La domenica del villaggio a Catania tra paradiso, purgatorio e inferno

Società Di storie assurde me ne sono capitate tante, ma mai avrei potuto immaginare di viverne una simile. Per un cinquantenne come me, che nella mia città, Catania, di manifestazioni per difendere i diritti degli ultimi ne ha fatte parecchie, sostenere un’iniziativa come il Ddl Zan è stato un atto spontaneo. Domenica 7 novembre alla Villa Pacini, però, ho vissuto una Divina Commedia tutta in salsa catanese. Di conseguenza non poteva che iniziare dalla fine

Di storie assurde me ne sono capitate tante, ma mai avrei potuto immaginare di viverne una simile. Per un cinquantenne come me, che nella mia città, Catania, di manifestazioni per difendere i diritti degli ultimi ne ha fatte parecchie, sostenere un’iniziativa come quella che vi racconterò è un atto spontaneo, soprattutto necessaria per nutrire la propria e l’altrui coscienza civile. Per esperienza, so per certo che, in occasioni come queste, non saremo tantissimi, che bene o male ci saranno i soliti visi conosciuti e che poi un senso di impotenza mi accompagnerà nei giorni successivi.

Con queste certezze mi dirigo nel pomeriggio di domenica 7 novembre alla villa Pacini, ’a villa Varagghi per i catanesi. Manifesto il mio disappunto per la non approvazione di una legge che avrebbe permesso non solo di difendere le discriminazioni sessuali, ma che avrebbe fatto fare un bel salto in avanti verso quella modernizzazione culturale che questo Paese meriterebbe e che in troppi auspichiamo.

Il paradiso

Viila Pacini pro-Ddl Zan

Ma mai potevo immaginare di essere, invece, catapultato direttamente in Paradiso. È in questa Villa che prende vita una storia allucinante e che ha qualcosina in comune con l’opera più famosa del sommo Dante Alighieri. Quindi, grazie all’ignobile affossamento del Ddl Zan “mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita”. Ma questa è una Divina Commedia tutta in salsa catanese. Di conseguenza non poteva che iniziare dalla fine, come spesso accade in questa città si inizia dalla fine; il primo regno che ho attraversato era direttamente quello del Paradiso. Con mio grande stupore, immediatamente, mi accorgo che in questa manifestazione non conosco nessuno, la mia generazione è quasi assente. Catania, si sa, non è New York e almeno di vista quelli che facciamo resistenza civile ci conosciamo tutti. Invece, oggi con mia meraviglia non è così. La partecipazione è copiosa, per lo più sono quasi tutti giovani. La presenza femminile è corposa, sono tutti belli, coloratissimi e senza alcuna rabbia repressa. La cosa che più mi colpisce è che questi ragazzi sembrano abituati alla sconfitta e per questo si sentono vincenti, o meglio, capisco che a loro di vincere o di perdere non gli interessa niente. Sono lì, semplicemente si vivono il momento, senza apparire o voler essere quello che effettivamente non sono. È palese che amano le diversità e soprattutto odiano le ingiustizie. La musica passata in diffusione che precede il dibattito è molto gradevole, ha un ritmo internazionale e un sound caldo.

Quasi tutti hanno le mascherine, indossate pure correttamente, ma i loro sorrisi riescono a oltrepassarle. Come se non bastasse più volte durante la manifestazione viene ricordato che siamo in pandemia e che bisogna essere cauti e attenti, quindi rispettare le distanze e tutte quelle accortezze che ormai conosciamo a memoria. Poi scruto un ragazzetto, minorenne o appena maggiorenne, è un cucciolo ai miei occhi. Non so perché ma la mia attenzione si concentra su questo ragazzo, ha una camminata molto particolare, deduco che sia dovuta al cartello che con orgoglio porta. Leggo la scritta e mi sfugge un sorriso “Frocio sempre fascista mai”, piccolo particolare, per me molto rilevante, la a di fascista è scritta sottosopra. Sottosopra come la fine che ha fatto quel pazzo che l’ha partorita quella nera nefandezza.

Penso: ma qui non siamo a Catania, qui siamo in Paradiso.

‘U manuale ra briscula pazza

Carte siciliane

Sutta l’acchi ra marina i soliti frequentatori continuano a giocare a carte, d’altronde è una delle tante domeniche cittadine. Non sono minimamente scalfiti da questo popolo comunque in festa. Ci sono due postazioni, con tavoli e sedie di fortuna, in una mi accorgo che utilizzano un mazzo di carte francesi, nell’altra, quella più a sinistra e più vicina rispetto a dove mi trovo, si mescolano carte siciliane e dai loro commenti intuisco subito che la briscola in cinque la fa da padrona. Sono ignari che se, anche per un solo istante, alzassero gli occhi avrebbero l’opportunità di godere di così tanta umanità beata. Vorrei esortarli a guardare cosa sta succedendo intorno a loro, ma le conseguenze di questo mio gesto potrebbero sfociare in un diverbio verbale, che potrebbe addirittura trasformarsi anche in un’aggressione fisica. Ma il pensiero che magari qualcuno di loro potrebbe vedere il paradiso prima della loro dipartita mi affascina.

Ed è lì, mentre io sono concentrato in questo mio astratto pensiero, che mi viene in soccorso il mio Virgilio. È ‘u Zzù Turi impegnato in una chiamata a 110 in teoria già vinta, ma mal giocata, dal chiamato; il suo compagno non ha avuto l’accortezza di contare le briscole già uscite, gli ha fatto perdere malamente la mano che già sentiva sua. Lo Zzù Turi si alza più furioso di Orlando, si smanica ripetutamente la giacca, spasmodicamente si allenta gli ultimi bottoni delle camicia in prossimità del colletto e sbraitannu come un ossesso abbandona il circolo e i suoi avventori e per pura fatalità si dirige proprio verso di me, dicendomi: «Su’ sulu dilittanti, su’ cagnoli, sbagghiai jù ca tannu cci resi cunfirenza, ié sbagghiu macari uora ca ancora cci rugnu cuntu, mi fanu peddiri sulu tempu. Picchì ancora no’ scrissi nuddu, ma su c’era cc’iù ‘rrialava a’ coppu ‘u manuale ra briscula pazza, accussì ‘stu libbru s’u sturiavanu anticchiedda, ‘sti quattru dilittanti arripudduti, su’ dilittanti, su’ cosi ‘i “ti vitti”, autru ca briscula pazza, ‘u “ti vitti”! Mancu ‘i catti ‘nde manu sanu teniri, han’a jucari ‘u “ti vitti”…».

E poi come quasi svegliato di soprassalto continua: «…Miii, miii, miii, ma chi ‘sta succirennu? Ma unni semu? Ma cosi ‘i l’autru munnu. Ma mancu quannu ‘u Catania acchianau ‘nda seria A visti tutta ‘sta cuntintizza». Ripete in loop queste frasi, per un tempo imprecisato, cambiando solo l’ordine e per bloccarlo sono quasi costretto a intervenire. Gli spiego, in maniera molto semplice, il motivo di questa manifestazione. Dal suo atteggiamento e dalla sua postura capisco che non disprezza le nostre rimostranze. ‘U Zzu Turi è uno dei tanti anziani che frequentano la villa, e mi racconta – me lo ripeterà tante volte durante questo nostro viaggio – che: «Jù non calu a’ Villa Varagghi ppi babbiari, jù calu ppa briscula pazza, ié ppi putiriti assittari ‘dan seggiu seriu ié ppi sapiri jucari a’ briscula pazza ha aviri quattru ciriveddi, unu sulu non t’abbasta! ‘U primu t’aggiuva ppi cuntari tutti ‘i catti; ‘u secunnu, ié ‘u secunnu ca cunta, ppi capiri ccu ié ‘u to cumpagnu ié ccu no; ‘u tezzu, ppi sapiri cuntari tutti ‘i punta ca nisceru ié, chiddi ca ancora n‘hana nisciutu; ‘u quattu, ié ppa pssicologia, cc’è picca cchi diri, ha gghiessiri pssicologicu, macari ca hai l’autri cireveddi, senza ri chistu arresti uno nommali, ppa ‘ddivvintari foraclassi aviri macari ‘u quattu ciriveddu, su non sì pssicologicu fai picca strata».

Normalmente questi incontri finiscono presto, ma lo Zzù Turi si rende conto, forse più di me, che questa non è affatto una situazione normale, con queste parole mi manifesta la sua meraviglia: «Jù, sulu ppi quistioni anacrafiche, ‘u capisciu ca sugnu sempri cchiù vicinu a’ motti. Spessu m’ha tuppuliatu, ma ancora si viri ca non era ‘u me mumentu, ié ssi nni tunnava ri unni hava vinutu. Ma su m’avissi a tunnari a tuppuliari ié m’avissa ‘ttruvari, cci spiassi su, cottesemente, mi fa agghiunnari cca. Jù mai l’haiu vista ‘sta villa accussì fistusa, accussì china d’amuri, ié cchi bedda ‘sta gioventù, su fussi accussì jù mi stassi sempri ié sulu cca, mi runi tottu? Pari ‘n paradisu».

Dopo aver proferito queste parole allo Zzù Turi gli squilla il cellulare, è suo cugino Pippo, che lo incita a ritornare a casa presto, è molto urgente. Senza tante cerimonie ci salutiamo, lo Zzù Turi è frastornato, in cuor suo non vuole lasciare quel luogo. I suoi occhi, attraverso quella sua lente spessa, cercano di conservare ogni minimo dettaglio di quel luogo e di quelle anime. Questa operazione dura tanto tempo, venti minuti buoni. Poi di scatto, di scatto per uno della sua età, lo vedo andar via dalla villa e scomparire da Porta Uzeda.

Credendo di aver visto tutto anch’io, e con il cuore stracolmo di gioia e pieno di speranza, lascio la villa. Durante la ritirata con la coda dell’occhio, per un attimo, mi sembra di intravedere lo Zzù Turi ancora seduto, sutta l’acchi ra marina, al tavolo da gioco e di sentire la sua voce mentre dice che la primiera e l’oro sono suoi. Mi dirigo verso casa, devo arrivare appena sopra il Borgo, inizio la mia passeggiata di risalita.

Il purgatorio

Struscio in via Etnea

All’altezza dei quattro canti, rincontro lo Zzù Turi. Dopo un mio vossia s’abbenerica e una sua piccola riverenza con il capo, facciamo strada insieme. La via Etnea è pure in festa, ma dopo quello che abbiamo visto prima, è poca roba, la visione ci lascia quasi indifferenti. Ci sono molte famiglie, parecchie persone vestite bene per l’occasione, donne e uomini che mettono bene in vista la loro merce, ma soprattutto ci sono sguardi vuoti o peggio ancora che si illuminano solo quando in una vetrina trovano l’oggetto che appaga il loro desiderio.

Guardandolo attentamente, mi rendo conto che lo Zzù Turi è cambiato, non indossa più la giacca e tanto meno la camicia, non porta gli occhiali e ora ha una tuta di marca e dei mocassini senza calze. Non faccio in tempo ad approfondire meglio il suo aspetto che il mio Virgilio mi chiarisce ancora una volta che l’intelligenza e la sensibilità non hanno nulla a che fare con la cultura o con lo strato sociale d’appartenenza: «Jù ri chiddi ca si vestunu ieleganti non m’haiu firatu mai, su ti vesti accussì allicchittatu ié picchì hai ocche cosa r’ammuciari. Ma appoi chissi hanu picciriddi, anzicché spènniri ‘i picciuli ppi bestialità, ca picchì non calavanu a’ Villa Varagghi? Ma non iè cuppa ddi iddi, non cc’ià fanu a capiri ca su calavanu a’ villa ci ravanu vessu e’ so figghi o all’amici re’ so figghi. Jù n’haiu avutu amici ccu ddu fattu, iè allura? L’imppottanti iè ca su’ bravi cristiani, ca si volunu beni, ca s’arrispettunu, ca non su’ pezzi ‘i medda. Chissu sulu fa ‘a ddifferenza. Ci nasci accussì, sulu ‘n cretinu ci po cririri ca unu cci addiventa cche’ roti lisci. ‘I gusti su’ gusti, jù vulissu capiri ma appoi a ttia cchi spacchiu ti nni futti su a ’n cristianu ci piaci ‘a canni o ‘u pisci? Cettu ca su a’ Villa Varagghi mi sinteva ‘n paradisu, cca mi pari ca sugnu a usu ‘ndo puggatoriu, veru?».

L’inferno

No Green Pass a Catania

Non so come, ma lo Zzù Turi pur di infilarci la sua teoria dei quattro cervelli, la usa per avallare anche questo discorso. Ci ritroviamo proprio sotto la statua di Garibaldi e lì lo Zzù Turi inizia a bestemmiare di brutto, rimango un poco stupito, non è che lo conoscessi bene, ma non capivo come una persona potesse cambiare così e improvvisamente. Presto capii il motivo. Prima di me il vecchietto aveva intuito che il corteo contro il Green Pass, che stava transitando da lì, avrebbe impedito agli autobus di circolare e di fare il loro normale tragitto, di conseguenza il suo rientro a casa sarebbe stato molto complicato.Ma di tutta questa storia la cosa che più di tutto mi ha lasciato sgomento, anche se lì per lì ho pensato che era dovuto al fumo causato dall’ambulante delle caldarroste, è che man mano che le sue imprecazioni ingiuriose e irriverenti prendevano forma, sparivano parti del suo corpo, prima sono andate vie tutte le dita della sua mano destra, poi si è dissolto tutto l’arto. Un secondo dopo si è eclissato il suo ginocchio e un attimo dopo non ho visto più la sua gamba. Come se fossero state inghiottite dalla nebbia, e pian piano dello Zzù Turi non è rimasto più nulla, solo la sua bocca non è mai svanita del tutto, riuscivo solo a intravedere le sue labbra che continuavano freneticamente a muoversi e mi dicevano: «Buttigghia ri cristallu, macari uoggi? Non cci’ abbastau aieri, ma appoi talìa, talìali, talìali, talìali ‘nda facci comu su’ arraggiati. ‘I viri ‘dd’occhi? Non su’ comu chiddi ca c’erunu a’ Villa Varagghi. Libbettà libbettà libbettà! Ié sacrusantu, ppi carità, macari ca jù non sugnu d’accoddu, tu ha ‘pputiri prutistari. Libbettà libbettà libbettà! Ma a mmia mi livanu ‘a libbettà ri tunnari a’ me casa, libbettà libbettà libbettà! Ié antantu jù macari ppi uoggi m’arricogghiu a’ casa vessu menzannotti passata, su tuttu va lisciu. ‘A capii a vvolo ‘a ‘ntifuna, pazzescu, non mi pozzu arricogghiri a’ casa. Ié uora cu cciù rici a’ casa; vadda! Quantu chiamu ppi subbitu a me cucinu Pippu ié ci rugnu ‘sta bedda notizia. Macari pp’astasira ni sautau ‘a briscula pazza! ‘A bedda briscula pazza! Ma viri cchi buddellu, ma viri ppi tunnari a’ casa cchi haiu a ffari vah, ma viri cchi ‘nfennu!».

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