domenica 24 marzo 2019

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Francesco Massaro: «Il bar è un osservatorio privilegiato per raccontare la gente»

Libri e fumetti

L'ex cronista palermitano, che da qualche anno ha scelto di lasciare il giornalismo a tempo pieno per lavorare nel bar-pasticceria di famiglia, ha pubblicato il libro "Chiacchiere da bar" dove racconta un microcosmo di storie in transito raccontate con il piglio e la curiosità tipica del giornalista abituato ad ascoltare gli sfoghi della gente o a carpire verità nascoste


di Giusy Messina

«E' nato come un gioco grazie all'insistenza della mia amica Raffaella Catalano, scrittrice, che mi ha praticamente costretto a mettere nero su bianco i post che pubblicavo su Facebook, vincendo la mia innata pigrizia. Se non fosse stato per lei, non lo avrei mai fatto». A parlare è Francesco Massaro, autore di “Chiacchiere da bar” (edizioni Torri del Vento), che tra un caffè ed un cornetto, un'arancina rigorosamente fimmina, con leggerezza ed ironia, racconta l'umanità varia che nel “suo” bar «come in un valzer continuo, danza e balla dalle 6 del mattino alle 11 di sera». Il bar Massaro, appunto fondato dal padre Adolfo nel 1957 nel quartiere Villaggio Santa Rosalia, nella periferia sud-occidentale del capoluogo dell'Isola, ubicato di fronte la cittadella universitaria in quella che lui stesso definisce “linea di confine” tra la marginalità delle periferie e la porta d'ingresso del centro storico più grande d'Europa, il bar è un microcosmo di storie in transito che Francesco, 50 anni, racconta con il piglio e la curiosità tipica del giornalista abituato ad ascoltare gli sfoghi della gente o a carpire verità nascoste.

Francesco Massaro

Cronista per vent'anni di nera e di giudiziaria al “Giornale di Sicilia” dove ha raccontato i fatti di cronaca più importanti a cavallo fra gli anni Novanta e il Duemila, dalle stragi di mafia alla cattura dei superlatitanti al fenomeno del pentitismo, vincitore del premio intitolato al giornalista “Mario Francese”, Francesco Massaro nel 1998 ha fatto una scelta di campo perché, come scrive “la vita, prima o poi, viene a prenderti, è una delle poche cose che ho imparato. A me successe quel giorno lì, quando mio padre ebbe l'infarto”. Per dieci anni ha vissuto in bilico tra la sua vecchia e nuova vita da proprietario del bar, finché tre anni fa ha deciso di assumersene in pieno la responsabilità. Ma non si è liberato mai di quel “tic” della scrittura che come un vizio ha continuato a perseguire sul suo blog “diPalermo.it”, chiuso un anno fa perché troppo impegnativo, sulle pagine del “Giornale di Sicilia” con la rubrica settimanale da cui prende spunto il titolo del libro ed una tantum su “Buttanissima.it”.

«Quel bar, che odio e che amo, mi ha insegnato a conoscere la gente più di quanto non abbia fatto il mio vecchio mestiere di giornalista che a 23 anni – spiega - mi ha formato come uomo e come professionista». Dal suo osservatorio, Francesco getta uno sguardo divertito, spesso disincantato, a tratti cinico. «Ma - spiega subito - di quel cinismo necessario per riuscire ogni giorno ad indossare una maschera, che è importante quando hai un'attività del genere». Francesco, per gli amici Ciccio, fa entrare il lettore nel suo bar sostituendo al prologo, la parola “ingresso” e lo accompagna alla scoperta delle tante piccole grandi storie che lì s'incrociano. C'è la zingara che chiede l'elemosina davanti al bar e se le chiedi dove lavora, ti risponde che «lavora al bar Massaro», o quella che per pagare le sigarette s'infila le mani nel reggiseno per prendere i soldi, la giovane matricola fuori sede che chiede il biglietto per la circolare. Ci sono le famiglie con bambini educati e quelli che fanno girare di continuo gli sgabelli, e non solo quelli, i turisti che si ostinano a chiedere la “brioche” con la marmellata invece di quello che in Sicilia si chiama “cornetto”.

Tipologia per tipologia, «con ciascuno di loro - continua Francesco - ho dovuto sviluppare codici di comunicazione diverso e la gestione di un bar rappresenta, oltre che un grande allenamento alla vita, la vita vera». Nella molteplicità delle sue sfumature, il bar diviene lo specchio di una qualsiasi grande città, dove il silenzio a volte è un disperato urlo di dolore. «La storia a cui sono più legato –racconta - è quella di una ragazza drogata a cui ho dovuto negare l'ingresso al bagno dove andava a bucarsi. E' andata via a spalle basse, rassegnata. Ecco - dice con un filo di voce - qui c'è tutta la vita: la tenerezza, la rabbia e l'impotenza di non riuscire a fare nulla per poterla salvare». Il Francesco imprenditore cede il passo al giornalista. Osserva e racconta i cambiamenti della società attraverso quelle «chiacchiere da bar che – spiega - adesso sono state sostituite dalla continua frenesia di guardare il telefonino o di fissare lo sguardo come lobotomizzati nello schermo della sala nella speranza inutile che un numero possa cambiare le loro vite».

Il Bar Massaro di Palermo

Con affetto, Francesco entra nelle storie di quegli amici-clienti che insieme ai suoi 40 dipendenti sente come una grande famiglia. Con battute salaci, li racconta, tra gli alti e bassi della vita di ogni giorno dove anche davanti ad «un rollò col ghiurstel e 'na spitina», si è in trincea. Con tocco leggero ma efficace, affronta argomenti difficili come l'anatocismo bancario di cui sono vittime involontarie imprenditori e semplici cittadini. «Quando ne parlai su Facebook, furono in molti a contattarmi per saperne di più: spiegai che abbiamo a disposizione strumenti legali da utilizzare di cui purtroppo ignoriamo l'esistenza». E tra i temi più appetitosi del libro, quello dedicato al 13 dicembre, il giorno più goloso dell'anno per il palermitano doc che non rinuncia all'arancina. «Non c'è niente di paragonabile alla festa di Santa Lucia - chiosa Francesco - per ogni bar palermitano è una sorta di prova di forza. Il giorno dei giorni, più del Natale o di altre feste».

Massaro senior era solito festeggiare la fine della giornata del 13 dicembre stappando una bottiglia di champagne con i suoi collaboratori, racconta nel libro. «Io ancora non l'ho fatto – confessa - forse chissà magari quest'anno lo farò». Intanto fervono i preparativi. E pazienza se quel giorno verrà il cliente a chiedere un'arancina accarne o l'agrigentino che con la sua inconfondibile inflessione dialettale, la chiama arangino perché come scrive Francesco nella quarta di copertina del libro: «Cornuto di razza quello che s'inventò che il cliente ha sempre ragione».


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Pubblicato il 10 dicembre 2018
Aggiornato il 17 dicembre 2018 alle 22:00





Giusy Messina

Palermitana, classe '63, ama profondamente la sua Isola. Il suo motto è: con leggerezza si possono dire cose importanti. Si occupa di enogastronomia, storie, luoghi e territori, per raccontare una Sicilia nascosta e preziosa. Ha collaborato con il quotidiano L'Ora, La Repubblica, Cult. Ha scritto la prima guida de Il Movimento del Turismo del Vino in Italia, per la Sicilia. È giornalista pubblicista dal 1996.


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