Salvatore Ladduca, il pittore dell’anima malata del mondo

Arte Non cerca lodi né consensi l'artista di Mussomeli, ma trova piena realizzazione nella propria arte. Faccia da ragazzino nonostante gli "anta" superati da un bel po', timido, introverso, ha all'attivo solo tre mostre in trent’anni, che ogni volta colpiscono e sorprendono per l’originalità e la profondità delle tematiche proposte: «Nei miei dipinti cerco di dare voce alla parte dell’umano che mai conviene mostrare, ma per me la più importante: quella del dolore»

Artista tanto schivo quanto profondo, da mezzo secolo il maestro Salvatore Ladduca coltiva la dirompente passione per la pittura con la discrezione propria di chi non cerca lodi né consensi, ma trova piena realizzazione nella propria arte. Faccia da ragazzino nonostante gli “anta” superati da un bel po’, timido, introverso, non ama la mondanità né i social e si mette davanti alla tela soltanto se spinto da autentica pulsione. Sarà per tale motivo che le sue rarissime mostre, tre in trent’anni, ogni volta colpiscono e sorprendono per l’originalità e la profondità delle tematiche proposte.

Il Maestro Salvatore Ladduca

Proprio di questi giorni la sua ultima opera, APPreghiera, che connota un chiarissimo richiamo all’App di cui si parla in tempi di Covid 19 per controllare gli spostamenti.

Salvatore Ladduca, APPreghiera

«Hegel enunciava che la filosofia è il proprio tempo appreso col pensiero. Si potrebbe dire lo stesso per la mia idea di arte sostituendo “pensiero” con “intuizione”. Noi artisti siamo curiosi del mondo, sempre alla ricerca di qualcosa di diverso e di grande. Poi… tac, scatta l’associazione di idee e nasce l’intuizione. Questo nostro tempo Covid ci sta provocando e noi rispondiamo».

Un artista maturo che ha sperimentato nuove tecniche dai pennelli alle spatole. Il suo approdo alla pittura matura all’inizio degli anni ’80 e trova originaria realizzazione nel surrealismo. «Che io ricordi ho sempre disegnato, fin dalle elementari. La mia vena artistica se così vogliamo chiamarla, trovò sbocco dopo il servizio militare. Nei giorni di inedia in caserma, disegnavo con la penna. Congedatomi, era il 1983, pensai di riprodurre quei disegni su tela. Il mio primo periodo, quello surrealista è stato senz’altro influenzato dalle opere di Dalì, ma questo lo considero parte della mia attività artistica oramai superata. Oggi osservo con interesse gli avanguardisti del ‘900, per il loro modo di rileggere l’arte in relazione alle correnti psicologiche del tempo. Fare emergere da noi quella parte nascosta terribile, indicibile che la società aveva da sempre censurato. Una vera rivoluzione culturale. Personalmente non credo che tutti i valori siano eterni, credo tuttavia nell’uomo che cerca nel mondo valori eterni. Questo cercare e non trovare è l’impulso alla speranza».

Salvatore Ladduca, Fotografando la morte

La scoperta di Salvador Dalì, insomma, ne condizionerà il tragitto estetico sino a metà degli anni Novanta.  Poi sopraggiunge una pausa di riflessione lunga ben quattordici anni. Lo scuote da quella sorta di apatia artistica un evento traumatico, la morte in campo di un giovanissimo portiere, Nino Caltagirone, avvenuta il 9 ottobre del 1994. E quando torna a dipingere riversa sulla tela l’angoscia di quell’evento e realizza un quadro struggente che donerà ai genitori del ragazzo. Lo intitola “Ho visto Nino volare” richiamando una celebre canzone di De Andrè, altro suo faro artistico.

Salvo Ladduca, Ho visto Nino volare, 2005

Evaporato in una nuvola rosa, opera dedicata alla scomparsa di Fabrizio De Andrè.

«Dopo la mostra del 1991, non dipinsi più nulla fino al 2005. Il primo quadro della mia terza stagione lo dedicai a Nino Caltagirone. All’inizio ripresi con le vecchie tecniche ad olio, ma in seguito volli sperimentare la pittura impressionistica con la spatola che adesso sento più mia. I temi sono diventati meno surrealistici e maggiormente calati nella realtà. De Andrè lo conosco dal 1979, dal famoso live con la Premiata Forneria Marconi. Una “folgorazione sulla via di Damasco”. Molti dei miei dipinti sono una rappresentazione delle immagini poetiche che solo lui sa offrirci con la sua straordinaria voce. Ma più che nella musica in sé (apprezzabilissima), mi riconosco nel Fabrizio uomo, nella sua filosofia e idea di mondo. La sua attenzione e compassione per gli ultimi, per quelli che “viaggiano in direzione ostinata e contraria”. Per la sua comprensione mai moralistica mi è sempre apparso come un Gesù laico. Per le sue lodi alla libertà di spirito e per l’elogio alla solitudine e alla “follia”, un Erasmo dei tempi moderni. Le passioni, insomma, le puoi mettere in letargo, non sopprimere. E prima o dopo reclamano con prepotenza di essere esaudite».

Dopo quel primo quadro il maestro riprende a dipingere nel 2005 con rinnovata energia, nel chiuso del suo studio incastonato nel centro storico della medievale Mussomeli, di fronte al settecentesco santuario della Madonna dei Miracoli. Adopera una tecnica nuova per raccontare nuove storie. Le sue opere sono autentiche pennellate di vita, squarci di cronaca immortalati sulle tele con colori vividi, stratificati con la spatola, quasi a voler simboleggiare i diversi livelli di ipocrisia raggiunti dalla nostra società.  Quadri che gridano il loro strazio per le ingiustizie di ogni giorno e rendono immediati anche gli orrori che ormai abbiamo imparato a metabolizzare come un piatto appena più pesante da digerire.  Come avviene il 13 maggio 2008, quando i vigili del fuoco estraggono da un pozzo nelle campagne di Caltanissetta il corpo martoriato di Lorena Cultraro, studentessa 14enne di ragioneria scomparsa due settimane prima da Niscemi. Qualcuno l’aveva violentata, presa a botte e strangolata. A lei Salvo Ladduta dedica l’opera “Il filo spezzato”. Riflessi nello specchio si leggono i versi di De Andrè tratti da “Leggenda di Natale”.

Il filo spezzato, per non dimenticare l’omicidio di Lorena Cultraro

«A malincuore, devo dire che l’artista non può fare niente di fronte all’orrore e alla brutalità dell’uomo. Può soltanto descriverlo. L’arte può soltanto consolare. Sì, certo, può anche protestare, ma la sua protesta rimane sempre sterile. L’arte vive questa contraddizione: la protesta dell’artista che nasce da un dissidio per la società, o dell’umanità in genere, ferma le sue velleità proprio nella sua forma estetica. La sua funzione critica proprio per il fatto che si realizza nella forma, alla fine si concilia con sé stessa. La forma estetizzante dell’opera d’arte introduce e instaura un ordine piacevole che sconfessa le sue pretese originarie. Possiamo consolarci, è vero, ma nel fondo permane il grido afono di una giustizia mai realizzata».

Ladduca, insomma, sembra avere fatto propria la lezione la lezione di Pablo Picasso che diceva “L’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”: «L’arte in sé, nella sua più intima essenza, è uno dei tanti tentativi dell’essere umano di attingere alla sua parte nascosta e inconfessata: la natura. Un tentativo di ripristinare un ordine anteriore. E’ il linguaggio della follia accettato dalla società».

Salvo Ladduca, La casa di Mila

Uomo del suo tempo, cittadino che non si rassegna, artista solitario. Chi è dunque davvero Salvatore Ladduca? «E’ quello che cerco ogni giorno di sapere. Ognuno di noi appartiene a due mondi: Uno di questi è l’Io, ovvero la coscienza identitaria: religione, appartenenza, professione. Questa non c’è bisogno di cercarla: te la danno gli altri o la trovi a confezioni nella società. L’altra è il Sé o, se vogliamo, la nostra anima. E questa bisogna cercarla attraverso un’autoanalisi, e non è detto che vi si riesca. E’ un perenne mettersi in discussione, una lotta intestina. Jung lo ha ben rappresentato nel suo “processo d’individuazione”. Lo si raggiunge veramente solo quando l’Io e il Sé “fanno la pace”. Al momento io sto lottando».

Salvo Ladduca, Riposo del vento

Due sole mostre negli ultimi dodici anni: nell’estate del 2009 “L’equilibrio dell’incertezza” e nell’estate del 2016 “Dai belvederi alle torri”.  E nessuna certezza nell’immediato per una nuova mostra. Ma l’artista non sembra preoccuparsene troppo. «La mia timidezza, in questo mondo delle performance, è stato il mio limite. E non solo nell’arte. Ognuno è quello che è. D’altronde la mia arte è l’espressione di quello che sono. Me ne faccio una ragione. Il mio futuro è sempre stato qualcosa da scoprire. Non faccio mai programmazioni a lungo termine, per il semplice fatto che non ho mai potuto farlo! Ma mai come oggi il futuro mi è apparso così incerto. Ciononostante c’è sempre la fiaccola della speranza. Chi vivrà vedrà».

“Senza meta”, opera del 2009. Sullo sfondo il centro storico di Mussomeli

Deposti i colori, dopo avere dato l’ultimo ritocco alla sua nuova opera, il maestro abbraccia con lo sguardo il centro storico di Mussomeli dove vive. E lascia che le parole affiorino da sole a testimoniare il doloroso amore per la sua isola, madre e matrigna, come da millenni la sente ogni vero siciliano.

Il castello di Mussomeli

«Amo la Sicilia e nonostante le contraddizioni che la caratterizzano, credo ancora nei rapporti sinceri che mi legano a questa terra – conclude Ladduca -. Nei miei dipinti – a parte la quasi religiosa ammirazione per il nostro maniero – cerco di dare voce all’universale, e in particolare alla condizione umana nell’universale. La parte dell’umano che mai conviene mostrare, ma per me la più importante: quella del dolore».

Salvo Ladduca, Silenzio

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