Capitale italiana della cultura, Catania ufficializza il passo indietro: «Non siamo pronti»

Cultura Dopo la pubblicazione da parte del Ministero delle candidate italiane a Capitale della cultura 2021 (i dossier vanno presentati entro il 30 giugno), si era già capito dal post social a caldo dell'assessora alla Cultura Barbara Mirabella che la città non sarebbe andata avanti. Mirabella: «Non temiamo la sfida sulla qualità degli eventi, ma le candidature si fanno con una progettazione sinergica tra le forze culturali della città». I pareri del professore Rosario Castelli, delegato del Rettore per gli eventi culturali, Ciccio Mannino di Officine Culturali, Giovanni Cultrera di Montesano, sovrintendente del Bellini, e della giornalista e scrittrice Elvira Seminara

Sicilia capitale italiana della cultura/1. Con questo servizio su Catania inizia una inchiesta in 5 puntate sulle candidate siciliane a Capitale italiana della cultura 2021. Le altre città candidate sono Modica, Scicli, Palma di Montechiaro e Trapani. Entro il 30 giugno vanno presentati i dossier di candidatura.

Il Castello Ursino

Catania candidata a Capitale italiana della Cultura? Sarà per un’altra volta. Quando il 3 gennaio il Ministero dei Beni Culturali ha pubblicato i nomi delle 44 città che avevano inoltrato la richiesta, a spegnere gli entusiasmi il giorno dopo è subito arrivato un post su Facebook dell’assessora comunale alla Cultura Barbara Mirabella che parlava di una notizia senza fondamento. «Siamo lieti – si legge sul post  – che, ancora una volta, il nome di Catania sia accostato alla possibilità che si candidi a Capitale italiana della Cultura ma, al momento, è una notizia senza fondamento. Riteniamo di avere le carte in regola da ogni punto di vista, ma una candidatura non si improvvisa e presuppone una progettazione condivisa con gli operatori culturali cittadini, un budget realistico e fonti di finanziamento attendibili, che vanno verificati e confrontati. Stiamo lavorando perché questo possa accadere, creandone i presupposti, poggiando una candidatura su basi solide, senza dimenticare che, appena tre anni addietro, con un’altra amministrazione non si riuscì a raggiungere l’obiettivo. Catania merita programmazione e non improvvisazione: abbiamo, da pochissimi giorni, ristrutturato il nostro apparato dirigenziale e stiamo lavorando, dopo la dichiarazione di dissesto finanziario, ad una ripartenza che posizioni Catania dove merita, per storia, blasone e patrimonio artistico-culturale e ogni giorno siamo impegnati per questo».

E se, per dovere di cronaca, è giusto sottolineare che il nome di Catania figurava sul sito del Mibact perché la manifestazione di interesse controfirmata dal sindaco Salvo Pogliese, così come previsto dall’iter, era arrivata puntuale al Ministero entro il 16 dicembre, resta il fatto che la città, per quest’anno, non presenterà il suo progetto alla scadenza prevista (prorogata negli ultimi giorni dal 2 al 13 marzo).

Barbara Mirabella

«Non siamo pronti –  ci spiega Barbara Mirabella -, le candidature sono una cosa seria e si fanno con una progettazione che è frutto di lavoro sinergico tra le forze culturali della città ma anche con le risorse umane che hanno nelle loro competenze, le capacità di saper scrivere un progetto.  L’amministrazione di Catania si è recentemente dotata dei direttori dei vari assessorati e siamo riusciti a ricostruire una struttura che era davvero al collasso. Pur senza i direttori, siamo riusciti in questi mesi a far funzionare la città con uno sforzo abnorme, ed è sotto gli occhi di tutti il risultato che abbiamo ottenuto soprattutto dal punto di vista dell’offerta culturale e dell’incremento del turismo. Bisogna, però, continuare a tenere alta l’attenzione sui servizi connessi alla fruizione dei beni culturali e questo non può essere fatto improvvisando. Non temiamo di certo la sfida sulla qualità degli eventi, né sulla comunicazione degli stessi, né sul fatto che serva una rete con gli operatori culturali della città, alla quale stiamo ormai lavorando da tempo, con un dialogo aperto e fittissimo. È giusto quindi, continuare a fare le cose per bene, mantenendo alto il livello dell’offerta culturale, ma mettendo sempre più a sistema i servizi cittadini, dai trasporti agli spazi di socialità. La candidatura a Capitale italiana della Cultura la inoltreremo solo e quando saremo, non dico sicuri di vincere, ma almeno sicuri di fare bella figura».

Una bella figura che, come sottolinea Mirabella, non si fa solo puntando sulle bellezze architettoniche e naturali della città. Servono una programmazione, un piano strategico e soprattutto una condivisione di progettualità che coinvolga tutti gli operatori culturali cittadini.

Rosario Castelli

«Avevo partecipato qualche tempo fa a delle riunioni preventive sulla possibilità di candidare Catania a Capitale italiana della Cultura ma non c’erano i tempi tecnici previsti – spiega il professore dell’Università di Catania Rosario Castelli, delegato del Rettore ai Servizi Culturali per gli studenti e delegato di Dipartimento alle attività culturali e ai rapporti col territorio -. I tempi sono davvero importanti – sottolinea – , perché un progetto non può essere redatto in fretta e con scarsa programmazione. Catania è una città attiva, un grande laboratorio, sempre in fermento, ma i fermenti purtroppo restano spesso sotterranei, e persiste una difficoltà nel mettere a sistema tutte le realtà culturali. Quello che manca, ad oggi, è sicuramente un coordinamento complessivo e una programmazione di attività condivisa e concordata. L’università, come maggiore agenzia di formazione sul territorio, negli ultimi anni ha fatto grandi passi in avanti nell’ottica di un maggiore coinvolgimento delle forze culturali sul territorio. Le realtà culturali, infatti, sono tantissime e ben assortite, ma è importante che ci sia un collante che possa anche mantenere un dialogo costante con tutti. Credo che l’Ateneo possa davvero rivendicare questo suo ruolo di centralità e di modello da seguire per la valorizzazione sia del territorio, sia per la costituzione di una rete tra gli attori culturali della città. Si tratta di una vera e propria politica culturale, studiata e mantenuta nel tempo».

Il tempo e la programmazione tornano prepotentemente nel discorso perché, solo a partire da queste prerogative, è possibile pensare di arrivare preparati a una sfida come quella della candidatura. «Mettere in campo strategie culturali e di fruizione – conclude Castelli – non può dipendere solo da eventi occasionali. Si tratta di pratiche che devono essere affinate nel tempo e attraverso un dialogo costante tra gli autori. Io sono convinto che un tavolo tecnico per la cultura si renda, a questo punto, davvero necessario, anche se sarebbe auspicabile che fosse permanente. D’altra parte, avere tempo di programmare e rendere note le strategie e la programmazione condivisa, darebbe anche agli operatori turistici il tempo di prepararsi al meglio per l’accoglienza. Catania deve imparare a dire no all’estemporaneità».

Ciccio Mannino, foto Luca Guarneri

Sulla stessa linea d’onda è Ciccio Mannino, presidente dell’associazione Officine Culturali, realtà tra le più attive sul territorio in termini di progettazione, divulgazione e fruizione del patrimonio artistico e storico. «Catania è una città che a mio avviso ha, oltre allo scontato patrimonio materiale e immateriale diffuso, che è sotto gli occhi di tutti, una vivacità produttiva dal punto di vista culturale molto elevata – spiega -. Basta vedere il fermento teatrale e musicale che la anima da sempre. La città è vivace sia nelle forme più tradizionali e canoniche, sia in quelle più popolari e un po’ più sotterranee che vanno dalle compagnie amatoriali di teatro, al settore della musica neomelodica, rap e trap. Purtroppo, però, a questa vivacità produttiva non corrisponde un grande movimento culturale e di fruizione. Anche se il patrimonio è vastissimo, così come accade in quasi tutta la nostra regione, solo il 25% dei cittadini visita biblioteche, musei e luoghi di cultura, e la classifica peggiora quando si vanno a vedere i dati relativi alla fruizione delle aree archeologiche. Io credo che quando si pensa a progetti e strategie che mirino a rendere più popolare la cultura, non si possa non tenere conto di questi dati».

Il Monastero dei Benedettini

Dati che raccontano una scarsa fruizione delle meraviglie cittadine e una scarsa partecipazione alle attività culturali che, di fatto, pullulano su tutto il territorio. «Secondo la nostra esperienza, il modello che funziona davvero è la progettazione territoriale integrata a base culturale – conclude Mannino -. I progetti redatti per partecipare alla candidatura non sono semplici calendari di attività. A far questo saremmo bravi tutti: quello che richiede la candidatura a Capitale della Cultura è l’elaborazione di una proposta che alla fine del percorso abbia determinato delle trasformazioni del territorio in termini di coesione sociale. Inoltre, i risultati sperati e ottenuti, dovranno poi essere permanenti. Per questo motivo sono convinto che progetti del genere debbano essere redatti solo da esperti e a partire, seguendo una logica partecipativa, dall’esperienza di chi ha davvero le mani in pasta. Per questo, penso che una qualunque strategia programmatica debba coinvolgere, oltre agli attori culturali più classici, le scuole di ogni ordine e grado che sono i veri e propri baluardi di cultura sul territorio».

Giovanni Cultrera di Montesano

E proprio da un baluardo della cultura catanese come il Teatro Massimo Vincenzo Bellini, che resiste e pian piano rinasce, potrebbero partire tante iniziative di coesione in vista di un progetto condiviso. «Catania e il suo teatro vogliono riscatto – dice Giovanni Cultrera di Montesano, sovrintendente del Bellini – . La città vuole sempre migliorarsi e il nostro teatro ne è un simbolo di energia pura e sinergia. Miriamo a diventare sempre di più ente aggregante, mantenendo e avviando sempre maggiori sinergie sul territorio con le altre realtà cittadine e regionali, come la Rete dei Teatri. È indubbio che una candidatura a Capitale della cultura, nel momento in cui la città sarà pronta, è davvero auspicabile. Porterebbe lustro e dignità a queste realtà meravigliose, alla città con la sua storia millenaria e le sue tante eccellenze: da Bellini a Verga passando per Vaccarini fino ad arrivare alla nostra Etna con il suo patrimonio di cultura geofisica».

Il Teatro Massimo Vincenzo Bellini

Elvira Seminara

Auspicabile e necessaria, forse. Perché da una candidatura, magari proprio per il 2022, si potrebbero gettare le basi per una più affiatata collaborazione tra enti e realtà culturali. Una candidatura e magari un titolo che, in fondo, Catania porta già nelle sue viscere, come sottolinea la scrittrice e giornalista Elvira Seminara. «Catania capitale della cultura? Certamente sì, grazie a un suo limite che è anche una risorsa, ovvero la sua storica, irrimediabile, infantile e istintiva esterofilia. Un sentimento nobile, ci mancherebbe, ma il cui rovescio è l’indifferenza, quello sguardo neghittoso o svalorizzante per i conterranei che ha spinto, ad esempio, fuori dalla Sicilia Giovanni Verga e Federico De Roberto, non ha sostenuto Vitaliano Brancati o Emilio Greco, e non ha sempre accolto o supportato orgogliosamente le sue eccellenze, i suoi scienziati e i suoi artisti. Complesso del provinciale? Disforia da isolani? Chissà. Però l’esterofilia è anche un segno di apertura, accoglienza, disponibilità al nuovo e al diverso. Ci caratterizza e ci evolve. Per questo vedo in Catania, assieme alla congenita, felice propensione al multiculturalismo, e all’ibridazione dei linguaggi, una naturale vocazione come capitale della cultura».

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