Cesare Basile e la cometa della libertà: «La peste tocca a noi sconfiggerla»

Musica E' un cammino inverso quello del cantautore catanese, viaggio a Sud verso la circolartità del folk del deserto africano. Con "Cummeddia" (Urtovox), tra echi letterari, memorie popolari e affascinazioni musicali, la lotta contro ogni autorititarismo ha un nuovo manifesto: «Non so se le canzoni determinano ancora qualche cambiamento ma io guardo le cose e non mi giro dall’altra parte»

C’é sempre molta qualità in quello che si ascolta nei dischi di Cesare Basile. E c’è sempre qualcosa di nuovo che si coglie fra le pagine sonore di uno scrittore musicante che non si è mai accontentato di essere sé stesso ed è andato oltre. Non è un caso che il gruppo che lo accompagna da sempre si chiama i Caminanti, zingari della musica che ovunque si sentono a casa. E non è un caso che il cantautore catanese, uno che ha visto scorrere il rock più d’istinto nelle sue vene, e poi il cantautorato più impegnato e poi il folk più radicale, dall’alto dei suoi 55 anni si permetta ancora di costruire metafore che sono sfide per la vita, e guardare verso orizzonti musicali apparentemente lontani, che poi, nei fatti, tanto lontani non sono.

Cesare Basile

Cesare Basile

Lo avevamo lasciato a giugno ai Benedettini di Catania col bellissimo concerto insieme con Sanou Ag Ahmed dei Terakaft, formazione di blues tuareg del Mali: «Con i Terakaft, in effetti, c’è l’intenzione di fare cose insieme di cui al momento non posso dire molto» annuncia. Un incontro musicale, reso possibile grazie al Marranzano World Fest, che ha portato Basile sempre più dentro al percorso di incontro con le circolarità africane. E Cummedia, il nuovo disco in uscita l’11 ottobre ancora una volta per Urtovox, è certamente il disco più africano tra quelli a firma Cesare Basile dove il connubbio fra il nostro folk siciliano, le radici del blues e la circolarità del deserto è sempre più presente.

«E’ certamente l’album dove la forma canzone, di stampo occidentale, a cui siamo abituati è scomparsa quasi del tutto – commenta -. O se non è scomparsa è quanto meno nascosta bene. Si muove all’interno di questi cerchi che a volte sono concentrici, a volte sfuggono, o lasciano il cerchio per poi ritornarci. E’ un giocare intorno ad un centro con un centro che si sposta continuamente. Che è certamente una delle caratteristiche di un certo tipo di musica africana, questo spostare il centro da musicista a musicista. Questa è però una caratteristica che io trovo presente anche nel nostro folk. Io sono molto contento di questo disco e lo ascolto con piacere cosa che normalmente non faccio dei miei dischi soprattutto a breve distanza dopo averli registrati. Lo ascolto con piacere anche perché devo capirlo. Mi rendo conto di aver fatto cose nuove per me nuove e quando faccio cose nuove poi le voglio capire anche perché spesso le fai affidandoti all’intuito».

Anche noi in Sicilia abbiamo nella nostra memoria una certa simbologia circolare, grazie al canto del carrettiere, dove lo scorrere macchinoso e rumoroso della ruota del carretto segnava il ritmo delle cantate tradizionali. E il canto del carrettiere sta sempre alla base delle composizioni di Basile: «Il simbolo della ruota c’azzecca. La ruota pur girando intorno a sé stessa determina il movimento da un punto all’altro, è un centro che si sposta e fa spostare le persone».

"Cummeddia" di Cesare Basile

E da buon Caminante stavolta sei stato tu ad attraversare idealmente il mare per andare in Africa, in una fase storica in cui è l’Africa a cercarci. Qual era la tua esigenza principale?
«L’esigenza era quella di ritrovare un passato che ci appartiene in qualche modo. La Sicilia, come isola del Mediterraneo, ha questa vocazione più africana che Europea. E quando penso alla Sicilia la percepisco che si muove verso Sud, non che sale verso Nord, per una questione di cultura e culture stratificate nei secoli».

La peste di Albert CamusE tu in questo cammino inverso ti sposti seguendo una cometa – la “Cummeddia” del titolo dell’album – che stavolta non è presagio di natività, quindi di novità, ma di cose funeste, di peste, quindi di morte. Ma come scriveva Albert Camus nel suo celebre libro “La peste”, poiché “il bacillo della peste non muore né scompare mai” (l’invettiva era contro il nazismo e le brutture dell’ultimo conflitto mondiale) la lotta contro il male vive sulla voglia di vivere di ogni uomo e ha bisogno di sempre nuove battaglie.
«Nella tradizione popolare la cometa è stata sempre percepita come annunciatrice di sventure. E se io accetto questa lettura della cosa, tendo pure a ribaltarla. La cometa è sempre un simbolo di stravolgimento che poi viene interpretato dagli uomini da chi lo nota o lo subisce. E sta a chi lo nota o lo subisce a farlo passare per malattia o trasformarlo in guarigione. E la causa di un ipotetico stato di assedio, di chiusura, ma nello stesso tempo, è, a dirla con Albert Camus o Antonin Artaud, è occasione di guarigione. Cosa vuol dire la cometa? E’ presagio di qualcosa di grave che avviene, però non è presagio di come verrà risolta la cosa. E la peste può significare stato di assedio così come liberazione».

Come scrivi nelle note “di fronte all’ordine della peste l’unico gesto è la rivolta, quando la cometa aquilone annuncia non il castigo ma un nuovo cominciamento”.
«Certamente. Giocando sul significato della parola siciliana “cummeddia”, che vuol dire sì cometa ma anche aquilone, è sì foriera di tempesta ma anche simbolo di libertà, così come i fanciulli vedono l’aquilone nei loro giochi».

Cummeddia è un termine antico che oggi non si usa più.
«No, appartiene alla nostra storia. Mio nonno, che mi costruiva gli aquiloni, li chiamava cummeddia. Ma a secondo dei luoghi li chiamavano “cumeddia” o “cummedia”. Il mio è un ricordo sonoro più che certificato grammaticalmente, io questa parola la ricordo così, ma non sono sicuro che sia la pronuncia più corretta. La cosa certa è che in Sicilia significa sia cometa sia aquilone.

Nulla a che fare quindi con la commedia, anche se una certa assonanza c’è.
«Ma sai, stiamo parlando comunque di un grande stravolgimento, di confusione. Facisti ‘na cummedia, in fondo vuol dire proprio questo. E’ comunque un concetto che esprime un forte movimento, emotivo o fisico che sia».

Hai scelto come brano di lancio “L’arvulu rossu” dove ti prendi la briga di rendere giustizia, decenni e decenni dopo, ai deportati sessuali del fascismo in Sicilia…
«Ai “iarrusi” come venivano intesi. Rendere giustizia penso che sia una cosa veramente difficile…».

La città e l'isola di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio

Almeno rendere onore…
«Ecco, va sottolineata la memoria di un fatto che non è isolato nella storia. Non è la celebrazione di un fatto storico ma parla di un fatto avvenuto tanto tempo fa ma che da allora si è ripetuto costantemente nel tempo. Anche oggi vediamo che tipo di discriminazioni subisce la diversità, ma che possiamo estendere a qualsiasi tipo di diversità. Paradossalmente sotto il regime fascista non era punita per legge l’omosessualità, cosa che invece accadeva in Inghilterra negli stessi anni. Era comunque perseguita ma per volontà dei funzionari dello Stato che prendevano a scusa la morale per perseguitare gli omosessuali. Così fece Alfonso Molina, questore di Catania che trovò l’escamotage per perseguitare questi ragazzi molto giovani. Quello che mi ha spinto a scrivere questa canzone è che quando leggevo quello che era successo a Catania in quegli anni, ben descritto nel libro “La città e l’isola”, bellissimo e amaro libro scritto da Gianfranco Goretti e Tommaso Giratorio, i discendenti di Molina fecero togliere la targa che ricordava le persecuzioni subite per mano del loro avo da questi ragazzi. E io la canto questa canzone, e la canto in faccia ai familiari del signor Molina».

Solo sei mesi fa circa il Forum della famiglia di Verona ha ospitato punti di vista non molto dissimili da quello del 1939 del questore fascista. Ma allora c’è veramente aria di nuovo fascismo in Italia?
«Fa comodo giocare su questa sorta di fascismo per poveri che attraverso un populismo dilagante serve solo a farsi tanta propaganda. L’abbiamo visto con Salvini e la propaganda della Lega. Poi c’è quello che si può definire il fascismo delle istituzioni che continua ad essere autoritario nei confronti delle criticità che attraversiamo, nei confronti di chi dissente. Per estensione se volgiamo possiamo usarla la parola fascismo, alla base c’è sempre una gestione autoritaria del potere che difende i privilegi».

E la risposta qual è? Cantare la libertà degli individui, come hai sempre fatto?
«Se parliamo di fascismo la cosa più giusta la disse Giuseppe Berto e cioè che il fascismo si combatte con la libertà e non con le leggi. Identifica bene il problema, un problema di valori, di punti di riferimento. Non è una legge che ci può difendere dal fascismo, ma il cambiamento della società, coltivare i valori delle libertà individuali, il rispetto della dignità di tutti, capire che la mia libertà non finisce dove comincia quella dell’altro perché la mia libertà comincia dove comincia quella dell’altro».

Diciamo pure che i concetti di autorità e patria non ti stanno proprio simpatici tanto che ci apri il disco cantando “Mala la terra ch’è patria”.
«E’ proprio così anche se poi qualcuno ti tira fuori il discorso dell’autodeterminazione dei popoli».

Proprio oggi sui social ti auguri che questa “cometa” sia presagio di sventura “per quel macellaio di Erdogan e annuncio di liberazione per il popolo curdo”.
«E’ chiaro che la questione non si risolve con una canzone. Ma quando i populisti di tutto il mondo si riempiono la bocca col concetto di patria va loro ricordato che da sempre con la scusa della patria si sono mandate a morire tantissime persone e sulla pelle delle persone si è esercitato un potere assoluto».

La questione dei popoli la affronti nella canzone numero 3 “Sugnu talianu”, dove riprendi vecchie ballate popolari siciliane per ribadire il concetto dell’essere nato siciliani per poi trovarsi italiani.
«Sì, sono testi presi da ballate tradizionali dove si parlava dei siciliani che si interrogavano, dopo aver creduto alle promesse della Stato italiano risorgimentale, su quello che è stato alla fine il Risorgimento per questa terra. Come ha cantato Salvo Ruolo “Canciari Patruni ‘Un E’ L’bittà».

Se non italiano almeno siciliano ti ci senti?
«Siciliano mi ci sento ma non sento la Sicilia come la mia patria. E’ la terra dove sono nato che mi ha formato, dove sono cresciuto, terra che mi ha dato una lingua, che mi identifica come persona e che nello stesso tempo mi apre al mondo, non mi chiude al suo interno di essere patria».

E non ti chiude al dialogo con chi viene da fuori.
«La Sicilia la vedo come una nave, e in quanto nave appartiene al mare».

Oggi, pochi giorni dopo l’ennesima tragedia a ridosso delle nostre coste, dove altri bambini sono morti in mare, sentire una canzone come “La naca di li anniati” è un colpo duro allo stomaco.
«Come sempre pagano i più deboli. Mi piacerebbe non doverle scrivere queste canzoni ma ci sono momenti in cui queste cose vanno scritte e vanno cantate perché si possa determinare qualche cambiamento. Ora non so se le canzoni determinano ancora qualche cambiamento ma serve a prendere una posizione, a guardare le cose. E io guardo le cose, non mi giro dall’altra parte».

Cesare Basile

Cesare Basile

Ci sono un po’ di amici che ti affiancano in questo nuovo lavoro. Se non ricordo male è la prima volta che collabori con Alfio Antico.
«Con Alfio Antico è stata la prima volta che abbiamo lavorato insieme ed è stata un’esperienza bellissima. Tra tamburi, voci e sgrusci ha messo il suo sale un po’ su tutto l’album. Finito il lavoro sul mio album mi ha chiesto di produrre il suo nuovo album quindi la nostra collaborazione è andata avanti. Con Alfio ho avuto forse il mio primo contatto diretto col mondo della tradizione, anche se Alfio la interpreta a modo suo e ne fa qualcosa di unico. Lui non è un musicista folk da manuale, è uno che assimila i suoni sia dei pascoli di montagna come della città e li trasforma nella sua musica».

Ci sarà alla primna data del tour il 16 ottobre al Coppola di Catania?
«Se sarà a Catania e vuole venire è benvenuto. Certamente ci sarà un suo tamburo, bellissimo, che mi ha regalato, e che dal vivo lo suonerà Alice Ferrara».

Maglietta Cummeddia di Cesare Basile

Maglietta “Cummeddia” di Cesare Basile e i Caminanti

Alice è una new entry tra i Caminanti.
«All’inizio era venuta in sala per i cori. Poi ci siamo appassionati al suo talento ed è entrata in questa nuova formazione dei caminanti. Tra gli ospiti abbiamo avuto il ritorno di Hugo Race, non facevamo cose insieme da tanto tempo. Di passaggio abbiamo avuto Rodrigo D’Erasmo e Roberto Angelini…».

…il violino di Rodrigo D’Erasmo suona come una chitarra elettrica…
«In questo album tutti i suoni suonano un altro da sé ed è una cosa che mi piace molto. Gli strumenti finiscono di essere strumenti e diventano suoni. Altro ospite fondamentale è stato Gino Robair percussionista americano d’avanguardia votato all’elettronica, uno che ha lavorato con Tom Waits o Lee Ranaldo dei Sonic Youth. Lavorare con lui è stato molto interessante».

E’ la prima volta che si sente l’elettronica più protagonista in un tuo disco.
«Devo dire che l’avevo colpevolmente ignorata. C’erano state incursioni nei dischi precedenti. Prima di registrare mi ci sono imbattuto di nuovo e ho deciso di non voltarmi dall’altra parte ed ho scoperto un mondo dalle potenzialità creative enormi. I miei incontri sono spesso fortuiti e si trasformano in grandi amori. L’importante è che le cose che incontri ti diano sempre colori nuovi sulla tavolozza».

Tu non sei andato in Africa ma tra gli strumenti suoni lo ‘ngoni africano. Suonerai in Africa prima o poi, viste le nuove amicizie?
«Lo spero, mi piacerebbe molto.  Lo ‘ngoni è una sorta di chitarra a quattro corde originaria della zona tra Mali e Burkina Faso, da dove viene il mio. Io prendo gli strumenti e cerco di capire che cosa ne posso tirare fuori».

Il tour nazionale parte ancora una volta dalla Sicilia, il 16 ottobre al Teatro Coppola – Teatro dei cittadini di Catania, il 17 al Retronouveau di Messina, il 18 allo Spazio Franco di Palermo ed il 18 all’Arsonica di Siracusa. Una scelta? Che set avete pensato per i live?
«Dal vivo saremo io, Massimo Ferrarotto alle percussioni e batteria, Sara Ardizzoni alla chitarra elettrica, Alice Ferrara che suonerà tamburi a cornice, percussioni africane, sintetizzatori e canterà, e Vera di Lecce anche lei ai tamburi a cornice, percussioni, sintetizzatori e voce. Siamo in cinque senza basso».

 

Cesare Basile e i Caminanti 2019

Basile e i Caminanti versione 2019: da sinistra Vera Di Lecce, Alice Ferrara, Massimo Ferrarotto, Sara Ardizzoni e Cesare Basile

Le altre date del tour: giovedì 24 ottobre Teatro dell’ acquario, Cosenza; venerdì 25 ottobre Arci Centocittà, Crotone; sabato 26 ottobre Scugnizzo Liberato, Napoli; lunedì 28 ottobre Scumm, Pescara; mercoledì 30 Ottobre Angelo Mai, Roma; venerdì 1 novembre Arci Progresso, Firenze; sabato 2 novembre Caracol, Pisa; domenica 3 Novembre Cisim, Lido Adriano (Ravenna); giovedì 7 novembre Germi, Milano; venerdì 8 novembre Citabiunda, Neive (Cuneo); sabato 9 novembre Black Inside, Lonate Ceppino (Varese); domenica 10 novembre Mon amì, Montichiari (Brescia). 

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