Gran varietà Siracusa, la Lisistrata di Solenghi e l’imperativo del “facce ride'”

Recensioni Nonostante un'ottima Elisabetta Pozzi, la corale messinscena firmata dall'attore e regista genovese per la stagione classica al Teatro Greco, tradisce le aspettative sconfinando spesso in un triviale varietà televisivo che ha divertito la gran parte del numeroso pubblico accorso per la prima ma che non ha rispettato alla lettera il mandato dell’Inda che l'ha commissionata

In questi giorni di clima da tragedia greca sui mari bollenti di Lampedusa, dove, come ci ricorda Roberto Vecchioni, una ragazza tedesca (la capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete) animata da principi umanitari molto alti, ha incarnato la sfida fisicamente persa ma eticamente vinta di Antigone contro la ferrea forza della legge disumana incarnata dal Creonte di turno – quel cinico ministro degli Interni Matteo Salvini che cerca di fermare il mare con la rete dell’ipocrisia e chiama criminali chi salva le persone mentre mille traffici umani (quelli veri) sotto il suo e il nostro naso ci passano ogni giorno fino alle nostre coste – non ci resta che accettare l’invito ad un’ilare risata da parte di un attore e regista navigato come Tullio Solenghi che si è preso la briga di portare al Teatro Greco di Siracusa, per la stagione classica dell’Inda (in scena fino al sei luglio), un’altra muliebre battaglia, quella del sesso privato agli uomini ordita da Lisistrata per porre fine all’eterna guerra del Peloponneso. Battaglia di donne che per mano del commediografo Aristofane diventa addirittura nel 411 a.C. un manifesto politico pacifista, uno stratagemma inusuale, un mondo alla rovescia, un universo capovolto che poteva ottenere lo scopo, ritenuto quasi impossibile, della pace.
Solenghi ha preso troppo alla lettera l’esigenza di leggerezza consapevole, trasformandola, però, in un greve imperativo del “facce ride’”. La sua corale messinscena tradisce le aspettative sconfinando spesso in un triviale varietà televisivo che ha divertito la gran parte del numeroso pubblico accorso per la prima ma che non ha rispettato alla lettera il mandato dell’Istituto nazionale del dramma antico che l’ha commissionata. La commedia, come è noto, ha chiuso la stagione di rappresentazioni classiche al Teatro Greco dedicate quest’anno al tema delle donne contro la guerra, tema magnificato nella brillante e colta rappresentazione di “Elena” di Euripide da parte di Davide Livermore e didascalicamente rappresentato ne “Le troiane” di Euripide da parte di Muriel Mayette-Holtz. Solenghi punta molto sul gioco delle parti, ai confini con il cabaret, e alla fine non vince tanto la forza dell’idea rivoluzionaria delle donne ma la vecchia e quasi scontata dabbenaggine maschile.

Elisabetta Pozzi (Lisitrata) Federica Carruba Toscano (Cleonice), foto Franca Centaro

Le premesse della Lisistrata di Solenghi sembrano buone quando il coro di uomini donne e bambini richiamano le donne in nero dell’Isis con la loro macabra danza di guerra. Le premesse sono veramente buone quando una nevrotica Lisistrata, ben incarnata dalla fulva Elisabetta Pozzi, si sposta su e giù freneticamente ben rappresentando la “pazza idea” delle donne di asserire che “la salvezza di tutta la Grecia” stava nelle loro mani.

Il giuramento delle donne, foto Franca Centaro

Il primo punto debole della messinscena arriva subito con la strana figura di Didascalio, un commentatore fuori campo (l’attore Roberto Alinghieri), una sorte di ipertesto umano che aggiunge significato e commento contemporaneo a quello che potrebbe risultare poco chiaro alle orecchie del pubblico. Un’idea certamente mutuata da Solenghi dai siparietti spassosi con il trio condiviso per anni con la compianta Anna Marchesini e il buon Massimo Lopez, ma che affidato ad Alinghieri resta un po’… lettera morta.

Roberto Alinghieri (Didascalio) e gli orfani di guerra, foto Franca Centaro

Il secondo punto debole è la resa della multidialettalità italica scelta da Solenghi per rappresentare la diversità territoriale della Grecia dei tempi. Compito della vulcanica Lisistrata è quello di parlare apertamente a tutte le donne della Grecia antica, alle ateniesi, alle spartane, alle beote, alle corinzie. Ecco che la palermitana Federica Carruba Toscano (Cleonice) parla con spiccato e sboccato accento della sua città, mentre la barese Tiziana Schiavarelli incarna una verace Stratillide del coro delle vecchie che si contrappone alla terna pugliese-partenopea del coro dei vecchi formato da Vittorio Viviani (Dracete), Totò Onnis (Strimodoro), e Mimmo Mancini (Filurgo). Divertenti alcuni siparietti, gli attori individualmente sono molto bravi, ma quando l’estro non ha il confine di un ruolo ben delineato, diventa macchietta. Viviani gigioneggia e cita il gotha della scena partenopea maschile – da Totò a Troisi a Eduardo -, la Schiavarelli tende all’avanspettacolo di Lino Banfi.

Coro dei vecchi e delle vecchie, foto di Franca Centaro

Memo male che c’è la Pozzi, che tiene dritta la barra del suo personaggio più impregnato di pacifismo ante-litteram che di proto-femminismo. L’obiettivo non è ancora quello di emancipare la donna ma è quello di dare un punto di vista altro alla cosa pubblica, stratagemma dell’assurdo usato da Aristofane pur di arrivare alla promozione di una buona pace ellenica. Funziona il personaggio della spartana Lampitò che Viola Marietti rende bene nella sua ginnica semplicità. Giovanna Di Rauso è un’ottima Mirrina che incarna bene il conflitto interiore delle donne nel difficile compito di sottrarsi ai piaceri della carne per fini pubblici.

Spartane, beote, ateniesi e corinzie insieme a Lisistrata, foto Franca Centaro

Il gioco delle donne, che doveva essere il cuore, la parte migliore dello spettacolo, soffre di un linguaggio fin troppo esplicito, talvolta triviale nella sua multidialettalità, dove ogni siparietto sembra quasi fine a se stesso per suscitare l’ilare risata che solo la parte più alla buona del pubblico si concede. Sembra quasi che Solenghi voglia rendere giustizia 4.0 alla pudica riduzione del testo di Aristofane a commedia musicale negli Anni 50 di Garinei e Giovannini (Nino Manfredi, Delia Scala, e il Quartetto Cetra in quel cast), facendo dire al suo cast tutto quello che l’Italietta baciapile dei tempi non poteva, compresa la versione televisiva dei primi Anni 70 con Milva, Gino Bramieri e i Ricchi e Poveri. Ma è figlia della parodia televisiva la sua messinscena, è parodia televisiva pura il coretto dei lanceri del Commissario, incarnato da Federico Vanni, il quale con il suo bolognese sboccato viene bistrattato dalle agguerrite donne arroccate nell’Acropoli. E’ da commedia sexy all’italiana il siparietto di Mirrina con il marito Cinesia (Tullio Solenghi) sulla musiche di “Nove settimane e mezzo”.

Non ha molto senso il cameo di Massimo Lopez che arriva in scena come una Wanda Osiris della storia, incarnando il personaggio di Pedasta, “donna quanto basta”. Cosa rappresenta questo personaggio se non un pensiero gentile dell’amico di sempre Solenghi? Cosa aggiunge alla messinscena? Nulla. Perché fargli cantare il suo cavallo di battaglia “My Way”? Non siamo al varietà televisivo del sabato su Rai Uno. Perché non dargli allora il ruolo di Didascalio? Alla maniera di Lopez, con la sua poliedrica vocalità, poteva essere divertente. Altro punto debole di questa messinscena le musiche, non perché non siano belle da ascoltare (si va dagli Area ai Dead Can Dance a frenetici ritmi balcanici): perché non mettere, però, musiche originali?

Massimo Lopez è Pedasta

Solenghi si prende la sua razione di applausi quando nel finale entra in scena nei panni di Cinesia, marito di Mirrina che cerca di riconquistare ai doveri coniugali in stato di evidente eccitazione priapica. Divertente l’escamotage dell’asta sottoveste, esteso anche ai “toscani” ambasciatori degli spartani, che porta alla conclusione (momentanea) della bellicosità mascolina e alla riconciliazione con le proprie donne.

Tullio Solenghi (Cinesia) e Giovanna Di Rauso (MIrrina), foto Franca Centaro

E qui arriva forse il momento migliore della commedia, quando questa lascia il posto alla vera morale di tutto l’assunto di Aristofane: le prime vittime delle troppe guerre sono i figli dei combattenti, intanto perché orfani spesso e perché poi destinati al tragico epilogo della guerra anch’essi. Ecco che la Pozzi, con l’arte attoriale che le conosciamo, prende per mano il piccolo Leandro (l’ottimo Riccardo Scalia, che fu Astianatte in “Le Troiane”) e recitando la slam poetry di Simone Savogin tratto da “Scriverò finché avrò voce”, dà voce agli innocenti che in un mondo di cinica lotta per il potere voce non hanno.

Riccardo Scalia (Leandro) e Elisabetta Pozzi (Lisistrata), foto Franca Centaro

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