mercoledì 21 agosto 2019

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Plausi e botte

Brancati desidera ancora ferventemente di essere a Zafferana?

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Può un premio letterario dalla storia illustre come il Brancati-Zafferana tornare a lasciare il segno come ai tempi in cui Moravia, Pasolini e Sciascia erano in giuria? Aveva ragione Manlio Sgalambro: la cultura non deve essere amministrata. Solo liberi da elemosine istituzionali, da atenei e maîtres à penser può venir fuori una nuova progettualità all’altezza dei tempi


di Antonio Di Grado

«Sono a Zafferana Etnea e desidero ferventemente di essere a Zafferana Etnea. Ma se già mi trovo in questo piccolo paese? Ebbene, desidero lo stesso di trovarmi in questo piccolo paese. Non che la realtà mi lasci deluso: al contrario, mi dà un diletto così forte da spingermi al desiderio acuto di lei…».

Così scriveva Vitaliano Brancati della sua Zafferana, buen retiro, appartato osservatorio, terzo polo assieme a Catania e a Roma d’una inquieta geografia dell’anima. In quel villaggio aveva villeggiato Federico De Roberto, mito personale – per Brancati – di ottocentesca onestà intellettuale e letteraria, da opporre al chiasso e alle improvvisazioni del Novecento. Vestito di bianco, il raffinato autore dei Vicerè passeggiava nottetempo nei boschi: e i contadini, atterriti, lo prendevano per un fantasma.

Vitaliano Brancati

E a Zafferana, nel nome di Brancati, si diede vita negli anni Sessanta a un premio (appunto il “Brancati-Zafferana”) la cui prestigiosa giuria univa alcuni dei nomi migliori dell’intellighenzia d’allora, da Alberto Moravia a Pier Paolo Pasolini e a Leonardo Sciascia. Breve e tormentata, la storia di quella giuria: fu subito scontro tra Moravia e Pasolini che sostenevano la Morante e Sciascia che sponsorizzava un elegante e oggi obliato scrittore siciliano, Antonio Castelli, che da lì a poco sarebbe morto suicida. E poi era il ’68: inevitabile, perciò, da parte degli stessi giurati la contestazione del tradizionale premio letterario; Pasolini, all’insegna del suo evangelico populismo, proponeva addirittura una giuria di vignaioli di Zafferana.

Ci fu chi propose di assegnare il premio ai terremotati del Belice; e chi ad Aldo Braibanti, vittima allora d’un clamoroso processo per plagio che era, in realtà, un processo all’omosessualità. Eroici furori, certo ingenui ma pure da rimpiangere, in questo nostro presente conformistico e mediocre. Dall’altro lato della barricata, torme di fascisti locali organizzavano un vile e volgare lancio di ortaggi ai danni del povero Pasolini: e forse quella turpe sceneggiata fu l’incipit d’una vicenda che si sarebbe conclusa, tragicamente, al lido di Ostia.

Premio Brancati del 1968 con Maraini, Pasolini, Sciascia, Moravia. Fonte Pro Loco Zafferana

A Zafferana vennero in quegli anni Ezra Pound e Lucio Piccolo, per non parlare di Vanni Ronsisvalle, anima del Premio, e di “giovani” come la Maraini, Consolo, Addamo. E a Zafferana, conosciuta grazie al Premio, Sciascia ambientò uno dei suoi romanzi migliori, Todo modo: e cos’è, l’eremo dal non casuale nome di Zafer, se non l’orrendo cubo di cemento detto Emmaus che deturpa quei boschi? Luogo ideale, quello, per mettere in scena il suicidio del Potere e i concentrazionari, delittuosi esercizi spirituali della nomenklatura.

A Zafferana, tutt’oggi, si celebra il premio Brancati. Almeno il premio sopravvive, che non è poco vista la mortalità tutt’altro che inevitabile di tante altre, e altrettanto prestigiose, iniziative similari, dal premio Etna-Taormina al premio Vittorini di Siracusa. Sopravvive senza i Moravia, gli Sciascia, i Pasolini d’antan, sostituiti da laboriosi ed encomiabili operatori locali o da illustri vacanzieri continentali che purtroppo non lasciano alcun segno. Colpa loro? Colpa, semmai, di una cultura che non può o non sa fare da sé, che continua fatalmente a dipendere da amministrazioni sempre più povere e da ceti politici sempre più… in tutt’altre faccende affaccendati.

La stessa sorte, di indigenza e di routine operosa ma non all’altezza dei progetti, tocca del resto all’intero parco delle istituzioni culturali isolane, ai teatri, alle fondazioni (la Fondazione Sciascia di Racalmuto, la Fondazione Verga di Catania), costrette a elemosinare all’uscio di enti e segreterie sicuramente più interessate alle sagre del carciofo o del pesce azzurro, procacciatrici di oceanici consensi. Ma dato a Cesare quel che è di Cesare (povero Cesare, così sovente alle prese con default, infiltrazioni varie, procedimenti giudiziari!), siamo certi che non possa farsi di più e meglio? Che dagli atenei ai singoli e appartati maîtres à penser non possano venir fuori idee, risorse, insomma una nuova progettualità all’altezza dei tempi?

Quando organizzai a Catania, or sono ben ventisei anni, gli Stati generali della cultura, chiamando a raccolta intellettuali, artisti, operatori culturali per riflettere insieme e coordinare energie, a quell’assise intervenne tra gli altri Manlio Sgalambro, con dichiarazioni come al solito affilate e scontrose: la cultura, disse, non può e non deve essere amministrata. Lì per lì, da “amministratore” qual ero allora, ci restai male; ma aveva ragione, e come se aveva ragione. Liberarsi dall’abbraccio della politica, dagli interessi e dalle controversie locali, dalle incursioni neocoloniali così come dall’ombra del campanile, a Racalmuto come a Zafferana come a Roccasecca sarà necessaria e vitale premessa perché nascano idee nuove. Che superino, magari, la rassegna sovente melensa del premio letterario, l’inutile e ostica kermesse del convegno di “addetti” col compitino tirato fuori dal cassetto, e soprattutto la sfilata di politici inadeguati e vaniloquenti.

© Riproduzione riservata
Pubblicato il 03 maggio 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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