officinae

«Senza fretta» è il refrain di Erice, che come un mantra accompagna la visita. Anche a tavola. Agli “Archi di San Carlo”, in quella che un tempo era la lavanderia dell’antico convento, Vito Lamia ha ricreato un’atmosfera “domestica”, con l’antico cortile lastricato in pietra ericina e la dispensa, a vista, dove pendono dal soffitto in legno i salumi e formaggi lasciati a stagionare tra le mura. Una gioia per gli occhi ed il palato.

Gli Archi di San Carlo

Quella di Vito è una cucina senza tante rivisitazioni né orpelli, che rimanda ai piatti in cui l’ingrediente essenziale è sempre lo stesso: l’amore per le cose fatte bene. Come la salsa di pomodoro e le conserve che Vito si fa preparare dalle vecchiette ericine che lavorano in casa .Ma non è sempre stato così. In passato Vito, trapanese di 42 anni originario di “Porta d’Ossuna”, come ama specificare, è stato prima perito informatico, poi bancario a Bergamo. Un giorno ha deciso di mollare tutto e di ricominciare una nuova vita da cuoco a Erice, seguendo quella passione per la buona cucina che ha ereditato e “assorbito” dalla mamma Dora. Lui tra i fornelli e la moglie Francesca in sala, coccolano i clienti. Originale il menù degustazione in abbinamento agli olii della provincia trapanese che annovera le cultivar più significative del panorama oleario siciliano. Dettagli che fanno la differenza.

Vito Lamia con la moglie Francesca

E anche la carta dei vini, per quanto essenziale, declina le aziende del terroir trapanese in armonia con piatti del territorio seguendo la stagionalità. «Dò ai clienti la possibilità di scegliere fra due o tre vini da accompagnare ai piatti. Perchè rovinare un momento così importante come il pasto con un vino che non piace?». Le busiate di Afrodite, uno dei piatti cult del ristorante preparate fresche come tutta la pasta qui proposta, si possono trovare con fave (se di stagione) insieme alla tipica salsiccia pasqualora. Il primo di cassatelle di ricotta, preparate rigorosamente a mano, servite con lo stufato di carne è il piatto del cuore. Ma a seconda le esigenze agli Archi di San Carlo si possono mangiare anche pietanze vegane e senza glutine. Segnalato da Slow Food, è un luogo dove ritornare. Come a casa.


Uno scorcio di Erice - ph Sicilymag

E' sera. I lampioni si accendono. Erice ora è avvolta di una luce soffusa che la fa sembrare un presepe, un piccolo scrigno di varipinte ricchezze da scoprire a poco a poco.

© Riproduzione riservata
Pubblicato il 17 dicembre 2018
Aggiornato il 29 dicembre 2018 alle 19:47





Giusy Messina

Palermitana, classe '63, ama profondamente la sua Isola. Il suo motto è: con leggerezza si possono dire cose importanti. Si occupa di enogastronomia, storie, luoghi e territori, per raccontare una Sicilia nascosta e preziosa. Ha collaborato con il quotidiano L'Ora, La Repubblica, Cult. Ha scritto la prima guida de Il Movimento del Turismo del Vino in Italia, per la Sicilia. È giornalista pubblicista dal 1996.


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