Deborah Auteri e il linguaggio dei bambini: «Un genitore dona la gioia della comunicazione ai propri figli»

Libri e Fumetti In “Parla con me”, edito da Mondadori, la logopedista siciliana si pone tra la consulente esperta della materia e la mamma che vuole offire un manuale utile per stimolare il linguaggio dei bambini nei loro primi quattro anni. Auteri unisce il rigore del metodo e della ricerca intrisa di esperienza pragmatica con la capacità divulgativa: «Ogni tappa dello sviluppo del linguaggio è carica di sorprese e meraviglie»

Un viaggio nel mondo del linguaggio dei bambini, un’esplorazione di universi psicologici e comunicativi. Con al centro le parole, le emozioni, i pensieri, le dimensioni simboliche, universi di umanità. L’autrice di questo itinerario è un’affermata logopedista, Deborah Auteri, etnea d’origine e siracusana d’adozione. Un lavoro ben strutturato che ha dato genesi al libro dal titolo “Parla con me” edito da Mondadori, che delinea come stimolare il linguaggio dei bambini nei loro primi quattro anni.

Auteri unisce il rigore del metodo e della ricerca intrisa di esperienza pragmatica con la capacità divulgativa. Grazie anche al suo stile comunicativo è molto seguita sul web con oltre 110 mila follower su Instagram. E sa delinerare la dimensione pratica dello sviluppo del linguaggio dei bambini come una continua scoperta: i primi versetti, le prime lallazioni, le prime parole. «Ogni tappa dello sviluppo del linguaggio è carica di sorprese e meraviglie, ma anche di ansie e preoccupazioni, talvolta immotivate». 

Deborah Auteri col suo libro “Parla con me”

Cruciale è l’aspetto della comunicazione, i bambini imparano a conoscere il mondo grazie a questa dimensione interattiva. Nello stimolo di questa competenza vi è un aspetto fondamente dello sviluppo del linguaggio dei bimbi. Nel libro vi è sia la dimensione teorica sia quella più vicina agli aspetti pragmatici della vita quotidiana. In realtà come palesano le scienze umane teoria e pratica sono sempre profondamente interrelate e connesse. L’autrice è efficace nell’attingere anche alla sua esperienza di mamma per chiarire con esempi ed aneddoti le teorie. Chiara e divulgativa anche la spiegazione delle tappe dello sviluppo del linguaggio, che inizia dal grembo materno. Altro aspetto rilevante è l’analisi sul linguaggio visto non solo come articolazione di parole e frasi ma come una dimensione molto più ampia “che include tantissimi aspetti non verbali”.
Auteri demistifica falsi miti, decostruisce luoghi comuni, fornisce concrete indicazioni su molteplici aspetti della vita quotidiana dei bimbi. E scrive: “Da mamma mi rendo conto di quanto possa essere difficile affrontare certe tappe di sviluppo dei nostri bambini, sprovvisti di strumenti validi e bombardati da informazioni contrastanti. Da professionista credo nel potere della consapevolezza: nessuno meglio di un genitore informato e competente potrà fornire al proprio bambino gli strumenti di cui ha bisogno per crescere nel miglior modo possibile”.

Il linguaggio, gli strumenti ed il “dono”

Auteri sostiene: «Una delle cose che mi piace sempre sottolineare a chi mi chiede un parere o un consulto è di non scordare mai che lo sviluppo del linguaggio è una tappa fondamentale nella vita di ogni essere umano e che tutti quegli strumenti che diamo ai nostri figli per aiutarli ad acquisire questa competenza sono, prima di ogni altra cosa, un dono. E un dono deve essere fonte di gioia, non di preoccupazione. Quando facciamo un regalo a qualcuno a cui vogliamo bene, cerchiamo sempre di pensare a qualcosa che possa fargli piacere e renderlo felice. Non esiste il regalo universalmente giusto, che piaccia a tutti: dall’amica in carriera al fratello appassionato di videogiochi, dal marito in fissa con i fumetti alla nonna che adora spignattare in cucina. Eh no, sarebbe troppo semplice!».

Lo sviluppo del linguaggio e l’errore dei paragoni tra i bambini

La studiosa sottolinea: «Contemporaneamente, dobbiamo sempre ricordare che lo sviluppo del linguaggio non avviene nello stesso modo e con gli stessi tempi per tutti i bambini. Per questo è così sbagliato paragonare i nostri figli a quelli degli altri: primo perchè non conosciamo esattamente il contesto e gli stimoli a cui quei bambini sono sottoposti, e poi perchè i paragoni, le classifiche, le graduatorie sono sempre fonte di ansia, sia per i genitori  che per i figli».

«Ricordo ancora quando sono diventata mamma di Tea, la mia prima bimba, e mi sono ritrovata immediatamente catapultata in una realtà fatta di “gruppi” di genitori il cui principale passatempo sembrava quello di confrontare i risultati dei loro figli. Frasi come: “Ah, la tua bimba ancora non cammina? Il mio alla sua età scorrazzava in giro già da un pezzo!” oppure “Il tuo bimbo ancora non parla? Il mio a nove mesi diceva già chiaramente mamma e papà!” erano all’ordine del giorno. Io, che sapevo quanto questi paragoni fossero inutili e poco costruttivi, non ci prestavo particolare attenzione, ma mi sono resa conto di quanto invece potessero essere fonte di sconforto per altri genitori, oltre che controproducenti per i bambini, sottoposti a pressioni immotivate e spesso in contrasto con il loro sviluppo. Piuttosto che confrontare i propri figli con quelli degli altri, quindi, quello che una mamma o un papà possono fare è conoscere le tappe di sviluppo e i tempi medi di acquisizione di una determinata competenza (camminare, parlare e così via). Perchè – ricordatelo sempre – essere genitori non è una gara e paragonare i vostri figli a quegli degli altri non li farà crescere più in fretta né meglio».

Deborah Auteri e i figli

Equilibrio e consapevolezza

Con stile di buon senso Auteri afferma: “Allo stesso modo dovremmo sempre fare attenzione ai consigli o ai pareri che diamo agli altri, anche se lo facciamo con le migliori intenzioni. Quando si dice che una mamma possiede un certo ‘sesto senso’ nei confronti del proprio bambino e di quelli che sono i suoi bisogni e le sue necessità, non si tratta dell’ennesima frase fatta. È davvero così: nessuno conosce i nostri figli e il contesto in cui vivono e crescono quotidianamente meglio di noi”.

Il linguaggio ed i giochi simbolici

“Il primo gioco simbolico fa riferimento alla loro quotidianità e alle esperienze che vivono in prima persona. Questo è particolarmente evidente quando il bambino gioca con un suo surrogato (come una bambola o un peluche) e riproduce azioni note e sperimentate su se stesso: gli dà da mangiare, gli cambia il pannolino, lo mette a dormire… Attraverso il gioco simbolico, sperimenta la prima forma di astrazione di quanto lo circonda, in una dinamica molto simile a quella alla base del linguaggio verbale (le parole, infatti, non sono altro che simboli che, convenzionalmente e astrattamente, utilizziamo per riferirci a elementi del mondo che ci circonda. Dopotutto, come ci ricorda anche William Shakespeare, una rosa conserva il suo profumo anche se la chiamiamo con un altro nome…). Il gioco simbolico è dunque una fase importantissima nello sviluppo di ogni bambino e – è bene ricordarlo – non ha genere”.

I gemelli ed il linguaggio

Auteri affrontare anche il tema dei gemelli nell’ottica dello sviluppo del linguaggio. Nonostante siano più facilmente soggetti a piccoli ritardi nello sviluppo del linguaggio dovuti a fattori perinatali (ad esempio nascita prematura, basso peso alla nascita ecc.), diversi studi hanno rilevato che tali ritardi sono soprattutto riconducibili alle esperienze sociali successive. Ad esempio, non è raro che i gemelli ricevano una minore stimolazione del linguaggio rispetto ai figli ‘singoli’, semplicemente perchè devono dividersi le attenzioni di genitori, nonni, babysitter e così via. Allo stesso tempo, i gemelli hanno meno occasioni di relazionarsi con i loro familiari in un rapporto uno a uno. Le ricerche hanno dimostrato che tali ritardi tendono a scomparire nel corso dell’infanzia. I genitori di gemelli, quindi, non devono farsi prendere dal panico ( ricordatevi: se un figlio fa di voi un eroe, con due diventate dei supereroi!), ma semplicemente prestare attenzione alla situazione e verificare che i ritardi non diventino troppo consistenti”.

Deborah Auteri

La dimensione dei segni ed il linguaggio verbale

Deborah Auteri analizza anche un’altra rilevante questione. “Svariati studi scientifici confermano che l’utilizzo di segni e gesti non solo non ritarda la comparsa delle parole, ma addirittura la potenzia. Riflettiamo su un parellelismo molto semplice: così come è assurdo pensare che gattonare impedisca ai nostri bambini di imparare a camminare, allo stesso modo non possiamo pensare che imparino a parlare senza aver prima attraversato una fase di comunicazione gestuale. Shari Robertson, professoressa di Logopedia presso l’Università dell’Indiana, ha elencato cinque ragioni per cui un genitore dovrebbe usare i segni per sviluppare le competenze orali del suo bambino”.

Il cervello dei bambini e il linguaggio

Auteri evidenzia che: “Il cervello dei bambini processa i segni in modo più efficiente delle parole. Per un bambino piccolo, una delle maggiori difficoltà nell’apprendere il linguaggio orale è sicuramente correlata a una ridotta capacità di mantenere informazioni nella memoria a breve termine. In più, è difficile per lui ‘tenere a mente’ la parola e, allo stesso tempo, pensare al suo significato nel momento in cui il suono è scomparso. Questo è uno dei principali motivi per cui, quando vogliamo favorire lo sviluppo linguistico dei nostri bambini, dobbiamo ripetere tante volte lo stesso termine”.



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