Domenico Trischitta: «Adorata Catania ti odio ma non ti lascerò mai»

Sugnu Sicilianu E' un turbinìo di passioni altalenanti quello che lega lo scrittore e drammaturgo, "cantore" della precarietà umana, alla sua città. «Sono un ottimista malato di pessimismo» si definisce l'autore etneo uscito da poco con "Le lunghe notti", raccolta di racconti nata vent'anni fa su una catena di anti-eroi che in una notte cambiano il corso delle loro vite

«Io vivo la letteratura come condizione e non come professione». Con questa espressione sintetica ed asciutta, in stile anglosassone – come l’efficace e fluida struttura narrativa dei suoi romanzi e racconti -, lo scrittore Domenico Trischitta risponde sulla sua concezione della letteratura, che dà il via alla nostra conversazione. Il suo ultimo libro, “Le lunghe notti” (pubblicato da Avagliano Editore), è un insieme di racconti. Racconti che Trischitta fa interagire, collegando in maniera armonica storie e personaggi frutto della sua invenzione narrativa.

Qual è l’origine di questo testo e la sua evoluzione?
«Vent’anni fa, quando iniziai a scrivere la raccolta mi ponevo un quesito: se per caso i personaggi delle storie potessero forzare un destino che era per loro ostile. Sono moderni antieroi che in una sola giornata, in una sola notte, cambiano il corso delle loro esistenze in maniera fatale».

Domenico Trischitta

Questo suo libro è anche un omaggio ad un grande scrittore ed intellettuale del Novecento italiano, Giuseppe Pontiggia. Le chiedo una descrizione umana e culturale di questo protagonista del panorama letterario forse un po’ dimenticato, ma la cui assenza è palese…
«Pontiggia era un letterato controcorrente. Ex boxeur, ex bancario, decide di fare lo scrittore esordendo con un romanzo che è il suo manifesto ideologico, “La morte in banca”. E’ stato uno degli autori più raffinati della nostra cultura, uomo colto e generoso che predicava l’umiltà e la lealtà come un chierico d’altri tempi. Devo tutto a lui, la passione per la scrittura e la pazienza come mio personale credo, la virtù degli eroi come lui stesso amava definirla».

Leggendo le sue storie viene in mente un romanzo che vive di racconti, il suo libro ha un forte tessuto unitario, un filo rosso che lega la molteplicità delle vicende narrate. Condivide questa interpretazione?
«Assolutamente. Tutti i protagonisti sono accomunati da un male di vivere inesorabile, e allo stesso tempo da una fortuita casualità che li unisce in una tragica carrellata di bestiario umano».

Come definirebbe i protagonisti delle storie che narra in questo libro?
«Uomini, e non uomini disperati che vivono sull’orlo di un baratro. Le nostre vite, anche le più rassicuranti, sono caratterizzate dalla precarietà».

Può esemplificare questo concetto facendo riferimento ad alcuni dei personaggi descritti?
«Il camionista facendo il lungo viaggio dalla Sicilia a Mentone si illude di rispettare una routine che viene spezzata dall’imprevisto. Ed è così anche per la puttana o per l’assassino che può diventare in un attimo vittima sacrificale».

Vi sono alcuni aspetti autobiografici nei racconti
«Certamente. In ognuno di loro c’è il carico delle mie frustrazioni, delle mie paure».

Attraverso i suoi personaggi racconta molte ombre del mondo sociale contemporaneo. A differenza di altre sue opere non vi è la luce della speranza. É una scelta coerente con le storie raccontate o nel momento in cui scriveva tendeva ad una forma di pessimismo cosmico?
«
Raccontavo quello che vedevo, quello che mi stava attorno, e che continuo a vedere oggi. La solitudine degli esseri umani che cercano il proprio riscatto nell’amore e nella solidarietà».

Nella sua storia narrativa, saggistica e culturale un libro importante è stato quello su Daniela Rocca. Una metafora sul successo ed il declino. Può spiegare ai lettori il senso di questo testo, ancora molto attuale?
«Fa parte di una trilogia di vite provinciali, assieme a quella di Vincenzo Bellini e Lucio Battisti. Le accomuna una rabbia di emergere, di dimostrare che dal proprio orticello si può scappare per raggiungere traguardi importanti. Nel caso di Daniela Rocca la metafora è esemplare: ascesa, successo e caduta. Riguarda la vicenda di un’attrice, ma a pensarci bene riguarda tutti».

Il suo debutto sul piano meramente narrativo è invece legato alla forma del romanzo. Può ricostruire, come un brevissimo racconto, il suo percorso da romanziere?
«Io adoro il genere del racconto, e anche la mia forma romanzesca risente dello scatto, del montaggio, del cambio di sequenze che sono espressioni tipiche nel cinema. Il mio è un procedimento nervoso che procede per immagini».

Non solo narrativa. Lei ha scritto di cinema e di teatro. Un notevole successo lo ha avuto nel mondo teatrale con una opera dedicata a Vincenzo Bellini. Come nacque e si sviluppò quella idea?
«Era stato apprezzato anche il mio esordio come autore teatrale nel 1999 al teatro Quirino di Roma con “Sabbie mobili”, incentrato sull’amour fou di Daniela Rocca per Pietro Germi (ripreso dallo Stabile di Catania nel 2016, con la regia di Massimiliano Perrotta e con, in scena, Guia Jelo e Fulvio D’Angelo ndr). “Autunno a Puteaux” racconta la solitudine di un grande artista prima di morire, raggiunge il successo con “I Puritani” e subito dopo si ammalerà gravemente. Il giovane Bellini non poteva che parlare in dialetto catanese nel suo delirio isolato in terra straniera».

Sabbie mobili, da sinistra Jelo, Trischitta, Perrotta e D'Angelo

Vi è un altro tema ricorrente nel suo impegno culturale e civile, il quartiere San Berillo di Catania. Qual è la genesi di questo argomento sul quale ha dedicato tante energie culturali?
«
La mia storia parte da là, con uno sventramento urbanistico e una conseguente deportazione epocale che tuttora segna la storia di questa città, Catania. E’ la mia ossessione creativa, la rabbia per essere cresciuto sulla strada, che poi si è rivelata una forza per alimentare l’affabulazione».

Come vive Trischitta la Catania di oggi? Ha nostalgia degli anni ’90 sui quali ha scritto più volte?
«In “Una raggiante Catania” racconto la Catania Chicago degli anni ’80, con un morto ammazzato al giorno per la sanguinosa guerra di mafia. Nei ’90 si pensò che con le primavere dei sindaci e con il risveglio artistico e musicale della città ci sarebbe stato un rinascimento culturale. Fu solo una sporadica illusione, adesso si è ripiombati nel grigiore e nello squallore provocato dal disagio sociale ed economico. Le periferie urbane sono sempre più isolate e il degrado a macchia d’olio si espande anche nel salotto buono del centro storico».

Lei ha più volte raccontato la dinamicità, anche a volte caotica, della città ai piedi dell’Etna. Ne ha raccontato luoghi e bellezze. Qual è il suo rapporto con Catania, con il mare, con il vulcano?
«
Io adoro e odio allo stesso tempo Catania. Ho sempre sognato di andarmene, ma poi rimanevo bloccato proprio da quei luoghi che lei cita, mare e vulcano. Oggi non potrei farne più a meno».

In fondo Lei è un pessimista affascinato dal cambiamento, dal dinamismo positivo, dunque è anche un po’ ottimista. Si riconosce in questa concezione apparentemente contraddittoria?
«
Sì, condivido. Sono un pessimista spinto dalle passioni creative, dalle curiosità autentiche che destano emozioni. Allora se la mettiamo così, mi definisco un ottimista malato di pessimismo».

Un'altra immagine dello scrittore catanese

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