domenica 18 agosto 2019

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Domenico Cacopardo: «Lungo la ferrovia di Giusto corrono i meccanismi del potere»

Libri e fumetti

"Agrò e i segreti di Giusto" (Marsilio), ottavo della saga del magistrato, parte dalla strana morte di un ingegnere ferroviario che non accetta il modo di operare della sua società. Lo scrittore: «Nel 2012 volevo parlare di alta velocità italiana, l'editore me lo impedì per rischio querele. Per non perdere il romanzo ho spostato il racconto sulla tratta Trieste-Budpaest»


di Salvo Fallica

Un romanzo di pura fantasia narrativa che parla del mondo contemporaneo, che delinea e descrive i meccanismi del potere e palesa le contraddizioni dell'Italia e dell'Europa. Il nuovo libro di Domenico Cacopardo, “Agrò e i segreti di Giusto”, pubblicato dalla casa editrice Marsilio, è un romanzo di notevole importanza, che ha forti implicazioni politologiche, sociologiche, antropologiche, vi è anche un respiro ampio di politica estera. Ed ovviamente, come in tutti i romanzi dello scrittore siciliano Cacopardo, vi è la presenza della Sicilia. Non solo per i luoghi accennati - dalla Sicilia orientale a quella occidentale - da Taormina e dintorni a Bagheria, e per i personaggi siciliani, ma per l'ispirazione filosofico-culturale e letteraria. In questo caso la storia è ambientata a Roma, e da qui che si snoda la nuova indagine del magistrato Italo Agrò.

Domenico Cacopardo

Cacopardo mostra una notevolissima conoscenza di Roma, delle vie, delle piazze, dei luoghi del Tevere, di ristoranti, trattorie e bar, della storia, di usi e costumi, abitudini e tradizioni della capitale. Si trova a suo agio nel raccontarla così come quando ambienta i romanzi nella sua Letojanni e negli altri suggestivi luoghi del Taorminese e del Messinese. E' un romanzo pieno di colpi di scena, la cui trama narrativa si snoda in maniera fluida, e soprattutto è una rappresentazione critica dell'Italia che “conta”, del potere, più specificatamente dei meccanismi dei poteri. Perché non vi è solo un potere ma poteri che si scontrano, si confrontano, si annusano in vista di alleanze o si fanno una dura guerra. Poteri che si intersecano, che si toccano anche quando non vorrebbero. E vi sono le persone che con la loro condotta, il loro agire, possono fare e fanno la differenza in positivo. Così come fa con integrità morale e professionale il sostituto procuratore Italo Agrò. Un libro che estrinseca anche l'acuta conoscenza dei poteri romani che ha costruito nel tempo l'ex magistrato del Consiglio di Stato, scrittore ed intellettuale Domenico Cacopardo. Perché la conoscenza non è semplicemente accumulazione di sapere, ma costruzione critica del sapere. Così come mostra la corrente filosofica e psico-pedagogica del costruttivismo, il sapere è una costruzione fatta dagli esseri umani in maniera dinamica e non statica, è fondamentale l'interazione con l'ambiente. Aggiungiamo che ogni individuo è kantianamente dotato di libera ragione e libera capacità critica, e che il sapere non è costruzione necessaria, deterministica, ma aperta. I libri di Cacopardo sono dunque anche un itinerario critico nella conoscenza dei mondi del potere o dei poteri, analizzati criticamente. La letteratura come strumento di comprensione del mondo. Il romanzo è incentrato sul caso del presunto suicidio dell'ingegnere Giusto Giarmana.

Il libro

Cacopardo può raccontare ai lettori qual è stata l'ispirazione di questo suo nuovo romanzo?
«Questa storia è parente dell’alta velocità italiana ed è frutto di ciò che fu pubblicato dalla stampa, anche in relazione ad alcune inchieste giudiziarie, nel periodo in cui si costruiva la Torino-Milano-Firenze e la Roma-Napoli-Salerno. Mi interessava mettere in scena i meccanismi con i quali si relazionano il potere politico, il potere burocratico, il potere giudiziario, il potere imprenditoriale e le professioni. Nella Roma che da molto tempo è diventata la sentina dei vizi nazionali. Quindi, come sempre una costruzione di ambienti e personaggi rigorosa, che aveva prodotto un romanzo dedicato proprio alla più grande opera pubblica della storia d’Italia, cui ho dovuto rinunciare per il parere, da me non condiviso, degli uffici legali della casa editrice che annunciavano querele e danni. Tra il rinunciare all’opera, la cui prima stesura risale al 2012, e pubblicare la storia, trasferendola nell’immaginaria realizzazione della ferrovia Trieste-Budapest, via Zagabria, ho scelto la seconda strada. E le reazioni dei lettori mi confermano che il contesto ha mantenuto la sua efficacia».

Qual è l’origine del personaggio Giusto Giarmana?
«Giarmana è un ingegnere senior delle Ferrovie che viene assunto dalla società incaricata della realizzazione di questa nuova ferrovia internazionale. Il suo disagio, il suoi dissensi rispetto al modo di operare dei dirigenti di questa società lo colloca sul fronte della correttezza dei comportamenti amministrativi e tecnici».

I segreti di Giusto Giarmana viaggiano lungo i binari

Una figura che catalizza l'attenzione è quella di Olga Semmelweins Zalanji. L'avvocata che è centrale nelle dinamiche del romanzo. È come se avesse concentrato le contraddizioni e le ambiguità della complessa vicenda in questo personaggio...
«Il mio interesse, nello sviluppare la storia, è stato focalizzato su un umanissimo e diffusissimo sentimento: l’avidità. Olga è una donna avida, come avide sono la moglie e le figlie di Giarmana. E come tutti coloro che entrano in scena come protagonisti o comparse. L’avidità segna nella vita come nel mio racconto molta parte della giornata degli individui, soprattutto di coloro che il destino o lo sgomitare ha portato a ricoprire posizioni di responsabilità».

Dato che un romanzo ha anche un valore metaletterario, simbolicamente chi è e cosa rappresenta Olga?
«Rappresenta la moderna espressione dell’uso delle proprie risorse non professionali - bellezza, intelligenza, capacità di manovra - per ottenere per vie traverse e/o illecite i propri scopi».

Come è nato il personaggio letterario Italo Agrò?
«Una vecchia storia che risale al 1999. L’editore mi fece un affettuoso ricatto: avrebbe pubblicato il mio romanzo storico "Giacarandà", se gli avessi scritto un giallo. Tra le mie carte c’era un giallo "La strana storia di Cateno La Strada". Intorno a esso costruii la prima inchiesta di Italo Agrò, dandogli alcuni caratteri che mi erano e mi sono familiari, a cominciare dal paese di Sant’Alessio».

Può descriverlo ai lettori sul piano caratteriale, psicologico, morale, culturale?
«Italo Agrò non è un personaggio speciale. È un normale magistrato della pubblica accusa che lavora. Macina, come un motore diesel, interrogatori, informazioni, elementi di fatto in modo da costruire in modo induttivo i capi d’accusa nei confronti di chi è l’autore del delitto. Un autore che viene identificato partendo dalla vittima: è la vittima che conduce al suo assassino. È un uomo sensuale e positivo, un meridionale che ha avuto diverse storie d’amore».

Presentazione del romanzo a Marsala con Franco Sutera e Marco Marino

Vi sono aspetti di Agrò che direttamente od indirettamente rimandano a Domenico Cacopardo?
«Esce dalla mia testa ed è fatale che ci siano rinvii che chi mi conosce può identificare. Tuttavia, mano a mano che si susseguivano i romanzi di Agrò, questo è l’ottavo, ovviamente si andava allargando la sua autonomia e cresceva la sua personalità. Spesso lo odio e vorrei farlo morire. Ma poi mi rendo conto di essergli affezionato. Giacché nel gioco degli specchi deformanti ci sono certo espressioni che mi appartengono».

Di sicuro Italo Agrò è un riformista con un autentico senso della giustizia e dell'equità sociale. Si rivede in questi aspetti?
«Le opinioni politiche di Agrò non sono in discussione. Le mie nemmeno: in questi tempi tristi per la nazione Italia, è necessario che ognuno compia quello che ritiene sia il suo dovere di uomo e di cittadino».

La Sicilia è presente, così come sempre nei suoi romanzi, anche quando, come in questo caso, non è centrale nella trama. Eppure vi sono molti rimandi, citazioni di luoghi, dal Messinese a Bagheria, di personaggi siciliani, Italo Agrò in primis. Potremmo dire di più, vi è anche un substrato cultural-filosofico e poetico-letterario. Citazioni di grandi autori: Quasimodo, Vittorini, Consolo...
«Sa, Fallica, tutto è in discussione ormai e i "grandi" del passato non sono più così grandi come li vedevo e li vedo io. Spesso sono del tutto sconosciuti o svalutati. Pensi a Leonardo Sciascia, ridotto a mafiologo dai media e, quindi, dalla pubblica opinione. L’importante, lo ripeto, è essere naturalmente portatori del complesso di valori che hanno ispirato la letteratura siciliana alta. Oggi, qualche erede lo si individua e penso a Nino De Vita, il poeta di Marsala, il cui ultimo libro "Tiatru" è un vero capolavoro letterario. E, sul fronte della consapevolezza, della critica militante, penso a persone come Salvatore Ferlita che onorano la cultura isolana con un continuo lavoro di scavo, assistito da una visione complessiva di raro valore».

Il poeta marsalese Nino De Vita

Lei ha avuto una lunga carriera nel Consiglio di Stato ma palesa una conoscenza profonda anche dei meccanismi del diritto penale, della vita delle Procure, ed anche degli aspetti tecnici delle indagini. Oltre a condurre degli studi si è più volte confrontato con diversi addetti ai lavori?
«Sono vissuto in un contesto professionale aperto, in cui il confronto delle idee e delle conoscenze era esercizio quotidiano. Quindi, è fatale che le mie storie rispecchino conoscenze professionali e umane».

Ha collaborato da esperto giurista con diversi governi. Che idea si è fatto della politica italiana?
«Ci vorrebbe un trattato. Rimane una sensazione sintetica quella del fallimento della seconda Repubblica, quella del maggioritario e del bipolarismo».

L'Ungheria, Budapest, sono luoghi citati anche in questo romanzo. Esercitano in Lei un fascino storico ed intellettuale?
«La famiglia di mia madre emigrò dall’Ungheria nella Bassa padana all’inizio dell’800. C’è quindi curiosità e richiamo affettivo nelle mie relazioni con Budapest e la realtà magiara. Una realtà dura, capace di manifestare antisemitismo e xenofobia nelle forme parossistiche che, purtroppo, stiamo sperimentando alla lontana anche noi. Ma personaggi come Tidavar Csontvary, detto Kakca, o Pörge Gerely, vissuti a Taormina a cavallo tra l’800 e il '900 hanno onorato le arti figurative ungheresi e la conoscenza della Sicilia».

Hungary Budapest night Danube iron bridge di MaHuaf j364

Nel suo romanzo affronta il tema delle infrastrutture, in particolare dell'alta velocità nell'Europa dell'Est. Ed anche se specifica che il suo romanzo è frutto di fantasia, in una nota finale del libro ricorda un passaggio importante di geopolitica. Uno snodo strategico che riguarda opere infrastrutturali e scenari politici europei che avrebbero potuto modificare gli equilibri del Vecchio Continente. Può spiegarlo ai lettori?
«C’è stato un momento, dopo la caduta del Muro di Berlino, in cui l’Italia aveva tessuto una rete di relazioni nell’Est europeo ben più importante di quella tedesca. Poi quella classe politica fu spazzata via e delle relazioni italiane non si è più parlato».

Dal Nord al Sud. Spostiamoci nell'Isola al centro del Mediterraneo. Essendo lei uno scrittore sempre molto attento alle questioni dell'attualità, che idea si è fatto della complessa questione dell'immigrazione?
«Considero Marco Minniti il miglior ministro dell’interno della Repubblica italiana. E in questa considerazione c’è la mia opinione. Come disse lui, l’immigrazione indiscriminata e biblica costituisce un problema di ordine democratico: e oggi si vede come e quanto avesse ragione».

La foto di Massimo Sestini del 2014 diventata simbolo della questione migranti

Come giudica le risposte date dai governi italiani precedenti e da quello attuale alla questione dei migranti?
«Pessime. In due sole occasioni - Kosovo e periodo di Minniti al Viminale - s’è vista una politica realistica, capace di tutelare gli interessi del Paese».

La transizione italiana sembra infinita. Dagli anni '90 in poi, tranne alcune parentesi con risultati positivi anche a livello europeo, si succedono politici che propongono leadership personalistiche e ricette miracolistiche. Lo storico Salvatore Lupo ha parlato dell'affermarsi di concezioni di antipolitica e di antipartitismo. Il direttore del Corsera, Luciano Fontana, ha descritto l'Italia come un "Paese senza leader", ed ha messo in guardia sulle politiche demagogiche e populistiche. Qual è la sua visione?
«Come dimostra il 1932 tedesco, anno della presa del potere da parte di Adolf Hitler, e il 1922, l'anno di Mussolini, i leader sono sovente espressione di satrapie e autoritarismi. La democrazia non dovrebbe avere bisogno di leader carismatici. I processi sociali dei nostri giorni, che hanno spazzato via i corpi intermedi e i punti di incontro e mediazione, hanno reso leader personaggi che nella Prima Repubblica non avrebbero ottenuto nemmeno la direzione di un condominio».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 16 luglio 2019





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