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E.R. medici in cucina

Blog Nella cucina palermitana che sapeva di acidulità e di origano per una pizza messa a cuocere, l’attempata signora in disordine di sonno, guardava "E.R. medici in prima linea" nell’ennesima replica. Nelle serie di successo dedicata alla vita in un reparto di emergenza si offriva ciò che di più impensabile può capitare agli umani, la possibilità di stare a vedere senza muovere un dito, come si risolvevano casi irrisolvibili

Nella Emergency Room del County General Hospital di Chicago il via vai di camici bianchi si avvicendava nello spasmodico tentativo di salvare vite umane. Infermieri, anestesisti, e radiologi scalpicciavano nei turni insonni trangugiando beveroni di caffè trasparente, americano fino all’orlo.

La prima stagione di “E.R. medici in prima linea”

Nella cucina palermitana che sapeva di  acidulità e di origano per una pizza messa a cuocere, l’attempata signora in disordine di sonno, li guardava  nell’ennesima replica, irretita dall’inganno scenografico. Eppure lo sapeva benissimo che quella era una vecchia serie televisiva e che i protagonisti  per i quali in quel preciso momento faceva il tifo, erano attori più o meno famosi  e probabilmente, sempre in quel preciso momento, dormivano nelle loro belle case di Beverly Hills o i meno fortunati stavano in preda ai fumi dell’alcool e della droga se scivolati nell’oblio dell’impietoso star system.

Pablo Picasso, Donna seduta, 1920

Nelle serie di successo dedicata alla vita in un reparto di emergenza si offriva e si riceveva ciò che di più impensabile può capitare agli umani dando alla fascinazione  della storia, la possibilità di stare a vedere senza muovere un dito, come si risolvevano casi irrisolvibili .

Nella sua solitudine domestica, in quelle primissime ore di un giorno che nasceva e che sicuramente sarebbe stato monotono come tutti gli altri, le piaceva percepire l’innocua ansia che  si riserva alle cose che succedono agli altri rinforzando il personale senso di sicurezza. Di lì a poco le situazioni drammatiche che facevano da prologo alle varie storie avrebbero virato velocemente alla soluzione felice non foss’altro che per rispettare i tempi tecnici dell’episodio. La protezione di questa consapevolezza spostava il peso dell’empatia  più verso la curiosità e la materia del racconto che lampeggiava falsità in ogni suo fotogramma, l’attirava magnetica.  Come nelle favole per bambini le storie più o meno raccapriccianti   avevano tutte una precisa strutturazione: antefatto, punto centrale , epilogo.

L’incidente stradale, il suicidio malriuscito, un pene incastrato in una aspirapolvere, un chiodo incredibilmente finito dentro un cervello creavano tutte situazioni limite conferendo al passo del racconto, l’orrore dell’imprevedibile e la fascinazione  della attesa  dove c’era sempre l’eroe di turno che interveniva stremato e salvava la pelle allo sventurato in fin di vita.

Il paziente entrava in codice rossissimo trafitto da parte a parte da un coltello  farfugliando di essere stato pugnalato; mani ridotte a briciole di ossa, arterie che pulsano ritmati fiotti di sangue fanno sempre da preludio al colpo di genio  del protagonista che al grido: “lo stiamo perdendo – lo stiamo perdendo” lo ripigliavano  trasformando una storia ospedaliera in scena d’azione e il  suo personaggio in eroe.  Moderni romanzi d’appendice  tessuti in ordito e trama capace di suscitare suspance  e interesse affiancano così le vite banali  del telespettatore.

La signora però  nell’attesa  che finisse la pubblicità frammista alle scene, chiuse gli occhi un minuto così come si trovava  seduta al tavolo con la testa appoggiata ai palmi. Quando li riaprì si accorse che l’episodio era finito e che di già  trasmettevano il meteo.

Su tutta l’isola  l’indomani ci sarebbe stata alta pressione  e la pizza nel forno avrebbe potuto essere consegnata ai nipoti come colazione a sacco per  mangiarsela a mare.

Questo la rassicurò rimuovendo anche quel leggero rammarico di non aver potuto vedere come fosse andata a finire. L’età rassegna ad ogni cosa e di tutto ci se ne fa una ragione. Probabilmente il suono cadenzato del monitor della terapia intensiva l’aveva fatta  scivolare  in uno di quegli assopimenti senili che sempre più spesso la ghermivano.  Avrebbe aspettato l’ennesima replica dell’episodio si disse per consolarsi sicura però che probabilmente avrebbe dimenticato  anche quel proposito. Nella mente però le rimase l’eco dell’allarme dei monitor  che credeva anzi era sicura continuare a sentire….

Disorientata trattenne il fiato e si accorse che era l’allarme del frigo il cui sportello era rimasto aperto. Con fatica si alzò e lo chiuse cancellando anche quell’ultimo legame con “E.R. medici in prima linea”. Lo fece  col malgarbo della vecchiaia; poi ciabattando spense  tutto e si avviò a rifare il letto.

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