venerdì 24 maggio 2019

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Plausi e botte

Che imbarazzante silenzio sulle battaglie delle idee di Pietro Barcellona

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Sul giurista, politico e docente catanese, tra gli storici dirigenti comunisti, è caduto l'oblio dei giovani in cerca di padri nobili della politica e del rissoso arcipelago a sinistra del pigro Pd. Gli rimproverano gli ultimi anni vicini a Comunione e Liberazione, lui cattolico fautore di un’esperienza “altra”, di fede convinta e appassionata


di Antonio Di Grado

Intorno a una delle figure eminenti della cultura a Catania a cavallo tra i due secoli sembra essere sceso un imbarazzato silenzio, e proprio da parte di quelli che erano stati i suoi compagni di strada. Sto parlando di Pietro Barcellona, giurista, filosofo, politico e docente che fu tra i protagonisti della battaglia delle idee, e non solo in città ma in Italia, in questi ultimi decenni.

Eppure la sinistra, in cui militò da dirigente del PCI (fin quando, negli anni del dopo-Berlinguer, si tirò fuori da quel partito che rottamava la sua storia, le sue idee, le sue lotte), non lo ricorda e celebra come dovrebbe, anzi – come dicevo – ne tace. Ed è tanto più strano che non si ricordino di lui i giovani in cerca di padri, e gli anziani a corto di memoria, della sinistra radicale, del rissoso arcipelago che si stende a sinistra del pigro e rinunziatario Partito Democratico. E dire che nei loro vessilli, e nelle loro rievocazioni, svettano altri nomi di intellettuali engagés delle passate generazioni, primo fra tutti (e a buon diritto) quello di Giambattista Scidà, padre nobile di innumerevoli battaglie per la legalità e per la giustizia sociale.

Pietro Barcellona

Barcellona no, non c’è in quei vessilli. E non è il solo a mancare: fra i nomi che potrebbero ricordarsi, di intellettuali catanesi che svolsero un magistero tra i giovani ed ebbero risonanza coi loro libri a livello nazionale, si potrebbe citare anche Massimo Gaglio, illustre clinico e attento indagatore delle cause e dei risvolti di natura sociale delle patologie negli anni in cui Basaglia proponeva indagini analoghe, e quanto dirompenti, sul terreno della psichiatria. Ma in questo e in altri casi si tratta, appunto, di memoria corta, o meglio di una mancata trasmissione di memorie e valori da una generazione all’altra: una mancata trasmissione di cui la mia generazione, che sta un po’ in mezzo (tra i Barcellona, i Gaglio, gli Scidà e via elencando, e i giovani della gauche e dei centri sociali), è colpevolmente responsabile.

Ma nel caso di Barcellona si tratta solo di questo? No, non si tratta solo di immemore incuria, o di cesura generazionale (provate a chiedere a quei giovani di Ingrao, Foa, Lelio Basso o degli intellettuali del “Manifesto”: non so quanti risponderanno), o del carattere talvolta aspro di Barcellona che poteva suscitare rancori (come il mio: a lungo non gli perdonai, e me ne duole, di aver fatto da inquisitore in un piccolo “processo” che subii da militante, allora, del PCI). No, c’è ben altro.

C’è che negli ultimi anni Barcellona, peraltro di origine cattolica, aveva stretto un sodalizio con Comunione e Liberazione, e soprattutto con una figura prepotentemente carismatica come don Francesco Ventorino, il leggendario “don Ciccio” che per sessant’anni ha formato a Catania generazioni di giovani educandoli a un’idea della fede come amore, come esperienza, come incontro, come radicale metánoia non sempre in linea con le inerti gerarchie ecclesiastiche. E CL, da quella sinistra, è malvista, è ritenuta reazionaria, certo per colpa di certe sbandate destrorse e affaristiche di quella comunità (dalla parentesi berlusconiana al caso Formigoni), ma forse pure per l’incapacità di capire, se non con anguste categorie “politiche”, un’esperienza “altra”, di fede convinta e appassionata, di vita radicalmente votata a un Assoluto che si incarnò nella nostra storia feroce e miserabile.

Io stesso provengo da quell’esperienza (allora si chiamava GS, Gioventù Studentesca), e ne uscii assieme ad altri dopo il ’68, sull’onda del “dissenso” cattolico e delle battaglie e delle occupazioni studentesche, per approdare al “Manifesto” e successivamente al PCI. Ma quegli anni (in ultimo anche di liti e incomprensioni, ma sempre pervasi da un grande amore e da una profonda fede) me li sono sempre portati dentro come un paradiso perduto, come una scuola di rigore morale e di apertura all’Oltre. E quella luce continuo a scorgere nei miei amici di allora, nei miei bravi studenti “ciellini”.

Sarò per questo meno “di sinistra”? Non credo: rimpiango solo di non aver capito (e tanti, troppi come me) Pietro Barcellona.

© Riproduzione riservata
Pubblicato il 09 maggio 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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