lunedì 21 gennaio 2019

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«Gesticolo quindi parlo». Il prof Luca Vullo incanta il mondo

Sicilians

Il videomaker nisseno naturalizzato a Londra da qualche anno è chiamato nelle più prestigiose università del mondo per i suoi laboratori sulla gestualità, quel linguaggio non verbale che rappresenta una buona fetta della cultura italiana: «E' un argomento che non si trova nei libri e che ben spiega la famosa "passionalità" degli italiani»


di Lavinia D'Agostino

Luca Vullo

Se siete italiani e state guardando questa foto, non è necessario che spieghi il senso di quella mano stretta tra i denti. Se non lo siete, l’immagine in questione vi dirà poco o nulla. Ma non crucciatevi. Siete solo entrati in contatto, probabilmente per la prima volta, con quel “dialogo” non verbale che si basa sulla gestualità… una cosa “tutta italiana”.
Il tipo nella foto è Luca Vullo, nisseno classe ’79, videomaker professionista. Un giovane di belle speranze che dopo essere nato nel cuore della Sicilia e dopo aver studiato, come molti, lontano da casa (al Dams di Bologna), ha deciso di trasferirsi a Londra.

E’ qui che lo raggiungiamo, via Skype, reduce dal suo ultimo tour in America che lo visto nei panni di docente, tra il Missisipi e la California. Si, perché Luca Vullo, dopo aver realizzato nel 2011 il documentario “La Voce del corpo” dedicato alla gestualità degli italiani, è diventato un vero e proprio esperto in materia. Oggi insegna nelle Università di tutto il mondo quel linguaggio non verbale che, visto dagli occhi di uno straniero sembra una cosa strana e bizzarra, ma che qui nel Belpaese degli spaghetti, del sole, della chitarra e del mandolino, è uno degli strumenti di comunicazione più efficaci e immediati.

Luca Vullo a Londra

Luca, ma come le è venuta questa idea?
«Con il documentario “La Voce del corpo”, per cui sono partito dalla gestualità dei siciliani e mi sono allargato a quella degli italiani, ho voluto creare un prodotto cinematografico educativo, intelligente e divertente che fosse utile per tutti quegli stranieri che non si “capacitano” di questa nostra abilità comunicativa, e la vedono solo come folklore. Ho pensato quindi di convertire la visione della nostra terra, spesso identificata con degli stereotipi negativi, con qualcosa di piacevole e divertente di ambito culturale, qualcosa di universale e positivo. Quando l’ho realizzato ho iniziato a proporlo all’estero. Londra è stata la mia chiave di volta perché dalle prime presentazioni all’Istituto di cultura italiana è nata una delle collaborazioni più assurde e straordinarie della mia vita: il National Theatre di Londra mi ha proposto di fare da coach per gli attori che stavano preparando un Liolà di Pirandello, affinché potessero migliorare la loro gestualità. In quei giorni ci furono una serie di combinazioni interessanti, come l’intervista rilasciata al The guardian, e cominciai ad essere contattato da alcune università, a partire da Vera Castiglione, una insegnante di italiano a Bristol, anche lei di origini siciliane».

«Da lì in poi è stato un crescendo, e anche grazie al supporto di mia sorella Liana (il suo braccio destro che continua a vivere a Caltanissetta, ndr) ho cominciato a girare il mondo: Australia, Norvegia, Germania, Francia, Spagna e quest’anno anche l’America dove sono stato chiamato da alcuni prestigiosi College per delle summer school di sei settimane. Oggi questa è diventata una delle mie attività principali e, a essere onesto, anche quella che mi diverte di più».

Vullo con gli studenti del Kansas State University

E’ tanto il successo di Luca Vullo che le sue lezioni didattiche piano piano si stanno trasformando anche in dei veri e propri show serali. Durante le sue lezioni, organizzate come un laboratorio teatrale interattivo, spiega quanto la comunicazione non verbale sia non solo una lingua molto articolata, ricca di segni e significati, ma soprattutto quanto sia indispensabile per chi vuole davvero conoscere la società e la cultura italiana.
Quanto tempo ci vuole a entrare in sintonia con questo linguaggio?
«Per uno straniero è veramente uno shock, perché la fisicità, specie per un anglosassone o un americano, è ridotta all’osso. Per loro io sono too much… e si scantano (si spaventano, ndr). Gli piace molto, ma non conoscendo questa energia del corpo, questa nostra grande capacità di esprimere sentimenti e concetti con il corpo, è una cosa che li fa spaventare, ma solo perché non la sanno gestire. Durante i laboratori cerco di dare nuovi strumenti, nuovi occhiali per poterla leggere e usare serenamente, per poterla gestire nel modo più piacevole possibile, perché possa diventare qualcosa di culturale, piacevole e divertente allo stesso tempo».

Luca Vullo con un poliziotto americano

Ma uno straniero, che se ne fa del nostro linguaggio non verbale?
«E’ un modo per conoscere la cultura italiana… e la gestualità non c’è nei libri. Però quando vengono qui la vedono, e ne restano colpiti. Chi partecipa ai miei corsi è ovviamente interessato al nostro Paese e alla nostra cultura. Di libri ne leggono tanti, sanno quasi tutto di noi, della nostra storia, dell’arte… hanno una conoscenza ricca, però gli manca un aspetto per me fondamentale: cosa significa esattamente che gli italiani sono passionali, che cosa è questa "passione" di cui tutti parlano e che ci riconoscono in tutto il mondo. Questo è il mio argomento di punta, perché riconosco che gli italiani, quelli del Sud in particolar modo, abbiamo una potenza straordinaria nel trasmettere empaticamente emozioni, e il corpo in questa strada è fondamentale. L’intelligenza emotiva, di cui siamo dotati naturalmente, più la teatralità che ci contraddistingue, sono gli argomenti principali su cui punto durante i miei laboratori».

C’è un gesto che ha successo più di altri?
«Dipende dalle popolazioni, comunque le corna sono quelle che li fanno divertire di più, ma solo dal momento che ne capiscono il senso…».

Le corna, il gesto che fa più ridere gli stranieri

Vivendo lontano dall’Italia non rischia di perdere pezzi, o comunque di scolorire, la sua conoscenza della gestualità?
«Sicuramente può accadere. Spesso mi confronto con gli emigrati all’estero e tutti, da quando hanno abbandonato l’Italia, gesticolano meno e non parlano quasi più il dialetto. E’ chiaro, il posto in cui vivi ti modifica, ma solo apparentemente. Infatti, appena attrovanu un pesano impazziscono, si liberano, esce la vera natura e cominciano a parlare in dialetto e a gesticolare come pazzi. E’ solo un limite che ti impone la convenzione sociale, ma non si dimentica. Quanto a me, tornare in Sicilia non è solo un ripasso, ma è anzitutto un arricchimento. Diciamo che è un corso di aggiornamento. Amo trascorrere le giornate al mercato del pesce o alla Vucciria, per me molto meglio che leggere un libro».

Durante le riprese di Influx

In questa attività frenetica, che sabato 27 febbraio lo porterà al Teatro Rosso di San Secondo nella sua Caltanissetta per il workshop “Gestualità e sentire emotivo” (un evento più unico che raro per la Sicilia, nel quale sarà affiancato dallo psichiatra e psicoterapeuta Michele Cannavò), Luca Vullo è e resta, anzitutto, un regista e produttore cinematografico. Recentemente ha finito di girare un documentario a Los Angeles su un artista americano e poi, probabilmente entro l’estate, uscirà il suo "Influx": un documentario sulla nuova emigrazione italiana a Londra.
«Si tratta di un lungometraggio di 82 minuti, con il quale abbiamo già partecipato, con la versione breve, allo Short film corner di Cannes, e adesso stiamo aspettando risposte da altri festival internazionali. Il film vuole raccontare la nuova migrazione, una vera e propria emorragia di cui faccio parte, che dall’Italia giunge a Londra. La capitale inglese è la città più colpita al mondo dal fenomeno migratorio italiano in questo momento storico, con numeri spaventosi. Io avevo già affrontato il tema dell’emigrazione in “Dallo zolfo al carbone” ma in quel documentario trattavo l’emigrazione successiva alla Seconda Guerra Mondiale, quella dei minatori siciliani che andavano a lavorare nelle miniere di carbone in Belgio. Sono emigrazioni di tipo differente che hanno però dei punti di contatto. Quella di oggi è la migrazione dei giovani, per lo più laureati, mentre ieri emigravano operai specializzati del campo minerario, o contadini. Ma questo fa riflettere, perché la storia si ripete con delle similitudini e con delle diversità. Londra è quindi diventata uno specchio nel quale mi sono specchiato anzitutto io, e con me tutta la popolazione italiana. Questo documentario corale permette di fare autoanalisi, di riflettere su come stanno gli italiani e su come si vive oggi nel nostro Paese, ma da un punto di vista esterno, ovvero visto da Londra».

Come ha proceduto per la realizzazione di Influx?
«Ho frequentato per quasi due anni la comunità italiana a Londra, inserendomi in tutti i contesti possibili. Ho conosciuto tantissima gente e poi, chiaramente, ho dovuto fare una cernita delle storie da raccontare. Nel film ho inserito anche alcuni siciliani tra cui uno, dal nome prettamente hollywoodiano, vera chiave di volta per il mio film. Si tratta di Joe Ricotta, originario della provincia di Caltanissetta, che oggi è un imprenditore di successo. Nato e cresciuto in Inghilterra, Joe ha creato una sorta di comunità di siciliani nel suo ristorante (ovviamente siciliano anche quello) Nonna’s Kitchen, alla periferia di Londra. Joe Ricotta, che è anche uno degli sponsor principali del film, offre un lavoro a tanti siciliani che arrivano per la prima volta a Londra e gli assicura anche un corso di lingua inglese. Praticamente Joe crea un indotto professionale e di accoglienza per i nostro conterranei. All’interno del film ho inserito anche la scrittrice palermitana Simonetta Agnello Hornby, una delle protagoniste del film, che racconta un altro punto di vista: la sua non è una emigrazione disperata, ma è stata testimone diretta di questi anni di migrazione. Lei ha potuto notare le differenze, fare un parallelismo, come ha scritto anche nel suo ultimo libro».

Oggi che rapporto ha con l’Isola?
«Amore profondo e giramento di coglioni profondo. Quale prevale? Dipende dalla mia permanenza… se ci sto poco prevale l’amore».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 26 febbraio 2016
Aggiornato il 08 marzo 2016 alle 12:56





Lavinia D'Agostino

Palermitana classe '78, vive a Catania per scelta. È convinta che due cose la leghino a questa città: l'accoglienza e l'allegria. È iscritta all'Ordine dei Giornalisti dal 2000 ed è giornalista professionista dal 2014. Nel tempo libero ama conoscere, parlare e cucinare.


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