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Io, ragazzo dell’Europa ri-nato nel 1982

Blog In questi giorni è un viavài di amarcord di quell’anno magico, 40 anni dopo il trionfo al Mundial di calcio in Spagna. Non mi sottraggo neanch’io anche perché per me il 1982 ha contato tanto. Avevo 19 anni e con la maturità e mille sogni in tasca nei primi di agosto arrivai nella Londra del punk, città con mille contraddizioni ma che era ancora Europa piena. E mi fece sentire parte viva di un continente che allora guardava avanti

Sono passati 40 anni dal trionfo mondiale della nazionale di calcio in Spagna, e in questi giorni è un viavài di amarcord di quell’anno magico. Non mi sottraggo neanch’io anche perché per me quell’anno ha contato tanto. Avevo compiuto da poco 19 anni quando quel luglio 1982 mi proiettò fuori casa. Ai tempi vivevo a Pachino, in provincia di Siracusa, e quando l’11 luglio ci ritrovammo tutti nella piazza centrale del paese a impazzire di gioia per la vittoria del Mundial di Spagna – trascinati in un sogno collettivo di onnipotenza dalla stupenda squadra nazionale guidata da Enzo Bearzot, quella di Rossi, Cabrini, Zoff, Tardelli e co., forse una delle migliori in assoluto che abbiamo mai avuto -, la mia mente era già in viaggio, destinazione la capitale mondiale del nuovo rock: Londra.

L’Italia che vinse il Mondiale del 1982

C’era solo un “problema tecnico” da superare, gli esami di maturità al Liceo classico di Noto che mi attendevano a breve. Gli orali erano fissati per fine luglio, e non scorderò mai il caldo allucinante di quell’estate, con la tromba delle scale tra il primo e il secondo piano del palazzo dove vivevo che erano diventati il luogo perfetto per studiare.

Fatti gli orali, passò poco più di una settimana e con l’amico netino, ed ex compagno di banco, Sebastiano Falesi, il 6 agosto ci buttammo, in tutti i sensi, in una sorta di “piccolo viaggio della speranza” che solo nei primissimi anni 80, e a 19 anni, si poteva fare: in treno da Siracusa centrale a Londra Victoria Station in 48 ore, con cambio a Torino verso la Francia. Un viaggio infinito, senza cuccetta o comodità alcuna, con un grande zaino in spalla e nulla più, se non una voglia immensa di varcare la frontiera, studiare l’inglese ed andarsi ad abbeverare alla sacra fonte del punk e della new wave che anche nell’estremo sud del continente europeo aveva attecchito con i suoi incendiari messaggi di ribellione e di sovvertimento delle regole. Non dimenticherò mai il traghetto sulla Manica: io col giubbotto di jeans abbottonato fino all’ultimo bottone morivo di freddo mentre gli inglesi a torso nudo sul ponte “prendevano” il sole e bevevano birra. “Nun semu i stissi” riflettei con l’amico Sebastiano.

Punk in King’s Road nei primi anni 80

Ovviamente non avevamo alcuna meta prenotata, lo spirito era quello libero dei tempi dove il piacere della scoperta era elemento essenziale del viaggio. Una cosa impensabile per i ragazzi dei nostri tempi i quali se non hanno tutto programmato nei dettagli non si muovono da casa né i genitori li lasciano andare. Visto il periodo storico non avevamo telefoni cellulari ma non ne soffrivamo la mancanza della futura invenzione. La stessa cosa non posso dire per i miei genitori sempre carenti di una mia comunicazione, epistolare o telefonica.

La Londra che trovammo nel 1982 era veramente l’alba della contemporaneità. A Londra nel 1982 ho visto il primo computer Commodore Vic 20 collegato ad un comune televisore. Londra non era ancora quella globalizzata e “da bere” degli Anni 90 con il New Labour di Tony Blair al potere, era ancora quel misto di aristocratico potere arroccato su valori conservatori duri a morire – con Margareth Thatcher, la Lady di ferro, impegnata a scardinare ogni retaggio di welfare state in nome di un estremismo liberista venato di forte nazionalismo (forte della guerra lampo vinta contro l’Argentina dei militari per il controllo delle remote isole Falkland) -, e di una classe operaia ancora forte e organizzata che fu protagonista un paio d’anni dopo dello sciopero dei minatori che durò un anno e che finì con la vittoria della Thatcher su tutta la linea.

Una caricatura di Margareth Thatcher

Eppure nel 1982 Londra e il Regno Unito erano piena Europa, della futura Brexit non c’era manco il sentore. Erano entrati da 9 anni nella Comunità economica europea e seppur non avevano rinunciato alla loro moneta, la Sterlina, in quegli anni ci credevano all’unione. Nel 1975 il referendum confermativo voluto dai laburisti stravinse. La stessa Thatcher nel 1982 era ancora filoeuropeista, posizione che cominciò a rinnegare a metà degli anni ’80 quando cominciò a chiedere indietro parte dei contributi all’Europa che andavano a finanziare la Pac, la Politica agricola comune. Io stesso, grazie al mio essere cittadino europeo, nel 1983 ho usufruito di alcuni mesi di social security, l’indennità di disoccupazione che arrivava a coprire anche i costi dell’affitto della “furnished room”, la stanza ammobiliata dove vivevo a South Kensington, ai tempi ancora non il quartiere esclusivo dei vip come oggi. Soldi che avevo comunque lavorato nei mesi precedenti e che non ho certamente sprecato e che ho messo a frutto per perfezionare la conoscenza della lingua che mi portò al First Certificate nel 1983.

Londra nel 1982

Ai tempi, gli inglesi, soprattutto, non erano paranoici con gli stranieri, anzi. A Londra nel 1982 mangiai il mio primo Kebab mediorentale. A fine 1982 lavorai per qualche settimana in un pub-ristorante della City, vicino alla fermata di Bank. Insieme con un ragazzo nigeriano, ero un lavapiatti “professional”, lavoravo dalle 9.30 alle 14.30 e guadagnavo 55 sterline la settimana (l’affitto mi costava 25 sterline la settimana). Lavorando nelle cucine di un pub, ogni giorno almeno una birra saliva anche per noi. Lo chef era troppo simpatico: tifoso sfegatato della nazionale inglese non si poteva capacitare come noi italiani, e loro no, fossimo riusciti nella impresa della vittoria del “Mundial” in Spagna. Sembravamo un gruppo da barzelletta – eravamo un inglese, un siciliano ed un nigeriano – ma le giornate scorrevano semplici e tranquille.

Io venivo scambiato per turco, per la mia statura in media siciliana e i miei capelli scuri e ricci e col senno di poi posso dire che della Sicilia gli inglesi ai tempi ne sapevano veramente poco o nulla. Questo “errore” di valutazione, piuttosto, mi aggiungeva un tocco di “esoticità” che faceva anche sorridere ma aggiungeva piacere nella conoscenza reciproca. Nessuno riusciva a pronunciare correttamente il mio cognome per quel gruppo consonantico “gl” che li mandava in paranoia: a scuola pomeridiana di inglese, all’Hammersmith & West London College, ero regolarmente “mr. C’raco…gh’lìa” ma la cosa diventava divertente e non c’era nessun sentimento di altezzosità nei miei confronti, anzi.

Durante la mia permanenza londinese – equamente diviso fra lavoro per sostentarmi, studio della lingua inglese in college pubblici, e i concerti serali di icone punk, post punk e new wave come Siouxsie and The Banshess, Damned, Killing Joke, Bauhaus, Sisters of Mercy, Gun Club, Dead Kennedys tanto per citarne alcuni -, nell’autunno del 1982 in Italia Gianna Nannini usciva con una delle sue hit di sempre, “Ragazzo dell’Europa” tratta dall’album “Latin lover” che la vide collaborare con Connie Plank, compianto musicista elettronico tedesco che aveva lavorato con nomi del calibro di Kraftwerk e Eurithmics (c’era anche Annie Lennox in quell’album della Nannini infatti). Una delle frasi chiave di quella canzone era “Tu, ragazzo dell’Europa, non pianti mai bandiere”.

Viste le premesse citate, io ai tempi non ascoltavo Gianna Nannini, considerata troppo pop per i miei gusti, ma anch’io ero “un ragazzo dell’Europa che non piantava mai bandiere”. Anzi, si divertiva a cantare “Anarchy in the U.K.” dei Sex Pistols o a ascoltare il collettivo punk anarchico Crass. E quell’anno londinese, iniziato il 6 agosto 1982, fu per me il mio vero servizio di leva, che mi formò per la vita, io che poi otto anni dopo avrei svolto il servizio civile come obiettore di coscienza. Londra, allora, ebbe il merito di farmi sentire parte viva di un continente che guardava avanti.

Quarant’anni dopo i passi indietro di civiltà dell’Europa sono stati tanti, troppi. E nell’era dei patriottismi, dei sovranismi e dei neo nazionalismi, dei neo fascismi, delle guerre di conquista neo-imperialiste, veri e propri tumori delle società contemporanee, quella missione di “non piantar bandiere” mi appartiene ancora.

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