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Siamo tutti quadri

Blog Siamo tutti quadri dipinti con ostinazione più volte su un’unica tela iniziale dove il pittore fa un’ultima ma non ancora definitiva stesura. Quei graffi nascosti non sfuggono al tocco leggero di chi capisce, quello che era stato e che non è più, l’intrusione del recente con l’antico, nel continuo ed incessante mescolarsi del prima e del dopo che è la vita

Nelle prime ore del mattino, quando tutto era ancora silenzio e la notte indugiava ad abbandonare le stanze degli uomini, D. provava il piacere che solo una vera solitudine può dare. Il sapere che in casa ci fosse solo lei e non altri che ancora dormivano e verso cui avrebbe dovuto avere la cura di non fare rumore per non disturbarne il sonno, le regalava una assoluta libertà mai goduta prima, la stessa  condizione che, in altri momenti invece, le causava profonde ed acute fitte di sconforto.

Gli amanti di Magritte

Era quello il tempo in cui le piaceva imbastire le trame dei suoi racconti. Si avvolgeva nella comoda vestaglia di lana blu scuro, consumata e sbiadita che sua madre non aveva più voluto perché diceva, le ricordava spiacevolmente la sua vecchiaia. Ricreava così il suo angolo del pensiero davanti a un foglio vuoto. In quel bozzolo virtuale si disponeva agli atti consueti per quella che presuntuosamente definiva, ispirazione artistica.

“Lo specchio falso” di Magritte

Aveva, come le grandi scrittrici, un rituale fatto di sequenze precise, quasi propiziatorie: le sigarette ed il piccolo portacenere rotondo con i girasoli stampati sul fondo cobalto, i tre biscotti a cui aggiungeva sempre  un pari ma furtivo supplemento e la tazza di tè fumante, ché, nella vita, mai cose tiepide, o gelide o bollenti. Seppure nella ripetizione e nella costrizione della conformità di gesti, non aveva nessuna idea su cosa scrivere e quale fosse l’input per cominciare, lo scopriva solo al momento di farlo. Sapeva solamente che era un modo d’abbandonare la sua realtà lasciando alla fantasia l’autonomia del creare, di dare corpo ai pensieri anche quelli più bizzarri, singolari. L’incessante lavorio del suo inconscio, coacervo di sensazioni, ribollente come una salsa da stringere  messa sui fornelli, la riallacciava a ricordi dimenticati, spesso distorti o le restituiva attraverso percorsi mentali sconosciuti, stralci di vita non necessariamente suoi ma ascoltati, letti, o raccontati in un film o di quanto sognato ed ancora tenuto in punta di mente. Lei non sapeva se fosse facile o difficile e se quello che scriveva riuscisse sempre nell’intento di comunicare le sue emozioni.

“La solitudine” di Michela Amato

Scrivere la divertiva, la rattristava, l’immalinconiva, la faceva sognare e desiderare di morire: la ricerca delle parole, il combinarle in frasi, l’arricchirle con aggettivi la conducevano in un emporio deserto dagli scaffali illimitati, dove andava a spasso tra scritti immortali le cui parole saltavano rinvigorite nel carrello dove lei lasciava che si legassero secondo i loro uzzoli, i loro capricci. Capitava anche di ricordare riflessioni, che riaffioravano prepotenti all’orecchio della mente, di cui aveva avvertito la particolare autenticità, la spietatezza della verità, ma anche il rammarico di averle in testa ma mai pensato di scriverle perché ancora troppo infantile e timorosa dell’altrui giudizio. I pensieri, che trovava pertinenti con la storia che prendeva forma, le imponevano allora di cercare con affanno il libro, sforzandosi a risalire all’autore di cui la sua memoria cribrosa spesso non ne faceva sovvenire immediato il  nome.

Impiegava così il tempo a rileggere, confermandosi mai degna di alcun paragone con quei grandi che dell’animo scrutavano i gemiti, i moti comuni a tutti gli uomini ma di cui ognuno spesso ne ignora il possesso o, se lo percepisce, si danna per l’incapacità di esprimerli. I grandi  invece,  liberi da zavorre morali e falsi pudori, nell’apparente ma improbabile facilità del loro argomentare riescono  a mettere a nudo e toccare i punti dolenti di ciascuno, rassicurando il lettore di come il sentire sia universale, nel conforto di scoprirsi uguali, dal più raffinato al più umile intelletto. Inadeguatezza, aspettative, angosce, delusioni, tutte le molteplici sfaccettature di ogni personalità  diventavano i tasselli di cui, anch’ella nei suoi limiti, voleva dire per celebrare a suo modo le preziosità e le bieche meschinità dell’animo umano.

Improvvisamente, di colpo spariva la scrivania, il computer, la piccola stanza, crollavano i muri e appariva la scena, la rappresentazione teatrale e tutto cominciava ad esempio, così: la sala da pranzo odorava di cicche spente, di vino residuo nei bicchieri, di cibo stantio nei piatti non svuotati della sera prima e incrostati di sughi ed intingoli che andavano coagulandosi in pasto ad avide vite microscopiche. Questo rimaneva di quella cena tra amici. Nella penombra del primo mattino, che la luce del nuovo giorno ancora non arrivava con la stessa solerzia del suo non dormire, contemplava quel desco disordinato e caotico, vero esempio di entropia conviviale. In quel caos di stoviglie sporche, tovaglioli appallottolati, briciole di pane e bottiglie rimaste senza tappo, si soffermò a guardare le bucce d’arancia nei piatti, domestica diagnosi psichiatrica dello sbucciare un frutto. C’era chi aveva diviso la scorza in spicchi segnati prima con la punta del coltello e che ora giacevano, sovrapposti in pila come scafi vuoti, l’uno sull’altro in perfetto ordine al rimessaggio per la stagione invernale, chi invece ne aveva fatto un’unica e perfetta spirale dal passo aureo, costante con l’apice proteso in cima, e chiusa riproduceva ingannevoli sembianze di un frutto ancora integro che invece non c’era più; un altro ancora aveva dilaniato la buccia, senza neanche bisogno di inciderla con la lama del coltello. L’aveva osservato mentre lo faceva: aveva infilato un’unghia e strappato l’involucro con la calma ferocia con cui  riduceva a brandelli ogni cosa, ogni persona che incappava nel suo cammino.

il desco disordinato di un fine pasto

Era uno di quegli individui pericolosi in cui l’unica possibilità di salvezza è allontanarsi prima di finire nel loro tritacarne. Le piacque citare le parole di Marias, il ballerino di flamenco: “Sono quelle le persone da cui, nel bene e nel male occorrerebbe prendere le distanze, quelle che non perdonano la lealtà nei loro confronti né che li si accudisca o che le si difenda, che si sentono umiliate dall’affetto, dalle buone intenzioni, quasi questo li sminuisca o che li ponga in condizione di debito o che li obblighi in qualche modo ad un ricambio, ma sono gli stessi  intransigenti che non perdonerebbero mai nessuna slealtà nei loro confronti; anche la più banale, la più formale; sono le persone impossibili nei confronti delle quali l’unica possibilità è di non esistere per loro, diventare invisibili, scomparire”. 

Per lei invece ogni individuo per l’altro rappresenta un regalo, incarna l’espressione di un  sapere personalizzato, un patrimonio culturale, a cui non è possibile sottrarsi, nella continua necessità di confronto, nel bisogno di arricchimento reciproco, nel tentativo di migliorarsi. E’ un incontro in una galleria d’arte dove ognuno è compendio di complesse e raffinate produzioni in grado di trasmettere sublimi e significativi messaggi; il quadro d’autore che offre se stesso nell’incessante desiderio di essere gradito, di piacere.

Siamo tutti quadri dipinti con ostinazione più volte su un’unica tela iniziale dove il pittore fa un’ultima ma non ancora definitiva stesura, che copre sovrapponendo quanto precedentemente dipinto e cancellato forse con l’orrore dell’artista per la banalità delle scene, per la mediocrità delle tempere a suo tempo usate ed allora sovrappone al precedente ma sa benissimo che non inganna nessuno e che solo ad un esame superficiale possono non avvertirsi gli spessori diversi. Quei graffi nascosti che non sfuggono al tocco leggero di chi capisce, allo sguardo di un occhio attento che intuisce, riconosce ed a volte assolve,  quello che era stato e che non è più, l’intrusione del recente con l’antico, nel  continuo ed incessante mescolarsi del prima e del dopo che è la vita.

La notte stellata di Van Gogh, MoMa di New York

 

 

 

 

 

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