Oliveri, borgo marinaro tra buone pratiche ed eccellenze del gusto

Itinerari Dal Mamertino Doc alle granite "più buone del mondo", dai formaggi a chilometro zero alla cucina che profuma di mare: il piccolo centro sulla costa tirrenica, a pochi passi dal promontorio di Tindari e dalla Riserva dei Laghetti di Marinello, si distingue per il senso civico della sua comunità. Un luogo dove vivere una vacanza dai ritmi lenti, assaporando i colori della natura

La lunga distesa di sabbia detta “a punta” cinge dal mare Oliveri, incastonandola come una perla nel tipico paesaggio peloritano tra la lussureggiante vegetazione e le acque limpide del Tirreno. Adagiato in pianura, questo piccolo borgo in provincia di Messina di circa 2500 abitanti, è una tappa obbligata per quanti vogliono ammirare la straordinaria bellezza della Riserva Naturale dei Laghetti di Marinello, candidata a Patrimonio dell’Unesco, dove si rispecchia il Santuario della Madonna Nera eretto sulla sommità del promontorio di Tindari, in un affasciante gioco di luci e sfumature. Ad Oliveri, che fin dall’epoca araba è stata tra le tonnare più importanti della Sicilia nord-orientale, sembra ancora di sentire la voce del rais che irrompeva nella quiete paesana incitando i “tonnaroti” a varare i grossi palischermi per la cattura.
È un colpo d’occhio che lascia ammutoliti: la spiaggia di sabbia e di piccola ghiaia, dominata dal castello normanno, si estende per tutta la conca naturale intercalata da una teoria di calette e grotte, molte delle quali visitabili solo dal mare. Stefano Barresi, a bordo del suo “Pellicano”, sciorina nomi che conosce fin da bambino. Ecco la “Don Felice” e la “Don Mariano”, in omaggio ai pescatori che qui gettavano le loro reti. E ancora, “Il serpente” e la Grotta di Mongiove che irrompono a strapiombo sul mare. Il racconto di Oliveri, un tempo porto di quell’antica Tyndaris, denominata da Cicerone “nobilissima civitas”, si srotola tra storia e leggenda.

Stefano Barresi a bordo del Pellicano

Stefano Barresi a bordo del Pellicano

«In Sicilia quando le acque si trovavano a livelli più bassi – spiega Francesco Pensabene, giovane geologo ed appassionata guida naturalistica – molte terre si trovarono in comunicazione, come ad esempio lo Stretto di Messina, il Canale di Sicilia e lo Stretto di Gibilterra, consentendo così la migrazione da un luogo all’altro di specie animali e vegetali appartenenti ad ecosistemi differenti. Tant’è che non è affatto strano – continua – aver ritrovato nella Grotta di Donna Villa fossiliferi di mammiferi, ippopotami, cervi ed orsi di età quaternaria tra stalattiti di origine carsiche».
Interdetta alle visite per il pericolo di crolli, la grotta ha nutrito la fantasia popolare. «Secondo una leggenda – racconta Francesco – era abitata da una maga che con il suo canto ammaliava i naviganti per poi divorarli. Ma ogni volta che qualcuno gli sfuggiva, lei sfogava la sua rabbia affondando le dita nella parete: a questo, secondo le credenze, sono dovuti i piccoli fori che si aprono nella roccia».

I Laghetti di Marinello candidati a diventare Patrimonio dell'Unesco

I Laghetti di Marinello candidati a diventare Patrimonio dell’Unesco

Oliveri ha recentemente fatto parlare di sé perché, dal mese di maggio di quest’anno, gli “oliveroti” sono diventati un esempio di buone pratiche di cittadinanza attiva. È infatti diventato virale sui social, il video che ha per protagonisti cittadini intenti a rigenerare spazi degradati. Segnali di una collettività che tenta di diventare comunità, dove ciascuno mette a disposizione tempo, creatività e professionalità. Si danno appuntamento il fine settimana per dipingere ringhiere o trasformare aree abbandonate in aiuole. Per “fare”, abbandonando la stanca litania di luoghi comuni. Un movimento spontaneo nato subito dopo l’elezione della nuova amministrazione comunale che ha realizzato una sinergia tra pubblico e privato, con il coinvolgimento di alcune aziende che hanno dato il proprio contributo in termini di servizi, a costo zero. È il primo esempio in Italia di “edilizia solidale”, che quantificata in numeri ha prodotto, secondo le stime dell’amministrazione locale, un valore di 350mila euro per il lavoro svolto dai volontari.

«Abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di dare un volto nuovo al nostro paese, senza stare ad aspettare che lo facessero gli altri». A parlare è Salvatore Gullo, neo presidente della Proloco di Oliveri, nata da qualche mese. Un drappello di circa 35 volontari la cui mission è la valorizzazione del paese attraverso un’offerta turistica integrata del territorio, che lega la rete sentieristica montana, fluviale e le escursioni in barca alle emergenze storico-culturali. «Avvieremo anche un protocollo d’intesa con i proprietari del castello – continua Salvatore – per far visitare il giardino di macchia mediterranea e per l’utilizzo, a scopi divulgativi, di uno degli ultimi palischermi allo scopo di tramandare, soprattutto alle nuove generazioni, il racconto di quella che era l’attività economica principale per il paese, la pesca dei tonni, ma soprattutto l’affresco di un mondo con le sue regole e la sua cultura, ormai estinto». Un work in progress che lega memorie e prospettive.

I volontari della Proloco di Oliveri

I volontari della Proloco di Oliveri

Crogiuolo di eccellenze – dal vino alle granite, ai formaggi e alla cucina verace che profuma di mare, alla musica che sa di note e di sale – Oliveri offre l’opportunità di vivere una vacanza dai ritmi lenti, dov’è possibile percorrere in bici le vie del paese, respirare il profumo di salsedine che giunge fin sul lungomare e assaporare i colori del tramonto con la complicità di un calice di vino. Ed è proprio da quel Mamertino conosciuto fin dall’antichità, il preferito dall’imperatore Cesare, che inizia il tour alla scoperta di questo borgo marinaro dal cuore accogliente.

Già dall’autostrada, il colore viola dell’azienda Gaglio Vignaioli dal 1910, è un colpo d’occhio. Una scelta elegante che sottolinea, l’audacia delle proprietarie, Maria Teresa Gaglio e Flora Mondello, madre e figlia, architette, che hanno deciso di non abbandonare l’azienda agricola di famiglia dove un tempo Francesco Gaglio, veterinario con una vis imprenditoriale lungimirante, produceva per lo più patate che venivano esportate. Nonno di Flora, fu anche il primo ad impiantare nella zona un vigneto a spalliera per la produzione di vino rosso che veniva venduto sfuso, sulla scia della politica aziendale del tempo che puntava sulla quantità del prodotto. Ma la crisi del mercato ha imposto una svolta e con l’intraprendenza tipica delle donne, Maria Teresa e Flora hanno deciso di buttarsi a capofitto nella coltivazione di uve di qualità e nell’imbottigliamento che porta la firma dell’enologa Stefania Lena. Costituiscono, così, la Gaglio Vignaioli dal 1910.

Le imprenditrici Maria Teresa Gaglio e Flora Mondello

Le imprenditrici Maria Teresa Gaglio e Flora Mondello

«Quando nel 2012 abbiamo realizzato la cantina, non abbiamo avuto dubbi: per me e mia madre il colore viola è un omaggio all’unghia violacea dei nostri vini – spiega Flora, presidente del Consorzio di Tutela del Mamertino Doc evicedelegata regionale dell’associazione Donne del Vino della Sicilia – Un’azienda tutta al femminile di cui sono fiera ed i riconoscimenti e premi come l’ultimo, la Golden Star della guida ViniBuoni 2020 del Touring Club Italiano per il “Don Tindaro” 2015 Mamertino di Nero Avola, sono soddisfazioni che ci ripagano dei sacrifici, delle tante ore di lavoro che – aggiunge con un sorriso passando le dita tra i lunghi capelli neri – non riesco più a quantificare». Con circa dodici ettari di Mamertino Doc, la sua è la più grande azienda della Valle del Tindari.
Se il “cuore” è nello splendido scenario di Scala di Patti con i vigneti a spalliera che degradano verso il mare quasi a toccare le Eolie, nella cantina ad Oliveri porte aperte per i wine lovers. Lì è possibile fermarsi per degustare le sette etichette dell’azienda, in abbinamento alle delizie della cucina preparate dalle due signore che con semplicità, gusto e sapienza, cucinano i piatti di una volta, utilizzando le primizie dell’orto di casa Gaglio. “Vincit omnia pertinax virtus” è la frase che ha scelto Flora per il suo stato di whatsApp e la dice lunga sulla sua tenacia nel far conoscere in giro per il mondo, con il suo vino, i sapori ed i profumi dell’antica “Labiri”.

I vigneti Gaglio a Scala di Patti

I vigneti Gaglio a Scala di Patti

Proseguendo sulle vie del gusto, le sorprese si svelano in un… bicchiere. Se seduti al tavolino della gelateria “Ritrovo Orchidea” affermate di stare assaporarando la “granita più buona del mondo” non state esagerando, perché i proprietari, i gemelli 48enni Alessandro e Vincenzo Squadrito, sono campioni mondiali di granita. Con la loro granita al pistacchio di Bronte hanno sbaragliato i concorrenti nella competizione internazionale dedicata alla pasticceria e gelateria che ogni anno si svolge a Rimini. Maestri gelatieri, il loro segreto è la passione che mettono in un lavoro che si ostinano a fare con metodo artigianale. Il laboratorio è il loro tempio.
A dispetto della facilità che deriva dall’utilizzo di coloranti ed aromi usati in larga parte dai gelatieri, gli Squadrito hanno deciso di utilizzare solo frutta fresca e, per di più, rigorosamente siciliana. Se la ricetta base prevede acqua, zucchero e aromi, è la fantasia, il metodo hand made con cui creano, nel rispetto delle stagioni, a rendere uniche le loro granite. Dal pistacchio di Bronte alle fragole di Maletto, al limone di Siracusa, alla ricotta, al cocco, a quelle multivitaminiche, ai fichidindia, al cioccolato. Ai golosi estimatori non resta che “soffrire” per l’imbarazzo della scelta di ben 30 gusti di granita e di circa una sessantina di gelati.

I gemelli Alessandro e Vincenzo Squadrito

I gemelli Alessandro e Vincenzo Squadrito

«Siamo convinti che la granita siciliana sia patrimonio della nostra terra – affermano – perché è espressione della tradizione siciliana più classica. Non ci stanchiamo di farla conoscere nelle fiere dove partecipiamo in giro per l’Italia ed abbiamo anche creato una vera e propria scuola itinerante per insegnare i segreti di una buona granita doc». Su richiesta, infatti, Alessandro e Vincenzo organizzano corsi per quanti, soprattutto giovani, intendano emularli. «Certo non è facile – sottolineano – perché il nostro è un lavoro faticoso che inizia alle 5 del mattino quando ci portano la frutta fresca e si deve pulire, tagliare e va avanti senza sosta, se non per pranzare, fino a sera tarda». Un mestiere che hanno imparato con umiltà e dedizione quando hanno deciso, dopo alcune esperienze lavorative al Nord, di mettersi in proprio. «La nostra prima granita fu la classica, al limone – ricordano – A dirla tutta non era proprio buona ma provando e riprovando ce l’abbiamo fatta». Tra i gusti particolari, occhio a quelle alcoliche, a base di frutta e Mamertino Doc, al mojto, allo spritz, solo per citarne qualcuna. E per chi, anche in una granita, vuol ritrovare il gusto della Sicilia di una volta, si consiglia la granita al riso nero. Introvabile altrove.

Le granite del Ritrovo Orchidea

Le granite del Ritrovo Orchidea

In prossimità di Oliveri, a Monte San Pietro, all’interno del Parco dei Nebrodi da cui si gode un panorama spettacolare, Stefano Iarrera, 39 anni, non ha avuto dubbi a scegliere il lavoro che avrebbe fatto: il pastore. «È quello che da generazioni si fa nella mia famiglia – racconta Stefano -. So che siamo rimasti in pochi, ma a me piace vivere all’aria aperta, condurre a pascolo le pecore, le capre, le mucche». Il suo asso nella manica, è la moglie Carmela, detta Melina, piccola e con un gran sorriso. Con lei ha messo in piedi un piccolo caseificio, “Lo zampognaro”, che già nel nome rivela l’altro grande amore di Stefano. Producono formaggi dal gusto autentico, dalla filiera cortissima perché la provola dei Nebrodi, il maiorchino, la ricotta e le mozzarelle sono prodotti esclusivamente con il latte dei loro armenti.
«Siamo davvero piccoli – chiosa Carmela – ma i nostri formaggi sono conosciuti ed apprezzati nei ristoranti e nelle salumerie del territorio. Vogliamo anche creare nel nostro mini caseificio una zona degustazione dove sarà possibile accogliere i turisti in maniera semplice, con pane e formaggio». Sveglia presto per la mungitura e poi via alla produzione dei formaggi, con l’attesa paziente dei tempi di stagionatura per alcune tipologie.

La preparazione della provola dei Nebrodi

La preparazione della provola dei Nebrodi

L’altra passione di Stefano è la zampogna. La suona ad orecchio fin dall’età di 11 anni. Conosciuto come “’u ciaramiddaru”, Stefano è un punto di riferimento per i tanti che da ogni parte della Sicilia vengono a trovarlo per accordare le zampogne. Uno strumento antico ma anche attuale perché sono molti i giovani che lo stanno riscoprendo. «Ho anche suonato la zampogna – ricorda Stefano emozionato – in un college americano dove non si sentiva volare neanche una mosca». È il rito della transumanza, quando a giugno si portano gli animali in cerca di pascoli più erbosi, uno dei momenti della sua vita da pastore a cui è particolarmente legato. «È una festa – dice contento -. La sera attorno al fuoco, con le ciaramedde e l’organetto, diamo il via alla musica ed alle danze che proseguono per tutta la notte. Messi via i cellulari, si ritorna a chiacchierare e a stare insieme. Semplicemente». Gli brillano gli occhi quando ne parla. «Anche se il mio lavoro è ormai considerato fuori dal mondo, io ne sono profondamente orgoglioso».

Stefano Iarrera, 'u ciaramiddaru

Stefano Iarrera, ‘u ciaramiddaru

Sale e musica nella pescheria di Filippa Foresti, 59 anni. Ad Oliveri è quasi un’istituzione perché la pescheria apparteneva ai suoi genitori che avevano anche una piccola azienda di lavorazione del tonno e di alici. Sfiletta, pulisce, bagna, prepara: ogni mattina Filippa mette in mostra il pescato del giorno senza però smettere di pensare alla musica, quella che per anni è stata la sua compagna di vita portandola a calcare il palcoscenico di Sanremo Giovani, a scrivere e comporre musiche e testi, ad incidere. Filly, questo il suo nome d’arte, da trent’anni ha scelto di tornare alle sue radici. L’incontro con Mogol e la sua Accademia della Cultura Musicale di Toscolano è ancora, a distanza di anni, un tuffo al cuore. «Da piccola mi ripetevano di seguire i miei sogni, mandandomi a studiare al Conservatorio Corelli di Messina – racconta indaffarata davanti al bancone – tanto che negli anni Ottanta insegnavo musica a Torino nelle scuole statali»

L’incontro con i Santo California, famosi per il brano Tornerò, insieme a quello con Giosy Cento, le aprono le porte della musica cristiana d’autore dove Filly trova la sua massima espressione. «Ho accompagnato il mio naturale talento alla ricerca interiore – dice – senza smettere di perfezionarmi, di andare in giro a fare concerti perché la musica mi ha sempre trasportata altrove, mi ha fatto distaccare dalla vita ordinaria». Filly porta il suo contributo artistico in manifestazioni a scopi sociali come quelle organizzate dalla Lega antidroga e dall’Avis. E la sua voce intensa, delicata e a volte tempestosa, conquista. Con pudore parla dei premi ricevuti, come quelli del Festival Nazionale della Pace a Chieti e della Rassegna artistica internazionale “Europa Spettacolo” a Chianciano Terme.
«Gli anni ’90 sono stati intensi per me – ricorda con una vena di nostalgia – e nel ’93 ho inciso il mio primo album Io che vivo. Dopo la scomparsa dei genitori, Filippa si è trovata davanti a un bivio: da una parte la carriera, dall’altra la pescheria, che altrimenti sarebbe andata persa. «Credo di aver sentito anche il bisogno di ritornare a casa – dice – e per parecchi anni non ho più sentito il bisogno di comunicare le mie emozioni”. Finché nel 2016, ha rotto il lungo silenzio discografico con un album dedicato a Maria. Quest’estate, per una notte, ad Oliveri Filippa è ridiventata la Filly di un tempo, con il suo pianoforte e la sua voce. «La voglia di musica è ritornata – dice con un sorriso che di colpo le illumina lo sguardo – semplicemente mi aspettava».

Filly Foresti nella pescheria di famiglia

Filly Foresti nella pescheria di famiglia

Cinquant’anni di mare per il lido Belvedere che, aperto da maggio ad ottobre, è una storia imprenditoriale di successo al contrario. Con un pizzico di sana incoscienza. «L’idea di aprire il lido fu di mio zio Nino, di Oliveri ma emigrato a Rapallo per lavoro. Dopo un anno, mio padre Carmelo decise di mollare la divisa di finanziere che indossava da ben sette anni e di tornare giù con mia madre Lina, veneta, che lavorava in una banca svizzera, e di gettarsi in questa impresa»: sorride Salvatore Chiofalo, uno dei proprietari, quando racconta la nascita di questo lido che ha «resistito adattandosi ai cambiamenti di un turista che anche in vacanza – dice – va di corsa, almeno i primi giorni e che, più esigente rispetto al passato, chiede anche una qualità migliore nell’offerta. Il nostro è un territorio – continua Chiofalo – che ha molto da offrire in termini di bellezze paesaggistiche e di attrattive storico-culturali. Noi esercenti dobbiamo imparare a lavorare in sinergia, anche a formarci, se necessario, per offrire su diversi fronti, anche da quello dell’accoglienza, un servizio al passo con i tempi».

Il Lido Belvedere con vista sul Promontorio di Tindari

Il Lido Belvedere con vista sul Promontorio di Tindari

I profumi del ristorante pizzeria del Belvedere pervadono l’aria. È Antonio Nocerino, 31 anni, chef di San Giorgio a Cremano, a suggellare in cucina il Regno delle Due Sicilie con piatti a base di pesce, la sua specialità. «La semplicità è la mia filosofia – dice senza tanti giri di parole – la mia cucina di base è napoletana ma si completa nella tradizione siciliana utilizzando gli aromi, i capperi Salina e altre erbe aromatiche». Dal mix tra Sicilia e Campania nascono i piatti di Antonio, come i filetti di triglia al forno con ripieno di patate nostrane affumicate e granella di pistacchio di Adrano. E ancora, l’arancino freddo al cocco ripieno di scampi su coulì di peperoni in agrodolce, in omaggio alla cultura araba dell’Isola. Imperdibile il fritto del golfo per la freschezza del pesce e la croccantezza.
E se in estate il menù presenta gli spaghetti quadrati con bottarga di pesce spada, in quello invernale lo chef del Belvedere propone il suo cavallo di battaglia, il Carnaroli Acquerello mantecato alle cime di rapa, seppie alla brace e arancia candita in un tripudio di delicati colori. Un’esperienza gastronomica che solletica i cinque sensi avvolti nella malia degli ultimi raggi di sole.

Carnaroli Acquerello mantecato alle cime di rapa

Carnaroli Acquerello mantecato alle cime di rapa

 

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