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“Cuore”, il libro che ha “inventato” gli italiani

Blog "L’invenzione degli italiani" di Marcello Fois tratta del libro di Edmondo De Amicis, testo che ha davvero “inventato” gli italiani. Ha spiegato a un popolo ancora raccogliticcio come avrebbe potuto e dovuto essere, cosa poteva diventare, su quali valori doveva fondarsi: la solidarietà, la lealtà, l’abnegazione, i buoni sentimenti oggi vilipesi da una nazione ancora irrealizzata

Marcello Fois ha scritto un libro, L’invenzione degli italiani, che non ho ancora letto. Lo leggerò: sicuramente consentendo, anzi con entusiasmo. Perché il libro di Fois tratta del libro Cuore, e quel libro ha davvero “inventato” gli italiani, ha spiegato a un popolo ancora raccogliticcio come avrebbe potuto e dovuto essere, cosa poteva diventare, su quali valori doveva fondarsi: la solidarietà, la lealtà, l’abnegazione, i buoni sentimenti oggi vilipesi da una nazione ancora irrealizzata, mai così feroce e lontana da quei princìpi, catalogati con disprezzo come “buonismo”.

De Amicis era socialista, scrisse pure l’unico nostro romanzo programmaticamente socialista (Primo maggio, un bel romanzo di cui si parla e si scrive poco), e quei buoni sentimenti inculcati dal maestro Perboni ai Garrone e ai Derossi non profumavano certo d’incenso né puzzavano di caserma, ma erano nutriti – dietro un’apparente ingenuità che servisse da efficace pedagogia – da un disegno maturo e consapevole, da quel socialismo umanitario e populista (sì, populista: bella e santa parola nata in Russia, non ancora contaminata da tirannelli e impostori) di cui Marx e seguaci fecero strame (e il loro “socialismo scientifico” precipitò nei gulag).

Edmondo De Amicis

Cuore appartiene perciò a quella virtuosa schiera di capolavori (I sepolcri, I promessi sposi, Le confessioni di un italiano) che, in virtù dei loro propositi, potremmo definire italianissimi perché avrebbero voluto e potuto formare una coscienza nazionale, perché avremmo dovuto leggerli come Vangeli civili. Così come avremmo dovuto dare altrettanta udienza ad opere “antiitaliane”, ovvero critiche delle facili illusioni e delle turpi malefatte che prepararono e seguirono l’unità d’Italia: dalle Operette morali ai Malavoglia, da Pinocchio (sì, proprio lui, l’irrequieto anarchico in veste di burattino) ai Vicerè di Federico De Roberto. Già, perché a quella virtuosa coscienza civile vanno sempre accompagnate un’altrettanto salda coscienza critica, e la capacità di mettere sempre in discussione i propri miti e le proprie acquisizioni, insomma di “contraddire e contraddirsi”.

La prima edizione di “Cuore” del 1886

Impossibile coniugare la maestrina dalla penna rossa col Paese dei balocchi, la notte dell’Illuminato con l’aborto di Chiara Uzeda e del neonato Regno d’Italia, le speranze di Silvio Pellico o di Ippolito Nievo col disincanto di De Roberto, Brancati, Sciascia? Non direi: quanto al sacrosanto ricorso al dissenso e alla protesta, alla trasgressione e perché no alla rivolta, la via regia per attingerne il più puro distillato resta per me proprio quella, nobilmente inattuale, dei “buoni sentimenti”. Se no, è risentimento: il “ressentiment” deprecato da Nietzsche, la “morale degli schiavi”.

Ma dicevamo di Fois, che leggerò. Un anti-Umberto Eco? Lo spero: perché il brillante Elogio di Franti scritto da Eco, devo pur dirlo, non mi è mai andato giù. Erano gli anni ’60, quelli in cui fu scritto: anni di sacrosanta trasgressione, di smascheramento del conformismo borghese. E di quei falsi valori il Cuore del povero De Amicis pareva la culla e il tempio. Da qui la rivalutazione del ghigno beffardo dell’insopportabile Franti. Da qui, anche, la giustificazione – questa sì demagogicamente “populista” – delle crudeltà di Franti, addebitate alla miseria.

Un albo di figurine tratto dal libro “Cuore”

E invece noi giovani inquieti e trasgressivi di quegli anni ’60 Cuore l’avevamo letto da bambini tra le lacrime, come I ragazzi della via Pal. Altri tempi, quelli della nostra infanzia: in cui magari si evadeva con Salgari e coi fumetti, ma ci si formava con letture oggi obsolete come Le mie prigioni e Da Quarto al Volturno. E naturalmente Cuore. Quanto somigliava al maestro Perboni, il mio maestro delle elementari! Ci raccontava la storia come un affascinante romanzo, ed esaltava il Risorgimento con le lacrime agli occhi…

Una scuola di buoni sentimenti, verosimili o no poco importa; una scuola che trasmetteva valori, retorici o meno poco importa. Una scuola ancora simile a quella di Garrone e Franti, in quegli anni ’50 del Novecento in cui ancora perdurava quel “silenzio dell’Ottocento”, quell’aura di pudore e di fiducia, di scrupolo e di sobrietà, di cui scrisse Brancati. E fu sull’onda di quei buoni sentimenti che, più grandi, ci avviammo alla rivolta del ’68: non per voglia di menar le mani e rovesciar le sedie, ma per pietà ed amore, perché commossi dalle sofferenze del “mondo offeso”. Nipoti non di Franti, ma di Bottini, Garrone, Derossi, Coretti, Nelli e Precossi. Di quei modelli: gli italiani che, fatta l’Italia, avrebbero dovuto farsi.

Perciò eredi di Franti, del suo malanimo, delle sue malefatte, semmai oggi mi appaiono gli elettori dei partiti xenofobi e omofobi, e i piranha nel gran mare telematico dell’odio, del livore, del rancore. Gli italiani che, purtroppo, si sono fatti.

Il “Cuore” televisivo di Luigi Comencini del 1984

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