Maria Arena, San Berillo e gli invisibili del sesso

Visioni In Gesù è morto per i peccati degli altri la regista catanese Maria Arena dà voce al sottobosco della prostituzione, soprattutto transessuale, del quartiere a luci rosse di Catania: «Sono persone sensibili e religiose, forzate del sesso per necessità»

Gesù è morto per i peccati degli altri, l’anima rock del docu-film di Maria Arena, regista catanese trasferitasi a Milano, si intuisce già dal titolo: “Jesus died for somebody’s sins, è una frase di Patti Smith, della canzone “Gloria”; è stato Stefano Ghittoni (curatore della colonna sonora, ndr) a suggerirlo”. Sono i peccati compiuti dai protagonisti del film, di recente presentato a Firenze al Festival dei popoli, rassegna di documentari, o quelli fatti contro di loro: «Chi è il cattivo non si sa, il titolo vuole essere lasciato a libera interpretazione, ognuno si metta dove vuole», dice Arena sorridendo. Non è un documentario, non è fiction – «È un film-documentario» dice la regista -, e l’apparente ambiguità della sua forma racchiude il cuore della storia, quella di una contraddizione insita nella vita, che, al contrario di quello che certi meccanismi culturali vogliono lasciar passare, è più complessa, carica di sfumature e di cicatrici.

La locandina del film Gesù è morto per i peccati degli altri

La locandina del film Gesù è morto per i peccati degli altri

Ed è la storia di Franchina, Meri, Wonder, Santo, Alessia, Totino e Marcella, che difendono la loro esistenza e permanenza nel quartiere di San Berillo, a Catania: pericolante, in via di “riqualificazione”, storicamente oasi del sesso a pagamento: ci sono stati tempi in cui era considerato uno dei quartieri a luci rosse più grandi e rinomati d’Italia, prima che la legge Merlin e le ruspe ne cambiassero i connotati. Dalla singolarità delle loro storie, Arena allarga sulla coralità del gruppo: «Non ho fatto un film su tutti gli abitanti del quartiere, ma su una sua buona rappresentanza: a parte una donna, sono tutti transessuali, travestiti o omosessuali». Che fanno quello che continua a mantenere il record di longevità tra tutte le professioni del mondo: mettono su un vestito che lasci poco spazio all’immaginazione di chi le osserva, dipingono sul viso il proprio alter ego professionale, e, ondeggiando su tacchi vertiginosi, aspettano, davanti le porte delle loro case, un cliente.

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«Non sono glamour, non sono queer o drag queen, hanno quasi tutti una certa età. E come mai – si chiede Arena – uno a sessant’anni ancora si prostituisce? È per necessità, perché se l’hai fatto per una vita, come dice Marcella, come cambi lavoro?». All’interno del film questo tentativo viene raccontato: un corso di badanti attivato dal Comune al quale i nostri protagonisti partecipano nella speranza di un futuro diverso, ed è una delle due linee guida attraverso la cui scansione temporale la regista fa procedere il film. L’altra riguarda la sfera religiosa, «Ho lavorato al mio film per cinque anni, per i primi due sono andata nel quartiere a prendere appunti con la telecamera: io credo che è la conoscenza del contesto che ti dà la verità, che ti può far fare delle scelte che ti portano a vedere la realtà di quella situazione e a comunicarla. È lì che ho scoperto che queste persone hanno un forte legame con la religione, loro magari neanche ci facevano caso, mi dicevano “Domani Alessia fa l’altarino” e io dicevo, Come l’altarino? “Sì perché è devota della Madonna del Carmine”».

La scelta, insieme a Josella Porto, sceneggiatrice del film, è stata quella di tornare a girare in tre momenti dell’anno: «A luglio, in coincidenza della Madonna del Carmine, a Sant’Agata, e infine durante la Via Crucis: nei due anni di studi m’era capitato di vederla ed ero rimasta sconvolta, era una cosa che andava da Pasolini ad Almodovar».

Giorgio Marino e la regista Maria Arena sul set

Giorgio Marino e la regista Maria Arena sul set

Simboli interni di questa scansione temporale: «La Madonna del Carmine perché è la promessa di una nuova vita, e coincide con il corso di badanti che inizia; Sant’Agata è la gioia, il momento della speranza; e la Via Crucis è la fine delle illusioni (il corso di badanti non porterà alla svolta agognata, ndr). Nel documentario Gesù non risorge», dice Arena. «Il problema per loro, il limite, è non avere una pensione e potersi ritirare, e qui si aprirebbe il discorso sociale che nel film viene solo citato», racconta la regista, non perché poco sentito, al contrario si accalora nell’analizzare il problema.

«La prostituzione è una professione praticata da mille anni, la soluzione sarebbe regolamentarla. Spostarli da San Berillo o lasciarli lì non risolve il problema. Nel film c’è la storia di Marcella, che le chiudono la casa e va sotto la tangenziale; per loro diventa più degradante, e dal punto di vista umano è una cosa raccapricciante. La legge sulla prostituzione non può rimanere quella degli Anni 50, oggi molte cose sono cambiate. Dicono c’è questa iniziativa, a Roma, all’Eur ci sarà il primo quartiere sperimentale dove la prostituzione sarà tollerata. E perché no un quartiere a luci rosse? Perché, invece, avere assoluta libertà in Viale Africa a Catania? Ci saranno anche dei giri loschi probabilmente, e se lo ipotizzo io figurati la finanza o la polizia; Chi c’è dietro le prostitute che stanno in Viale Africa? E perché le nigeriane stanno tutte sulla Catania-Gela? Facciamoci delle domande”.

Il film ha partecipato all’ultimo Festival dei popoli di Firenze, dedicato ai documentari, nella sezione Panorama: «Ci ha portato bene, e dato visibilità e contatti. È stata una grande soddisfazione già solo esserci, il livello della competizione era molto alto; la sala durante la proiezione era piena, e l’applauso finale mi ha veramente emozionata». Prossima tappa? «Ci muoveremo in qualche altro festival, ma in realtà stiamo puntando alla distribuzione, che si occupi di diffonderlo capillarmente sul territorio».

Maria Arena e Franchina (foto di Ambra Sciuto)

Maria Arena e Franchina (foto di Ambra Sciuto)

La troupe, quasi tutta catanese – «E’ piccola, assortita bene, fatta di grandi professionisti» -, dice con un senso di gratitudine, ci tiene che vengano citati tutti: Fabrizio La Palombara direttore della fotografia e prima camera, di Torino è l’unico “straniero” (ha lavorato nel film Private, di Saverio Costanzo); al montaggio Antonio Lizio, catanese in volontario e creativo esilio parigino; Giuseppe Consales seconda camera (anche lui catanese), Carmelo Sfogliano fonico in presa diretta (catanese), e Josella Porto alla sceneggiatura e coproduzione, originaria di Acicastello vive a Roma. E, ci tienea ricordare anche «Leonardo Tornabene e Fino La Leggia, due bravi operatori catanesi che mi hanno aiutato durante il periodo degli appunti, alcune delle loro immagini sono nel film».

Ad aprire il documentario una canzone su San Berillo scritta dall’attore e drammaturgo Turi Zinna, le musiche sono curate dal milanese Stefano Ghittoni, che è anche autore. Insieme a lui un gruppo di musicisti, che, Arena vuole ricordare. «Hanno lavorato tutti a titolo gratuito. Cesare Basile ha composto una canzone originale che farà anche parte del suo album in uscita. Ho poi utilizzato alcuni brani degli Uzeda, e Agostino Tilotta (Uzeda, ndr), ha scritto dei pezzi originali appositamente per il film, come anche Pippo Rinaldi (Kabballà, ndr), ha fatto un pezzo originale molto bello».

Quando sarà possibile vederlo al cinema? «Sicuramente faremo un’anteprima a breve a Milano, la casa di produzione è milanese, la Invisibile film di Gabriella Manfrè (produttrice, tra gli altri, de “Le quattro volte” di Michelangelo Frammartino), l’unica che ha creduto in questo progetto”. Ma vuole anche ricordare “L’Accademia di Belle Arti di Catania ci ha dato il patrocinio e un contributo per la realizzazione del film, e il sostegno della casa di produzione catanese Efesto Film”. Prevista una proiezione anche Catania: «Non vediamo l’ora, probabilmente sarà in febbraio; per tutte le news basta andare alla pagina facebook Le belle di San Berillo».

Da gennaio Maria Arena tornerà alcuni mesi a Catania per insegnare Digital video all’Accademia di Belle Arti, ma non solo. «Ovviamente ho già un altro progetto di cui però non parlo» dice risoluta ma si lascia subito scappare un’indiscrezione: «Ho iniziato a buttare le basi per il prossimo documentario già dall’anno scorso, anche questo girato a Catania. E’ un tema che si avvicina ai giovani, dal sociale mi scosto un po’».

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