Guglielmo Ferro riporta in scena “Lupo”. Operazione lodevole, titanica e coraggiosa

Recensioni Affidandosi all'interpretazione di Mario Opinato e Giovanni Arezzo il regista catanese ha riportato in scena il testo di Carmelo Vassallo che nella memoria dei più vive nell'interpretazione rozza e “zaudda” di un “Lupo” difficilmente replicabile

Un’operazione lodevole. Titanica e lodevole allo stesso tempo, e anche piuttosto coraggiosa, in un momento in cui di coraggio abbiamo bisogno, soprattutto sulla scena catanese.
Dal 7 al 9 febbraio scorso sul palcoscenico del Centro Zo di Catania è tornato in scena, grazie ad una collaborazione tra Teatro Mobile e Altrescene, “Lupo”.
Uno dei testi più famosi del compianto autore e regista catanese Carmelo Vassallo, di cui quest’anno ricorrono i 10 anni dalla morte, considerato a ragione uno dei testi più intensi e suggestivi della drammaturgia siciliana contemporanea, paragonabile per certi versi a quella del più prolifico collega palermitano Franco Scaldati, a partire dai temi trattati: emarginazione, amicizia, amore e morte. Tutto insieme.

Giovanni Arezzo in “Lupo”

Lode al regista Guglielmo Ferro che con una regia pulita e impeccabile, non solo ha riportato in scena uno dei testi più apprezzati di Vassallo, ma lo ha fatto senza mitigarne la lingua (il più rude e popolare dialetto catanese), e senza stravolgere il testo verace e sanguigno, che nel 1997 valse all’autore la segnalazione al Premio Riccione per il Teatro.
Di questa messa in scena abbiamo apprezzato le musiche di Massimiliano Pace, puntuali e mai invasive, e la scenografia di Alessia Zarcone, che non ha fatto rimpiangere quelle delle precedenti produzioni, e che anzi ha provato ad osare facendo entrare in scena una motocicletta vera (anche se l’effetto non è stato di grande impatto), e si è avvalsa nella giusta misura di proiezioni video.
Bene (ma non benissimo) anche i due attori in scena: Giovanni Arezzo nel ruolo di Cocimo (che fu di Biagio Guerrera al debutto del 2002, e di Savì Manna nelle successive riprese del 2005) e Mario Opinato in quello di Lupo, ruolo che fu dello stesso Carmelo Vassallo.

Mario Opinato in “Lupo”

Un’operazione lodevole e difficile. Titanica, dicevamo. Lodevole perché in soli 10 anni Catania – fatto salvo qualche piccola eccezione, come le letture che Savì Manna saltuariamente regala alla città– sembra proprio essersi dimenticata di uno dei suoi figli più illustri, autore di una favola metropolitana come “Lupo”, tenera e malandrina, dolcissima e sanguinaria.
E difficile, perché nella memoria dei più, Vassallo vive nell’interpretazione rozza e “zaudda” di un “Lupo” difficilmente replicabile. Ttitanica, come tutte le imprese che saranno oggetto di un paragone “inarrivabile”, e che solo per questo motivo sono da considerarsi estremamente coraggiose.

Mario Opinato e Giovanni Arezzo in “Lupo”

Ecco, per tutti questi motivi, questa produzione viene promossa a pieni voti, nonostante qualche sbavatura: a questo “Lupo” si può perdonare qualche fiatone di troppo e più di un vuoto di memoria, perché ha il merito di riportare in scena, e quindi alla memoria di tutti i catanesi smemorati, e (ce lo auguriamo) alla conoscenza delle nuove generazioni, il teatro visionario e onirico di Carmelo Vassallo.

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