“Terra Nostra”, l’utopia green
di chi cerca una seconda chance

Volontariato e Onlus A Caltagirone un antico palmento trasformato in attività ristorativa: è il progetto di inclusione socio-lavorativa per le persone che soffrono di disagio psichico. «Un modo diverso - spiega uno degli educatori - di convivere con la malattia mentale. Facciamo in modo che i pazienti siano protagonisti delle proprie scelte»

A Caltagirone, il pregiudizio contro la malattia mentale è andato a farsi… friggere. E l’inserimento sociale è il piatto forte del menù. Quattro ettari di solidarietà in un antico palmento trasformato in attività ristorativa green per un’esperienza unica in Sicilia. Nel cuore della Riserva Naturale di Bosco San Pietro, a Piano San Paolo, tra querce secolari di sughere giganti e alberi di pesche “insacchettate”, Terra Nostra non è soltanto il ristorante/pizzeria a filiera corta – anzi cortissima – con l’orto in cucina, ma è l’utopia possibile dell’inclusione socio-lavorativa delle persone che soffrono di disagio psichico. Coinvolge educatori psichiatrici e pazienti in un lento e graduale percorso di rinascita.

L'ingresso del ristorante della cooperativa agricola

«Un modo diverso di convivere con la malattia mentale. Facciamo in modo che i pazienti siano prima di tutto protagonisti-attori. Il nostro compito è quello di accompagnarli a fare delle scelte in prima persona per conquistare una dimensione di vita normale. Abitativa, sociale e soprattutto lavorativa». Usa le parole con cautela, Andrea Nicosia, educatore psichiatrico, con un’esperienza ultraventennale nel campo della salute mentale. Dalla coltivazione dell’orto-giardino con i prodotti freschi di stagione al lavoro tra i fornelli, dal servizio all’accoglienza in sala, è una terapia originale e alternativa per la conquista della propria dignità e autonomia.

La cooperativa sociale agricola Terra Nostra dal 2004 fa parte della rete Fattorie Sociali della Sicilia e offrono servizi multifunzionali per soggetti deboli e aree svantaggiate. Nel 2011 la svolta. Andrea si guarda attorno: Ignazio, Nando, Giuseppe, dopo anni di terapia farmacologica idonea e specifica e il supporto psichiatrico improntato all’ascolto e al rispetto nella comunità “La Grazia”, sono pronti a rimettersi in gioco. Arrivati in comunità per strade e luoghi diversi, ciascuno con il proprio doloroso bagaglio di traumi personali e familiari ha capito sulla propria pelle che la vita può essere una partita di calcio: a volte si vince ai supplementari. Hanno imparato a convivere con la malattia mentale e a schiena dritta vogliono tornare in quella società che li ha trattati come figli di un dio minore.

L'interno del ristorante-pizzeria

«A 32 anni, dopo la morte di mio padre, ho toccato il fondo. Sono sprofondato nella depressione più nera: dimagrivo, non mangiavo più vivevo da solo come un barbone. Avevo perso la cognizione del tempo e dello spazio. A salvarmi dal baratro, la segnalazione del comune di Scicli, il paese dove vivevo, per il Tso (trattamento sanitario obbligatorio). Il dottore Antonino Napoli mi disse che avevo bisogno d’aiuto e dovevo cambiare vita. Accettai. Mi convinse non solo per gli argomenti ma perché finalmente qualcuno si stava prendendo cura di me. Mi portò a bere un caffè e durante il tragitto mangiammo insieme. Come due vecchi amici». Ignazio Manenti, 44 anni, parla così della sua vita precedente. Lo fa con distacco, pur consapevole che la serenità dell’oggi è il risultato di un duro lavoro su se stesso per accettare il proprio malessere, la difficoltà di entrare in relazione con gli altri, di scommettere su se stesso, di superare passo passo i limiti del vivere quotidiano. Anche farsi un caffè o cucinare la pasta, è una piccola grande conquista.

Ognuno dà il proprio contributo: qui uno dei soci si occupa della sala

«Non è stato facile all’inizio – ricorda Ignazio, seduto al tavolo del ristorante Terra Nostra dove lavora come cameriere – ma grazie alla fiducia di Andrea e degli altri operatori che hanno creduto in me, ho trovato il coraggio di rialzarmi». Oggi Ignazio condivide la quotidianità in un gruppo appartamento con altre tre persone. E come tutti, con gli alti e bassi della vita, affronta le giornate tra la casa, il lavoro, i corsi di onoterapia con gli asinelli che hanno in comunità per aiutare i bambini che hanno difficoltà. A Terra Nostra, che è anche un b&b, ognuno s’impegna a dare il suo contributo. C’è chi fa il lavapiatti, chi il cameriere, chi si occupa della cucina insieme alla cuoca Giusy che porta sulla tavola i piatti dell’orto, le carni di animali che vivono allo stato brado nelle vicinanze della cooperativa. Valorizzando con una infinita fantasia di pizze, lievitate con lievito madre, i grani antichi siciliani. E per gli appassionati di Coca Cola, fatevene una ragione: qui non ce n’è neanche l’ombra.

Andrea guarda con soddisfazione e orgoglio la sua squadra. «Abbiamo fatto tutto da soli. Le istituzioni non ci sono e non ci sono state. Certo, questo era un sogno che si è realizzato perché è importante dare una prospettiva di vita e di lavoro. Qui ciascuno esprime il suo potenziale sentendosi parte integrante e importante del ciclo produttivo. Sarebbe bello se ci fossero altre realtà come queste nel territorio siciliano ma finora siamo gli unici». Terra Nostra collabora da alcuni anni con altre realtà sociali attive in Toscana, in Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Puglia, per creare momenti di scambio e di confronto, per costruire percorsi riabilitativi per l’inserimento lavorativo.

Uno dei soci della cooperativa si occupa del forno della pizzeria

Per Andrea, Ignazio, Nando, Daniele, Giovanni, Walter,Giuseppe ed Alessandra, i sogni sono come le ciliegie, uno tira l’altro. «Vorremmo acquistare questa struttura – dice Andrea -. Certo è un sogno ad occhi aperti, come lo era il ristorante, il bed & breakfast. Ma chissà…». Per molti di loro, stare a fronte alta in quella società che li aveva trattati da reietti è un gran bel risultato. «I clienti mentre li servo al tavolo mi chiedono consigli su farmaci antidepressivi». La risata di Ignazio spazza via ogni dubbio: la lunga notte è passata.

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