martedì 24 ottobre 2017

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Grani antichi, la saga continua. La Regione siciliana: «Non daremo neanche un centesimo»

Imprese

Non è bastato il gesto distensivo di Terre e Tradizioni srl che ha offerto i marchi dei grani antichi siciliani al prezzo simbolico di 1 centesimno alla Stazione consorziale sperimentale di Granicoltura di Caltagirone. Fermo il no dell'assessore all'Agricoltura Antonello Cracolici: «Chiederemo al Ministero che vengano revocate le registrazioni dei marchi»


di Lavinia D'Agostino

Non dire gatto se non l’hai nel sacco. La querelle sui grani antichi di Sicilia continua. La lettera inviata ieri dalla Terre e Tradizioni srl di Verona (azienda che nel 2013 ha registrato come marchi i nomi di alcuni grani antichi siciliani) alla Stazione sperimentale di granicoltura di Caltagirone in cui si offre per il valore simbolico di un centesimo di euro la proprietà dei brevetti, non ha messo la parola fine alla spinosa questione che è arrivata fino al Parlamento Europeo su iniziativa del MoVimento 5 Stelle, e all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), su iniziativa del movimento TerraeLiberazione.
La cessione, infatti, non ha placato gli animi. E se alcuni a caldo hanno esultato, molti altri hanno storto il muso, avanzando più di una perplessità. Pur apprezzando il gesto di Terre e Tradizioni srl, nella persona dell’amministratore unico Felice Lasalvia Di Clemente, la questione resta sempre la stessa: trasformare il nome di un grano antico in marchio commerciale è un precedente pericoloso.

Il direttore Gianfranco Venora

E’ di questa opinione Gianfranco Venora, direttore della Stazione consorziale sperimentale di Granicoltura per la Sicilia che ieri ha ricevuto l’offerta di Terre e Tradizioni srl e che ha affidato al Consiglio di amministrazione la decisione in merito al da farsi sulla questione brevetti. La prima riunione del Consiglio di amministrazione è prevista oggi «ma non è detto che sia risolutiva» specifica subito Venora.
Dal canto suo il direttore si dice contrario alla cessione dei brevetti.
«Il Cda deve ancora decidere se accettare o meno questa donazione, e lo farà secondo criteri di logica e buon senso. La mia opinione personale è che ci sia un problema etico - dice Venora -, perché accettando i brevetti gli aguzzini diventeremmo noi. Noi conserviamo il germoplasma, possederne i brevetti sarebbe un controsenso: se fino ad ora come banca del germoplasma abbiamo reso accessibili a tutti coloro che ne facevano richiesta materiale di questa tipologia, acquisendo il marchio dovremmo chiedere le royalty per averne un beneficio diretto? Sono del parere che andrebbero cancellate le registrazioni e basta, e istruire le Camere di commercio affinché non accada più un fatto del genere. L’Assessorato regionale all’Agricoltura sta richiedendo la cancellazione dei brevetti, e mi sembra che sia la cosa più logica da fare, anche perché oggi sono stati brevettati due nomi di varietà e un nome generico "grani antichi", ma un domani, se facciamo passare che la cosa sia lecita, chiunque potrebbe detenerli. Si creerebbe un pericoloso precedente. Pensi se un domani, ragionando per assurdo, alla Stazione consorziale sperimentale di Granicoltura si insediasse un consiglio di amministrazione più spregiudicato: potrebbe chiedere le royalty o impedire l’utilizzo dei brevetti. Trovo sia necessario disinnescare al più presto questo processo».

L'assessore Antonello Cracolici

Pur apprezzando il gesto di Terre e Tradizioni srl, anche l’Assessore regionale all’agricoltura, Antonello Cracolici, resta fermo nelle sue posizioni.
«Capisco la simbologia dell’offerta di Terre e Tradizioni srl, ma non daremo neanche un centesimo. Accettare la loro proposta significherebbe monetizzare, seppur simbolicamente, un bene che non può essere monetizzato. Ciò che è evidente è che le varietà di grani antichi siciliani, dalla storicità è accertata, non potevano essere registrati come marchi commerciali, perché appartengono al patrimonio collettivo. Noi abbiamo avviato le procedure per la registrazione di queste varietà al Ministero affinché vengano tutelati. Prendo atto della generosità di questa società ma ho l’obbligo di tutelare ciò che in questa terra si produce. La Sicilia è una terra ricca di biodiversità abbiamo fatto una legge sul Born in sicily a tutela della biodiversità, e non possiamo far diventare la biodiversità un meccanismo di speculazione commerciale. Abbiamo già chiesto al Ministero dell’Economia e al Ministero delle Politiche Agricole che vengano revocate le registrazioni dei marchi perché si tratta di nomi varietali che non possono avere una finalità commerciale».

Mario Di Mauro di TerraeLiberazione

Sarà contento della notizia Mario Di Mauro, presidente di TerraeLiberazione e tra i fondatori dell’Associazione Simenza- cumpagnìa siciliana sementi contadine (di cui è ideatore e socio onorario, non essendo né un produttore né un agricoltore) da subito contrario alla cessione dei brevetti. E’ lui che ha segnalato la registrazione dei marchi all’Antitrust, “raccogliendo lo smarrimento e l’indignazione di migliaia di siciliani” e “sollecitando l’avvio di una indagine conoscitiva a fronte di un evidente impedimento alla concorrenza sui mercati (art. 12, c. 2 della legge n. 287/1990)”
«Stiamo vincendo, ma andiamo avanti, anche all'Antitrust– dice Di Mauro – perché nessuno può "regalarci" una cosa che è nostra da millenni. Apprezziamo il gesto di Terre e Tradizioni srl, ma non vogliamo strani precedenti in materia di brevetti. Che sia chiaro, niente di personale, ormai con la società veronese non siamo più "nemici", ma è evidente che il vuoto normativo va colmato ora, e non fra 100 anni. Il vuoto normativo è clamoroso. La Regione Siciliana deve registrare i nomi dei 52 grani antichi siciliani al registro nazionale di biodiversità, e ritengo che Coldiretti sia responsabile del disastro del comparto agrario e cerealicolo siciliano. Tutta questa vicenda è surreale e demenziale. Il popolo siciliano deve costruire sistemi di difesa e valorizzazione dei suoi prodotti».

L'avvocato Musso

Tutto chiaro. O quasi. I problemi reali sono due: anzitutto i tempi. Più tempo passa peggio è, come ci dice l’avvocato Lillo Massimiliano Musso, esperto di diritto industriale
«L’u
nico rimedio certo e definitivo che impedisca che un giorno qualche azienda possa rivendicare esclusive o imporre il pagamento di un corrispettivo per l'uso del marchio "Timilia" e similari è la cancellazione sic et simpliciter del marchio commerciale dal registro dell'Ufficio Marchi e Brevetti del Ministero dello Sviluppo Economico. Mantenere registrato un marchio nullo che conserva un ragguardevole potenziale economico, magari confidando nella buona fede altrui, è contrario ai doveri di diligenza e ai basilari principi di prudenza e precauzione. In generale, il marchio commerciale registrato esiste per affermare il diritto esclusivo di sfruttamento economico in capo al registrante. Fintanto che vi sarà un titolare assegnatario del marchio "Tumminia" e altri similari, a detto marchio corrisponderà un "padrone", munito della facoltà di vietarne l'uso a chicchessia. Ciò perché lo stesso articolo 13 del Codice della proprietà industriale, che al suo primo comma impedisce che possano costituire oggetto di registrazione come marchio d'impresa i segni privi di carattere distintivo, pone due deroghe, corrispondenti a due ipotesi legate all'uso del marchio medesimo. Il secondo comma aggiunge che in deroga al comma 1 possono costituire oggetto di registrazione come marchio d'impresa i segni che prima della domanda di registrazione, a seguito dell'uso che ne sia stato fatto, abbiano acquistato carattere distintivo. Questa ipotesi è stata scongiurata grazie alla decisa reazione di numerosi esponenti della società civile siciliana, che hanno colto la gravità dei fatti attraverso i reportage di giornalisti con la schiena dritta, fino alla resa della società Terra e Tradizioni Srl che ha dichiarato di vendere al prezzo simbolico di un centesimo i marchi in questione. Tuttavia, la seconda deroga, prevista dal terzo comma dell'art. 13, è ancora in fase di compimento. Tale deroga afferma dapprima una decadenza generale di reazione rispetto al marchio nullo, per poi, conseguentemente, sanare il marchio medesimo. Difatti, la norma esclude espressamente che il marchio possa essere dichiarato o considerato nullo se prima della proposizione della domanda o dell'eccezione di nullità, che si rivolge al Tribunale delle Imprese, il segno che ne forma oggetto, a seguito dell'uso che ne è stato fatto, abbia nel frattempo acquistato carattere distintivo. Posto che un marchio registrato è valido finché non vi sia una sentenza civile passata in giudicato che ne dichiari la nullità, per il tenore del terzo comma dell'art. 13, laddove non cancellato spontaneamente dagli odierni titolari, il marchio in esame potrebbe strada facendo immunizzarsi dagli attuali profili di nullità, attraverso un utilizzo non controverso in sede giudiziale, posto che la norma prevede espressamente la sanatoria del marchio nullo, attraverso la decadenza generale dalla specifica azione di nullità».

Punto secondo. Resta il problema della tutela dei grani antichi.
«Ad oggi i grani antichi pur essendo varietà riconosciute dalla storia, dalla letteratura e dalla scientificità – dice l’assessore Cracolici - non sono ancora stati registrati nel Registro nazionale delle varietà. Per questo motivo abbiamo istituito una commissione sulla granicoltura, abbiamo individuato 22 tipologie di grani autoctoni e avviato le procedure per la registrazione di 10 varietà. E’ chiaro che nel momento in cui saranno registrate, l’utilizzo sarà consentito solo in presenza di certificazione. Abbiamo la necessità di dare certezze ai produttori, ai commercianti ma anche ai consumatori, anche perché allo stato dei fatti l’utilizzo della dicitura “grani antichi” sembra più una moda che un prodotto reale, in quanto nessuno lo certifica».

«Un’altra strada che stiamo percorrendo – aggiunge Venora della Stazione consorziale sperimentale di Granicoltura – è l’istituzione dell’agricoltore-custode, ovvero agricoltori che si impegnano a produrre e vendere i semi dei grani antichi in purezza. A livello Comunitario recentemente è stato istituito un albo delle varietà da conservazione che include non solo i grani ma anche le razze animali. Chi riesce a documentare di possedere da molto tempo i semi di un grano antico e vuole continuare a mantenerlo, fa richiesta al Ministero dell’Agricoltura tramite l’Assessorato regionale, e si fa registrare come “agricoltore custode” di Timilia, per fare un esempio. Un agricoltore, per diventare custode, deve documentare che quella varietà di grano l’aveva in coltivazione o conservata da molto tempo, che la varietà per cui fa richiesta è tipica di quella zona, e deve dimostrare di saperlo mantenere in purezza: se una varietà ha delle caratteristiche morfologiche non deve diventare un miscuglio, il custode deve saperlo mantenere in purezza. Il lavoro dell’agricoltore custode viene poi controllato da quello che era l’Ente nazionale sementi elette, se il prodotto è in ottimo stato e in sufficiente stato di purezza riceve la certificazione, in caso contrario no. Ad oggi, per esempio, Giuseppe Li Rosi è agricoltore custode per tre varietà di grano, Timilia, Maiorca e Strazzavisazz, ed ora che la commissione regionale ha ripreso a lavorare dopo anni di fermo, altre 10 varietà a breve avranno degli agricoltori custodi. Con il rilascio della certificazione i prodotti potranno essere totalmente tracciati. Sia chiaro, l’agricoltore custode non ha l’esclusiva su quella varietà, infatti ci possono essere più agricoltori custodi per lo stessa tipologia di seme».
La parola “custode” fa pensare a uno che oltre a preservare, debba custodire e difendere… E se poi l’agricoltore custode si sentisse “custode” a 360°? «Il nome è effettivamente un po’ fuorviante - replica Venora -, l’agricoltore custode è abilitato a produrre seme in piccole quantità così da poterlo vendere alle persone intorno a lui, perché la varietà deve essere sempre localizzata in un determinato territorio siciliano, e possibilmente legata a prodotti di trasformazione di quel luogo. Questa, almeno, è l’idea legislatore. Il custode non è proprietario, e certamente non può brevettare il nome dei grani antichi, anche se è quello che è accaduto in Sicilia. I nomi dei grani antichi sono stati registrati con leggerezza e stavano diventando un’arma importante contro gli agricoltori che su queste varietà hanno costruito le loro attività imprenditoriali».

Pasta di Timilia

A questo c’è da aggiungere che in Sicilia manca una o più filiere produttive, che potrebbero creare migliaia di posti di lavoro. Attualmente in Sicilia ci si limita a vendere la maggior parte della produzione di grani antichi come materia prima alle aziende del nord Italia che lo trasformano e ce lo rivendono sotto forma di farina e derivati. Eppure di mulini, panificatori e pastifici ce ne sono tanti, e tanti altri ne potrebbero nascere se le condizioni fossero diverse. E’ come se la momento sfruttassimo solo l’1% delle nostre potenzialità. Alcuni produttori ci hanno raccontato che alcuni anni è stato difficile reperire i grani antichi da trasformare, perché erano stati venduti in massa ad aziende più grosse del nord Italia.
«La chiusura di filiera, la trasformazione in loco, è un’attività imprenditoriale che condivido - aggiunge l'assessore Antonello Cracolici -, ma sono gli imprenditori che devono darsi da fare per organizzare la filiera del grano, sia dal punto di vista produttivo che della sua trasformazione e commercializzazione. E’ un obiettivo al quale stiamo lavorando con il PFR (Piano Forestale Regionale), incentivando tutto ciò che consente di chiudere la filiera, stiamo cioè cercando di favorire un sistema produttivo e industriale che lasci il valore aggiunto in Sicilia. E’ paradossale che in Sicilia si produce del grano che poi viene rivenduto per la trasformazione al Nord. In merito ai grani antichi penso che 20 anni compravamo la pasta di un noto marchio commerciale, e nessuno andava a leggere cosa conteneva, dove veniva coltivato, nessuno si poneva neanche il problema, perché la pubblicità di un marchio commerciale aveva un valore così attrattivo che prevaleva su tutto. Oggi il consumatore, anche grazie alle campagne che stanno cambiando le abitudini alimentari, è sempre più esigente e chiede di sapere cosa sta mangiando, al contempo è sempre meno attratto dal marchio commerciale, tanto che oggi si parla di “etichetta parlante”. Il futuro dei prodotti food sarà sempre più connesso alla capacità di raccontarsi, di raccontare il territorio e le modalità produttive. Come è già avvenuto con il latte, il governo nazionale ha ottenuto dall’Europa che anche per il grano siano indicate la provenienza e tipologie in etichetta»

«Più volte abbiamo proposto all’associazione Simenza – racconta Di Mauro di TerraeLiberazione - la costituzione urgente dell’ammasso di grano, da rivendere quando il mercato è propizio, ma anche la costituzione di due mulini da mettere a servizio dei soci. Non è successo niente, semmai alcuni hanno preferito fare i "sensali" (mediatori, nda), ma la filiera cerealicola, quella che dai campi arriva ai forni, è un’altra cosa. Secondo i miei calcoli la filiera del grano in Sicilia potrebbe creare lavoro per 40mila persone».

Franco Vescera di Confindustria agroalimentare Siracusa - ph Antonio Parrinello

Forse la verità è che in una terra ricca di biodiversità come la Sicilia, manca ancora qualcosa. Le idee e le potenzialità ci sono, ci sono anche i lavoratori e tanti disoccupati in cerca di lavoro, ci sono anche i “furbi”, certamente, ma manca ancora qualcosa.
«In Sicilia manca la cultura d’impresa – dice Franco Vescera, presidente di Confindustria agroalimentare Siracusa ed esperto di grani antichi -, un’entità immateriale che si avvale di una serie di conoscenze. Nel mondo dell’imprenditoria c’è il leader (portato alla gestione d’impresa in modo naturale), e l’imprenditore formato, il manager. In Sicilia c’è tanto approccio leader-imprenditoriale ma manca la formazione imprenditoriale e manageriale che diventa uno strumento indispensabile perché l’imprenditoria raggiunga i livelli più alti. Manca cioè quella figura che capisce di strategia, di pianificazione, di bancabilità, che capisce cosa significa fare sistema, cos’è un consorzio. In Sicilia i consorzi e le cooperative sono morte, e non perché gli strumenti non erano adeguati, ma perché i leader imprenditoriali non erano adeguati a questi sistemi».


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Pubblicato il 14 luglio 2017



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