mercoledì 12 dicembre 2018

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Momenti di parole

Ventiquattro ore

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E' il tempo di un'unica giornata ma anche il tempo che quotidianamente scaliamo dal computo totale della vita... che non sappiamo mai se è prossima al termine


di Daniela Robberto

Ventiquattro ore, l’ammontare di una giornata che quando sta finendo non ne puoi più, ma che è ancora peggio se ce l’hai davanti gravida di incombenze che vorresti evitare ma che solo tu puoi affrontare e risolvere.
Ogni ventiquattro ore aumentiamo la nostra esistenza di un giorno, anche se in realtà la scaliamo dal computo totale della vita che non sappiamo mai se è prossima al termine. Questo termine che per fortuna non ci è noto, è il punto inderogabile di fine corsa che si pone già nel momento in cui nasciamo. Spesso da bambina chiedevo cosa fosse la morte, se fosse un evento duraturo, se la persona morta potesse ritornare o dove fosse andata. Mi si rispondeva sempre in modo evasivo ed ambiguo alludendo a luoghi situati in cielo, sulle nuvole ed ancora, per aumentare la confusione, dentro il cuore di chi rimaneva, ma sempre e comunque venivo rassicurata che fossero posti migliori di quelli terreni.
In realtà, quando si era piccoli la morte sembrava lontanissima ed innocua tanto è che la maggior parte dei giochi prevedevano almeno tre o quattro uccisioni giornaliere con pistole, fucili o addirittura bombe a mano …. ed a mare si faceva il morto che galleggiava ed i più bravi morivano proni. Io nei miei ricordi di adolescente utilizzavo la morte come mezzo di vendetta e di ritorsione immaginando e godendo al mio funerale il dolore di chi mi aveva fatto male, di solito i genitori o il fidanzatino di turno. Ma era tutto un gioco soprattutto per chi come me, la morte l’ha conosciuta, l’ha sentita ed intravista nella penombra della malattia, nella propria casa, seduta sul nostro divano in paziente attesa. Ospite indesiderata, imposta, venuta per errore a recidere un legame solido e insolitamente duraturo per i nostri tempi.

Ineluttabilmente l’ho accolta guardandola con occhi ormai secchi di lacrime, perfettamente consapevole che avrebbe vinto lei. E così è stato: infatti anche se la morte, così come la nascita è un evento intimo e personale, chi assiste con amore vive in modo direttamente proporzionale il dolore del distacco e alla fine rivaluta concetti, posizioni, sentimenti… dando un nuovo passo al proprio cammino: questo vuol dire che “ la vita continua”.
Io penso spessissimo alla morte rimanendo stupita per il coraggio o l’estrema codardia di chi, in un’ottica stoica, interrompe la vita volontariamente. Nonostante quanto detto, o proprio per questo, spesso mi soffermo a riflettere e mi concentro nel simulare quell’enorme e profondo buco nero fatto di nulla; mi stupisco nel pensare con indifferenza al fatto che nel passato, nei secoli precedenti la mia nascita io ancora non esistessi, mentre mi atterrisce un futuro senza me.
Il pensare che tutto sparirà, che non potrò più concentrarmi su quelle immagini di bellezza che offre la natura, il non vedere più la luce del giorno o il non bearmi del profumo di fiori che accende l’aria primaverile, o il non più sentire l’affetto dei familiari... Ma la cosa che mi strazia, è il pensiero che cesserà la voce interiore di quell’io parlante che mi sta dentro, fidato interlocutore che non mi abbandona mai. Un io che riflette e mi redarguisce, che mi conosce e mi concede di abbandonarmi liberamente in proiezioni fantastiche, gestendo in modo duttile e scevro da ogni commento le storie mentali che fluide costruisco e distruggo continuatamente.
Basta: accadrà quando accadrà, e ritorno alla speranza, prerogativa dell’ uomo che implica sempre l’esistenza di un domani meno incerto e temibile. Speriamo tutti miseramente; speriamo per istinto biologico agitandoci nell’aspettativa di un futuro migliore, sgomitando e prevaricando stentatamente, abbarbicati come telline su uno scoglio che ruota a più di 1500 chilometri orari, nell’infinito buio dell’universo.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 26 marzo 2018




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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