Giuseppe Severini: «Il mondo dell’arte medioevale crea emozioni che allietano l’animo umano»

Mestieri perduti La passione dello studioso milanese, siciliano di radice e d'adozione, per la musica e gli strumenti del passato, e la sua costante ricerca lo hanno portato ad essere un profondo conoscitore della musica medievale grazie alla sua Casa della musica e della liuteria di Randazzo: «Basta uscire di casa e allungare lo sguardo oltre le antiche mura di Randazzo e vieni attratto dalla potenza ancestrale dell’Etna, l’energia tumultuosa dell’Alcantara e la verde serenità dei Nebrodi»

Anticamente eserciti, mercanti, pellegrini e viaggiatori che volevano dirigersi verso l’interno della Sicilia erano costretti, sbarcando a Messina, ad andare a Sud seguendo la costa ionica e risalire la valle dell’Alcantara. Attraverso la regia trazzera che aggirava a Nord l’Etna seguendo il corso del fiume Alcantara, si arrivava verso l’abitato che costituiva di fatto la porta d’ingresso della Sicilia: Randazzo. Grazie alla sua ubicazione strategica, Randazzo si è sviluppata nel corso dei secoli ereditando i diversi stili architettonici e la cultura dei popoli che l’hanno abitata. Definita anche la città dalle 100 chiese, il suo centro storico è caratterizzato da una trama urbanistica tipica delle città medioevali con le sue strette stradine, i sottopassi ed i piccoli cortili dove regna il silenzio della storia.

La bottega di Giuseppe Severini a Randazzo, foto Luca Urzi

Questo borgo venne” scoperto” agli inizi degli anni ’90 da un professore milanese di filosofia e storia medievale: Giuseppe Severini. La passione di questo studioso per la musica antica e gli strumenti musicali dell’epoca, e la sua costante ricerca lo hanno portato ad essere un profondo conoscitore della musica medioevale. Una vita vissuta fra i suoni ancestrali e la dolce musica dei menestrelli che sembra uscita da un romanzo di altri tempi.

Giuseppe Severini, foto Luca Urzi

Andiamo con ordine. Severini, meneghino di nascita ma di madre siciliana e padre calabrese, manifesta sin da ragazzo la sua passione per la storia e la musica. Dopo la laurea in lettere e filosofia con una tesi sulla storia medioevale si iscrive al conservatorio di Padova per studiare il mandolino classico e quello barocco. Inizia intanto ad insegnare in un istituto di Milano.

Giuseppe Severini e le chitarre da lui realizzate, foto Luca Urzi

Cosa l’ha spinta poco tempo dopo a lasciare Milano per andare ad insegnare in Sicilia?
«
Essenzialmente l’amore della natura. Il desiderio interiore di una dimensione più antica, come la terra di Sicilia, che non sentivo in una metropoli come Milano. Questa dimensione l’ho ritrovata nella sede di Adrano, dove ho abitato appena arrivato, e soprattutto a Maniace e Maletto dove insegnavo. A Maniace ho vissuto una bellissima esperienza sia dal punto di vista umano che professionale. Qui ho conosciuto un vero galantuòmo, un pecoraio che suonava con maestria la “ciaramedda” (zampogna): il signor Sebastiano Liuzzo detto “Scorpo”. Un “nomignolo-ngiuria” di cui ancora sconosco il significato. Per mesi, dopo la scuola, andavo a trovarlo nel suo ovile per imparare i segreti di questo antico strumento pastorale».

Gli strumenti antichi realizzati da Giuseppe Severini, foto Luca Urzi

Dopo tre anni, con una scelta coraggiosa lei ha deciso di abbandonare la scuola per dedicarsi completamente alla sua passione per la musica e gli strumenti.
«
In quel periodo della mia vita facevo praticamente due lavori, l’insegnamento a scuola ed il lavoro di liutaio. Avevo comprato, nel centro storico di Randazzo, una antica casa del XIII secolo, che ho trasformato nella classica casa-bottega. Ho “scoperto” quasi per caso, con mia grande gioia, questa cittadina così unica nel panorama siciliano dove si respira ancora una atmosfera medioevale, ideale per il mio lavoro e che risponde ai miei bisogni interiori. Basta uscire di casa e allungare lo sguardo oltre le sue antiche mura e vieni attratto dalla potenza ancestrale dell’Etna, l’energia tumultuosa dell’Alcantara e la verde serenità dei boschi dei Nebrodi».

Il laboratorio del liutaio, foto Luca Urzi

Come nasce la Casa della musica e della liuteria?
«Con lo sviluppo dei social la mia attività artigianale è andata incrementando, grazie anche al passaparola. I miei figli, crescendo, hanno preso, chi per studio o lavoro, strade diverse. Mi sono ritrovato ad avere più spazio a casa. Nel 2010 ho fondato la Casa della musica e della liuteria, in una saletta di 40 posti attraverso una esposizione didattica di oltre 60 ricostruzioni di antichi strumenti musicali, illustro agli ospiti il lavoro artigianale del liutaio, l’arte della costruzione, suonando dal vivo e spiegando durante questa ora di lezione le caratteristiche degli strumenti. La “casa” è diventata col tempo un punto di incontro per appassionati, curiosi, studiosi ed anche turisti».

Giuseppe Severini suona una ghironda, foto Luca Urzi

Oltre a lei esistono in Sicilia altri maestri liutai che si dedicano a questa antica arte?
«Siamo rimasti in pochi in Sicilia. Oltre me, vi sono a Palermo due maestri liutai, Walter Cangelosi e Ugo Casillia. Essere liutaio significa possedere la competenza del musicista, conoscere nozioni di fisica acustica, l’abilità manuale certosina nel creare, restaurare e collaudare uno strumento. Usare i legni giusti è importante, io uso anche il castagno dell’Etna. La liuteria è un’arte complessa, Catania era un centro famoso per le sue numerose botteghe di liutai. Esistevano diversi laboratori nel centro storico che davano lavoro a circa 300 artigiani che utilizzavano principalmente il legno di Palissandro per fabbricare chitarre e mandolini che hanno esportato in tutto il mondo. Alcuni dei loro strumenti si trovano persino nei musei. Io ho avuto la fortuna di conoscere gli ultimi maestri liutai da cui ho umilmente imparato: Casabianca, Abramo, Tosto, Catania, Leone, Maravigna e Salterio, solo citarne alcuni. Purtroppo il cosiddetto “risanamento” del centro storico di Catania ha spazzato e disperso le loro botteghe. Se a questo si aggiunge la concorrenza degli strumenti musicali industriali il quadro è completo. Oggi a Catania rimangono solo tre artigiani, Lo Verde, Privitera e Scandurra, che continuano l’antica tradizione».

L’organistrum di Santiago, foto L. Urzi

Lei, ha fatto una scelta musicale particolare: il medioevo. Perché?
«I miei studi universitari e le mie ricerche fin dagli inizi sono stati diretti alla musica del periodo medioevale, con la sua estetica ed i suoi simboli. Il mondo dell’arte medioevale crea emozioni che allietano l’animo umano. Amo riportare in vita strumenti musicali antichi come la Lira dei Greci ed altri strumenti che copio da antichi disegni o quadri. Ad esempio, un antico strumento l’ho copiato da un bassorilievo del 1188 sulla Porta della Gloria a Santiago di Compostela: l’organistrum. Uno strumento complesso ed elaborato che bisogna suonare in due. Preferisco la ghironda uno strumento medievale più maneggevole da suonare. Con mia moglie, pianista, partecipiamo a concerti medievali organizzati da associazioni o gruppi sociali che come noi amano il suono e l’atmosfera della musica gentile».

L’organistrum di Severini, foto L. Urzi

Finita l’intervista ci accingiamo ad uscire quando, sull’uscio della porta i nostri sensi vengono attratti da una armonia musicale quasi sussurrata. E’ il suono dell’arpa eolica,un grande strumento a corde inventato dal maestro Severini che lo ha collocato all’ingresso. Le corde, “pizzicate dal vento”, sembrano  salutarci. Nella Casa della musica di Randazzo anche il dio Eolo ama suonare la musica medioevale.

I suoni del cosmo e l’organistrum

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