Cristina Schillaci: «C’è un cuore “magico” dietro gli incantesimi di “Cortile cacao”»

Libri e Fumetti Pubblicato dalla ragusana Opera Incerta Editore, una tra le realtà indipendenti che cura con dovizia di particolari i propri testi, "Cortile cacao" è il personale esordio letterario della catanese Cristina Schillaci: «Il racconto traccia una relazione tra un uomo e una donna, vissuta due volte nel tempo di una Luna. Poi ci sono le contaminazioni, un viaggio legato a dei numeri, dei fatti strani e le varie angolazioni da cui osservarli»

Cortile Cacao, pubblicato dalla ragusana Opera Incerta Editore, una tra le realtà indipendenti che cura con dovizia di particolari i propri testi, è il personale esordio letterario della catanese Cristina Schillaci. L’autrice in passato, assieme ad altri allora esordienti, è stata ospite con dei racconti in due precedenti antologie. La gentilezza della penna, che ci azzardiamo a definire vicina allo stile della corrente futurista di marinettiana memoria, senza alcun riferimento ideologico, la si coglie nell’incontro avuto con Cristina Schillaci, classe ’75 che ci accoglie assieme ai suoi meravigliosi amici domestici, durante una passeggiata/chiacchierata nelle zone delle Aci. Sulle differenze ed emozioni di un individuale esordio, la stessa ci riferisce che: «Non mi è possibile fare un confronto. La prima esperienza era un po’ grossolana perché serviva soltanto a completare il cerchio tra il confezionare un racconto e quindi un libro, e vederlo stampato. Si trattava di un corso di scrittura creativa, ma successivamente, sempre in seguito a un corso di scrittura, abbiamo pubblicato attraverso un sito di stampa, anche se sono strade che consiglierei a scrittori esperti».

Cristina Schillaci, foto di Alessandro Cavalieri

Esuberante, nella sua accezione positiva, che è l’unica, modestissima e divertentissima Cristina Schillaci si propone al lettore con questo suo primo romanzo che narra la storia di Bruna che così ci racconta: «Bruna è una donna felice, verace, sensitiva. Innamorata dei ricordi delle sue nonne, della sua isola e di Guenda, la sua cagnolina. Affascinata da numeri e magia. Ha un sogno, una missione, un segreto e il dono di poter modificare il corso degli eventi, riscrivendoli. Ha una casa con un cortile in Sicilia. Nell’agosto 2017 si trova a Versailles per incontrare Noah Parson, un famoso attore americano, al quale proporre la produzione di un film, sulla base di un libro da lei scritto un anno prima. Noah è un uomo bellissimo, incoerente e pericoloso, con tante sfumature e una vita piena di ombre. In pericolo, nel mirino di uno squilibrato che attenta alla sua vita. Il loro rapporto subito incrinato da incomprensioni, sospetti e dall’amnesia dell’attore, che è convinto di incontrare la donna per la prima volta, fa saltare la vera missione di Bruna. La donna lascia Parigi per tornare a casa ma il viaggio la vede costretta a restare, per un incantesimo, tre giorni per ogni città in cui arriva. È lui stesso a inviare immagini e sensazioni alla protagonista, sincronizzato sugli stessi numeri esoterici di Bruna. Tutto accade sempre alle 3:33, di giorno o di notte».

“Cortile cacao” di Cristina Schillaci

C’è paradosso nel messaggio di Cortile Cacao?
«C’è un filo logico anche se sembra tutto l’opposto, c’è un cuore “magico”, visionario, da cui è partito tutto. Il racconto traccia una relazione tra un uomo e una donna, vissuta due volte nel tempo di una Luna. Poi ci sono le contaminazioni, un viaggio legato a dei numeri, dei fatti strani e le varie angolazioni da cui osservarli, se vuoi…».

Indizi per tante cose: a me questo ha dato il tuo libro come messaggio…
«Beh, sì, ma se non vuoi c’è una storia raccontata dalla protagonista e c’è il cortile dove nascono tutte le storie e si vede la Luna, con le stesse identiche avvertenze in entrambi i casi: attenzione a fare incantesimi e magie, si combinano pasticci che non ti dico! E ricordati sempre che il fine deve essere solo amore»

A presentarlo sembrerebbe contorto, invece è un fil rouge che apre a molte aspettative: perché hai scritto di un argomento così inflazionato come l’amore, ma con questi interrogativi che l’autore si pone continuamente, e si diverte pure durante la lettura?
«Il caso, la ricerca, la curiosità, le emozioni, la sfida. Scrivi per caso dopo aver visto un film, cerchi un argomento e ne trovi dieci folgoranti, impari cento cose nuove, ne vuoi fare altre mille, metti tutto su carta. Raccogli le tue sensazioni e gran parte di te, metti tutto su carta. La sfida è poi ordinare, filtrare, recidere (dolorosissimo) e rendere comprensibile al mondo quello che vuoi dire per finalmente lasciare il giusto, su carta».

Cristina Schillaci sul terrazzo di casa

Rivolti l’idea che invece si fanno tutti: non dovrebbero essere i principianti quelli a cui raccomandare i siti di stampa, che fanno un ottimo lavoro anche di editing e di diffusione se il testo vale?
«Ti dirò che non è una cattiva soluzione, anzi. Se, però, non conosci il mondo dell’editoria, i canali di distribuzione, di promozione, i siti di stampa che fanno un ottimo lavoro di editing e di diffusione può succedere che, un caldo pomeriggio di agosto, in quel di Vaccarizzo, tra un sonnellino e l’altro, tra il sogno e la realtà, la faccia segnata dalla tovaglia piegata male sulla sabbia e la sabbia in ogni dove, il tuo telefono sussulti. Vibrazione, tante vibrazioni, e parte la musica dei Fine Young Cannibals: sette email e cinque messaggi. Ti desti (?) dal sogno e scopri di essere braccata, sì, da un tipografo che vuole assolutamente lanciare il tuo libro e, anche se tu glielo hai detto almeno dieci volte che hai solo l’idea, il titolo e la copertina, lui vuole il tuo successo: ha grosse quantità di targhette, volantini, inviti alle presentazioni e meravigliosi segnalibro e pure la tazza puoi stampare. La tazza. Ti rendi conto? Magari una o due vicino al bollitore… Tu ripeti, ho solo la copertina… e il titolo… pronto… forse. E lui meraviglioso, incalza, insiste e ti chiede quanto tempo ti serve per scriverlo, il libro. A far due conti è lo stesso tempo che puoi impiegare a diventare serial killer».

Sei nel paradosso di ciò che si crede!
«Assolutamente no, è che questa è una realtà vasta e piena di figure serie e meno serie. Vuoi il numero del tipografo? Un editore, almeno a me così è capitato, ti sceglie e ti accompagna e accompagna la tua opera dalla prima lettura al “si stampi”. E dopo è lì con il calmante alle presentazioni, su WhatsApp a correggere le baggianate in dialetto per gli altri racconti, crea le condizioni, lavora con te. Un editore simpatico sceglie poi pure il tuo quadro come copertina del libro. No, seriamente, ognuno sceglie ciò di cui ha bisogno. Io ho adorato il clima confidenziale, il suggerimento, la cura, la dovizia di particolari».

“Storie di immaginari realtà”, antologia del concorso “Streghe e vampiri” che ospita un racconto di Cristina Schillaci

Mi si apre un mondo Cristina. E’ tutto ciò che in 16 anni che orbito nell’editoria, mi è stato sconfessato!
«No, io ti ho parlato solo delle figure meno serie, vuoi stampare anche tu una tazza?».

Esiste l’edonismo della penna e del pensiero?
«C’è che scrivi per piacere. Per gioco. Per il piacere della costruzione. A me piace scrivere. Mi piace leggere. Mi piace confrontarmi su entrambe le cose. Quando scrivi sali sulla giostra dell’immaginazione e non ne scendi più».

Ma tu sai di essere andata ben oltre l’immaginazione, riuscendo a capovolgere i canoni classici del populismo di aspiranti scrittori e velleitari iconografiche tali?
«Io ti posso dire che mi sono soltanto molto divertita. Non avevo missioni ne titoli per assumerne. Il tempo passato con questo romanzo mi ha visto sorridere da sola senza apparente motivo, correre ad appuntare frasi su qualsiasi cosa, fare ricerche, comprare libri, vedere film, decidere chi doveva essere il mio attore, “farmelo cascare dal cielo” sperimentare sensazioni e reazioni. Sono stata in compagnia dei miei protagonisti, sono stata l’una e l’altro. E, come nella vita vera, sto per chiedere il divorzio… Io vivo in una casetta piccola e tutta questa gente che si accalca, per dire. Il medico poi mi ha detto che non sono grave comunque (ride nda)».

Ma un libro così “nuovo”, per quale lettore sarebbe ideale?
«Credo che si scriva prima di tutto per sé stessi, a meno che non si stia progettando la rivisitazione del bugiardino della Tachipirina. L’ho scritto per me, poi per le mie amiche, così come ho precisato nei ringraziamenti: (…) “Nato da un’idea assurda e dalle contestazioni delle mie amiche davanti a pizza, birra e antiacido per digerire, sviluppatosi grazie all’editing feroce e aggressivo nel quotidiano spostamento da e verso il posto di lavoro, giunge qui, inaspettatamente timido (…). Poi mi sono detta che era forse la storia più lunga che stavo partorendo e ho cercato la possibilità di farlo uscire dal mio cortile per fare due passi».

Hai esperienze, con le antologie precedenti a concorsi e premi, cosa ne pensi? È tutto pulito?
«Io adoro i concorsi. Ho vinto zaini, cd, orologi, bollitori per il tè, e una volta pure duecento euro con il tagliandino laterale del biglietto della lotteria nazionale e, aspetta, pure una pista delle macchinine e una busta piena di spesa del supermercato…»

Ma dai…
«…No, seriamente. Proprio io non posso testimoniare il contrario anche se, ora che mi ci fai pensare non ho mai vinto una Fiat 500. Se non giochi non vinci, se giochi una volta sola non vale. A me piace molto mettermi in gioco, comprimere i pensieri a 12000 battute spazio compreso quando ho già superato 40000, mi piace combinare insieme le parole e leggere le combinazioni degli altri. Soprattutto le combinazioni degli altri, e ritrovarmi nelle loro dissertazioni. Partecipare ai concorsi è una bella cosa, mette in moto la sfida, la speranza, la mania di perfezione, la revisione. Dal concorso dello scorso novembre, ho ricavato un bel viaggio con delle amiche, ho scoperto Pisa, le persone fantastiche che vivono lì, i pici con il ragù, meravigliosi. Finalista, non ho vinto il primo premio ma nei primi trenta su più di duecentocinquanta mi basta. Una cosa è indispensabile: comprare sempre il libro vincitore, da lì puoi capire se la tua storia non andava bene per quel concorso, e se quel concorso non andava bene per la tua storia. Se sai scrivere, se sei obsoleto, se sei commerciale».

E Cortile Cacao, è già in corsa per premi?
«Certamente. È già iscritto ad un concorso. Ma anche un racconto e un quadro rispettivamente ad altri due concorsi».

Aspettative?
«In genere non mi aspetto nulla. Sogno in grande ma non mi aspetto niente di grandioso sulla terraferma. Una volta a teatro una mia amica attrice alla fine di una commedia ha detto al pubblico: se vi è piaciuto ditelo in giro, se non vi è piaciuto fatevi i fatti vostri. Allora ho riso. Ma solo perché a me era piaciuto, credo. Vorrei rispetto. Dal gradimento zero a quello dieci. Mi aspetto critiche costruttive, di quelle che ti fanno anche pensare di riscriverlo perché forse in effetti… vista così…»

Vista così?
«Nella vita temo il bullismo e il razzismo, ho scoperto i preconcetti, anche nell’editoria. A ogni modo, per ritornare alla tua domanda, vendere diecimila copie non sarebbe male però, cedere per milioni i diritti per un film e comprare una casa in un’isola dell’arcipelago di Tonga anche. Si dice che a Tonga gli abitanti siano tanto accoglienti, me li immagino a sorriderti tutte le volte che giri l’angolo…bellini, io potrei fargli le torte al cacao. Magari ci tento con il prossimo».

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