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Steve McCurry e la libertà delle donne afghane

Fotografia Con la mostra fotografica "For freedom", in esposizione fino al 17 luglio, Palermo omaggia le donne afghane vittime dei talebani. Un urlo di denuncia è stato lanciato dal Palazzo Reale di Palermo che ospita la mostra frutto della collaborazione tra la Fondazione Federico II e l'americano Steve McCurry, il più celebre fotografo al mondo di reportage antropologico

“Mai più tornerò sui miei passi”. I versi dell’attivista afghana Meena, trucidata nel 1987, rimbombano a Piazza del Parlamento. Così come il ritmo della rapper Sonita Alizadeh, che dà voce alla sofferenza delle spose in vendita. Un gigantesco cerchio campeggia sul prospetto del Palazzo Reale di Palermo. Simbolo dell’uguaglianza, della vita, della morte e della rinascita.  È stata presentata oggi “For Freedom”, un’autentica mostra-denuncia che “inchioda” a riflettere sulla condizione sociale delle donne in Afghanistan, nuovamente “ingabbiate” col ritorno dei talebani. 

Un cerchio campeggia sulla facciata del Palazzo Reale di Palermo

L’urlo di denuncia è stato lanciato dal Palazzo Reale di Palermo, emblema della spiritualità e della convivenza tra popoli, da sempre punto d’incontro tra Oriente e Occidente. “For Freedom”, che resterà aperta fino al 17 luglio, è un nuovo progetto autoriale frutto della collaborazione tra la Fondazione Federico II e Steve McCurry, il più celebre fotografo al mondo di reportage antropologico. La narrazione fotografica di un dramma in pieno svolgimento attraverso 49 immagini. McCurry da quarant’anni racconta l’Afghanistan «testimoniando le donne afghane tra violenze, miserie, speranze».

McCurry al Palazzo Reale di Palermo

L’esplorazione che McCurry offre nelle sue opere fotografiche sottende una complessa osservazione del mondo, una costante denuncia della crudeltà e dell’egoismo umano, oltreché la coesistenza tra mondi liberi da un lato e sofferenze inenarrabili dall’altro. L’attenzione non è catalizzata in modo diretto sulla guerra, ma sulle conseguenze drammatiche, documentando lo stato di disagio interiore e di distruzione delle donne, che hanno perso ancora una volta ogni diritto allo studio e alla vita sociale. 

Copyright fotografie © Steve McCurry. Tutti i diritti riservati

«Questa mostra – ha detto il presidente della Fondazione Federico II, Gianfranco Miccichè – è la dimostrazione che il Palazzo è vivo, conscio delle sue radici ma con uno sguardo sul mondo. Il luogo della convivenza tra i popoli non può ignorare la violazione dei diritti umani, in questo caso i diritti delle donne afghane. Il talento artistico e la fama di Steve McCurry costituiscono un’arma non violenta di penetrazione nelle coscienze che avevamo il dovere di diffondere». 

Faryab Province, Afghanistan, 1992. . Copyright fotografie © Steve McCurry. Tutti i diritti riservati

«Il punto focale di “For Freedom” – ha detto Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II – è la violazione dei diritti fondamentali, connaturata alla guerra e alla sopraffazione. Un oltraggio morale all’Umanità, che ormai da oltre un mese stiamo atrocemente rivivendo anche in altri contesti. L’arte fotografica di McCurry rappresenta uno spazio di libertà guadagnato per denunciare la violazione dei diritti umani».

Copyright fotografie © Steve McCurry. Tutti i diritti riservati

La mostra è stata concepita dalla Fondazione Federico II insieme a Steve McCurry. La sequenza delle immagini segue concettualmente l’evoluzione delle condizioni delle donne afghane, che finiscono via via ingabbiate anche dall’allestimento. Così il visitatore si trova costretto ad addentrarsi fisicamente e mentalmente tra le fotografie, catapultato in un microcosmo da cui è impossibile fuggire senza porsi delle domande. Anche gli aspetti legati all’allestimento, curati dall’architetto Stefano Biondo e ragionati dalla Fondazione con l’artista, divengono dunque elementi fondanti della narrazione di un’arte che è anche denuncia civile.

Steve McCurry

Il vernissage è un vero e proprio momento collettivo di denuncia: si rende omaggio all’attivista afghana Meena Keshwar Kamal, uccisa nel 1987 per avere difeso i diritti delle donne. L’area antistante il Portone Monumentale di Piazza del Parlamento sarà infatti “sonorizzata” con la diffusione in “loop” della poesia di Meena, “Mai più tornerò sui miei passi”, che è stata interpretata e registrata per la Fondazione Federico II dall’attrice Gisella Vitrano. I versi saranno interrotti solo dal ritmo del brano “Brides on sale” (Spose in vendita) di Sonita Alizadeh, la giovane rapper afghana che dà voce alla rabbia di 27 milioni di minorenni costrette, come lei, a sposarsi.  Info su www.mostramccurryforfreedom.com.

Copyright fotografie © Steve McCurry. Tutti i diritti riservati

Meena Keswhar Kamal

Meena Keswhar Kamal

Meena Keshwar Kamal, meglio conosciuta come Meena, è nata a Kabul, il 27 febbraio del 1956, due anni prima che le donne afghane ottenessero la libertà di mostrarsi senza velo in pubblico. Era una femminista afgana e attivista per i diritti delle donne. La sua storia, i suoi versi e le sue parole, oggi più che mai devono essere ascoltate. Il 4 febbraio del 1987 venne trucidata per avere difeso i diritti delle donne. Fu uccisa dagli agenti della polizia segreta afghana o dai loro complici fondamentalisti a Quetta, in Pakistan, il 4 febbraio del 1987. Aveva 31 anni. Hanno ucciso il suo corpo, ma non le sue idee né la sua lotta. Oggi più che mai è importante conoscere la vita di questa attivista afghana che dedicò la sua vita per i diritti delle donne afghane. Le donne afgane sono come leonesse addormentate, una volta sveglie possono svolgere un ruolo meraviglioso in qualsiasi rivoluzione sociale”, dichiarò Meena in una delle sue interviste.

Meena era anche una poetessa. Questi sono i versi della sua poesia più nota.
“Mai più tornerò sui miei passi
Sono una donna che si è destata
Mi sono alzata e sono diventata una tempesta
che soffia sulle ceneri
dei miei bambini bruciati
Dai flutti di sangue del mio fratello morto sono nata
L’ira della mia nazione me ne ha dato la forza
I miei villaggi distrutti e bruciati mi riempiono di odio contro il nemico,
Sono una donna che si è destata,
La mia via ho trovato e più non tornerò indietro.
Le porte chiuse dell’ignoranza ho aperto
Addio ho detto a tutti i bracciali d’oro

Oh compatriota, io non sono ciò che ero.
Sono una donna che si è destata.
La mia via ho trovato e più non tornerò più indietro.
Ho visto bambini a piedi nudi, smarriti e senza casa
Ho visto spose con mani dipinte di henna indossare abiti di lutto
Ho visto gli enormi muri delle prigioni inghiottire la libertà
nel loro insaziabile stomaco
Sono rinata tra storie di resistenza, di coraggio
La canzone della libertà ho imparato negli ultimi respiri,
nei flutti di sangue e nella vittoria
Oh compatriota, oh fratello, non considerarmi più debole e incapace
Sono con te con tutta la mia forza sulla via di liberazione della mia terra.
La mia voce si è mischiata alla voce di migliaia di donne rinate
I miei pugni si sono chiusi insieme ai pugni di migliaia di compatrioti
Insieme a voi ho camminato sulla strada della mia nazione,
Per rompere tutte queste sofferenze, tutte queste catene di schiavitù,
Oh compatriota, oh fratello, non sono ciò che ero
sono una donna che si è destata
Ho trovato la mia via e più non tornerò indietro”.

Copyright fotografie © Steve McCurry. Tutti i diritti riservati

Sonita Alizadeh

Sonita Alizadeh

“Lasciami sussurrare, così che nessuno senta che parlo di ragazze in vendita”: così inizia “Brides for sale”, brano in cui la giovane rapper afghana Sonita Alizadeh urla la sua storia, la stessa sorte di oltre 37.000 bambine che ogni giorno sono costrette dalle loro famiglie a sposare uomini molto più grandi di loro. Il suo nome inizia quindi ad attirare l’attenzione di organizzazioni umanitarie da
tutto il mondo, ma è quando rappa in abito bianco e con il volto tumefatto, contro lo sfruttamento di ragazzine vendute come merce di scambio nei matrimoni combinati, nel video di Brides for sale, che le sue rime diventano un simbolo. Infatti, come accade ogni anno a moltissime ragazze afghane, Sonita aveva appena compiuto sedici anni quando era stata venduta in sposa da sua madre, a sua volta vittima della tradizione per cui a un uomo adulto è consentito acquistare una ragazzina per farne sua moglie. Difatti, nonostante vi sia una legge che proibisce i matrimoni forzati, in Afghanistan è ancora salda l’usanza per cui è lecito che una famiglia venda le proprie figlie in cambio di un lauto compenso in denaro. Nel caso di Sonita la cifra pattuita si aggirava attorno a 9.000 dollari: denaro che, come racconta la rapper oggi diciannovenne nel documentario che prende il suo nome, era destinato alle tasche del fratello maggiore in modo da permettere anche a lui di acquistare una giovane moglie. “Lasciami gridare, sono stanca del silenzio – recita Brides for sale – toglietemi le mani di dosso, mi sento soffocare”.



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