Beatrice Campisi

Atmosfere oniriche, un viaggio introspettivo nell’animo umano e quindici strumenti musicali a condire la sua voce di velluto. Sono gli ingredienti del “Gusto dell’ingiusto”, primo album della cantautrice avolese Beatrice Campisi. Ventisette anni, al mattino tra i banchi di scuola per insegnare Lettere ai ragazzini e la sera in studio o su un palco. Se dovesse presentare la sua musica, Beatrice descriverebbe la “miscela di diversi mondi: dal jazz al folk, dal blues allo swing, con sfumature di rock e di lirica”.

Canta da sempre ma “Il gusto dell’ingiusto”, in uscita a dicembre, sarà il primo progetto ufficiale. La sua carta d’identità artistica ha due segni particolari: la sicilianità e l’introspezione. Per questo, il fil rouge del suo disco è raccontare la realtà attraverso un filtro: quello dell’esperienza personale. «Ciò che sperimentiamo e ricordiamo è quello che siamo”, spiega la cantautrice.

Dal dolore per un amore perduto alle violenze minorili, sono diversi i temi che Beatrice Campisi affronta nel suo disco, così come “diverse” sono le Beatrici che ne vengono fuori. “Scrivo tutti i testi delle mie canzoni, quindi c’è molto di me e del mio modo di vedere le cose. Ma non solo. Avo, per esempio, è la storia di una violenza subìta durante l’infanzia da una persona a me molto cara. Non avrei mai immaginato che avesse vissuto un’esperienza simile, la racconto grazie al suo sguardo fuso al mio. Scrivo sempre a partire dal singolo, rifiutando una narrazione oggettiva, così ritrovo la Beatrice cantautrice insieme ad altre parti di me, come quella più ironica o sofferente”.

Torinese di nascita, Beatrice torna in Sicilia a soli sei anni, dove studia pianoforte, canto lirico e jazz. Da un lato, il Conservatorio di Catania e dall’altro gli studi universitari che cinque anni fa la portano a Pavia. È proprio qui che si laurea in Filologia Classica con una tesi in greco e dove s’inserisce in un ambiente musicale frizzante. “Il gusto dell’ingiusto”, infatti, pur portando con sé un bagaglio emotivo tipicamente siciliano, nasce lontano dall’isola. Dodici brani prodotti dall’etichetta Cobert Edizioni Musicali, con il supporto del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”.
“Il titolo dell’album – racconta l’autrice – è liberamente tratto dal secondo libro delle ‘Confessioni’ di Sant’Agostino. Ho preso spunto da questo racconto su un furto di pere, avvenuto non per necessità ma solo per il gusto dell’ingiusto. Quello che mi interessava, dunque, era analizzare la dicotomia dell’animo umano, prendere coscienza del dualismo che regna dentro ognuno di noi. Credo che il lato oscuro che ci conduce inevitabilmente all’errore sia sempre accompagnato dalla speranza e dal bisogno di riscattarsi”.

In questo senso, per Beatrice Campisi, la musica assume la dimensione di un linguaggio universale. “Crea connessioni e fiducia tra le persone, rende tutti più vicini e alla pari, la musica produce prospettive comuni. Così, anche una recita di Natale con i miei studenti diventa un’esperienza in primo luogo umana”.
Una cantautrice giovanissima dal gusto retrò, ma con le idee molto chiare. “Se dovessi far studiare i testi di un cantante italiano ai miei alunni, punterei sui contemporanei. Nella musica, nulla si inventa ma tutto si rigenera, i modelli si rimescolano aprendo nuove frontiere. I testi di Caparezza, per esempio, sono bellissimi.”.

I suoi riferimenti musicali, così come la sua formazione, sono disparati: prima fra tutti è Rosa Balistreri, ma accanto alle tarantelle siciliane e alle tarante salentine, c’è spazio anche per Eugenio Bennato, Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Vinicio Capossela. Insomma, il cantautorato italiano si mescola alla tradizione sicula. Ma, sul presente, Beatrice non ha dubbi: “Pur apprezzando molte cantanti del mio tempo, non mi ispiro direttamente a nessuna. Mi piacciono artiste non ancora conosciutissime come Fede ‘n’ Marlen. Con chi vorrei collaborare? Sicuramente con Mannarino”.

Guardando al passato, a proposito di gusto vintage e di spirito romantico, c’è un’età dell’oro di cui Beatrice sente la mancanza (un po’ come il protagonista del film Midnight in Paris). “Mi sarebbe piaciuto assistere a un concerto dei Queen – ci dice ridendo – o essere una figlia dei fiori e seguire John Lennon”.

Tornando a “Il gusto dell’ingiusto”, i primi appuntamenti saranno il 3 novembre con l’uscita del singolo Avo e il 6 dicembre con la presentazione del disco allo Spaziomusica di Pavia. Sulle date e sulle tappe del tour, ancora nessuna certezza. Eccetto una: “Porterò Il gusto dell’ingiusto in Sicilia”. Di fatto, l’isola torna sempre nel percorso di Beatrice, talvolta come stazione di partenza e altre come ponte. “Tutti i musicisti che hanno collaborato con me a questo album sono settentrionali, artisti che conoscevo già e con cui ho un rapporto umano molto intenso. A inserirmi in questo contesto è stato Davide di Rosolini, con cui ho lavorato in passato e con cui mi sento spesso. Nell’album, ho inserito quindici strumenti musicali non per esibizionismo ma per la grande connessione con questi artisti. Se un musicista non viene coinvolto dal progetto, pur essendo valente, non riesce a veicolare lo stesso messaggio”.

Sono tanti i nomi eccellenti che hanno incrociato il suo cammino: Claudio Lolli, Mirco Menna, Eugenio Piccilli, il pianista pavese Riccardo Maccabruni, il grande sassofonista Antonio Marangolo e il produttore americano (che ha anche registrato le parti di chitarra elettrica nel cd) Jono Manson.
I brani dell’album a cui Beatrice è più affezionata sono quelli che ha scritto di getto, in un solo quarto d’ora: “Luna lunedda è un racconto generazionale in cui mi sembrava di vedere le voci dei miei antenati, la solitudine degli isolani, le esperienze dei miei nonni e dei miei genitori che sono arrivate sino a me come in un cerchio. L’altro pezzo che amo particolarmente è Avo, l’unico di cui non ho scritto la musica. Riccardo Maccabruni mi ha mandato il giro di chitarra su cui secondo lui doveva svilupparsi la strofa, ma è stato divertente costatare che per me cominciasse già da lì il ritornello. Ognuno di noi mette qualcosa di sé”.

“Pur essendoci molti validi musicisti in Sicilia – secondo Beatrice Campisi – la nostra terra non offre tante opportunità”. Una caratteristica, l’insufficienza di connessioni, tipica dell’isola. Se dico “Sicilia”, lei mi risponde “nostalgia, radici”. Ed è per questo che un giorno sogna di tornare a vivere nella sua casa di famiglia, attorniata dagli aranceti e dagli animali. Attualmente, però, le sue giornate cominciano dando il buongiorno a Spina, la sua cagnolina, e guardandosi allo specchio: “I ricci sono l’espressione della mia personalità. Ho notato che ritornano spesso nei miei testi. Al mattino, li guardo e a seconda del loro stato, capisco come sarà la giornata”.

Un suo pezzo s’intitola “I contorni dei ricordi”. Dunque, non possiamo non chiederle quali siano i suoi. “I contorni delle mandorle asciugate al sole – conclude la cantautrice avolese – il loro profumo, l’adrenalina che provavamo da bambini nel rubarne una manciata. E poi, naturalmente, il contorno del mio ricordo più caro è il mare…”

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