Letizia Battaglia e l’amore per la vita, la bellezza e il futuro dietro l’angolo

Fotografia Ripubblichiamo l'intervista del 2016 di Simonetta Trovato alla fotografa palermitana Letizia Battaglia, scomparsa il 13 aprile all'erà di 87 anni dopo lunga malattia. L'intervista fu realizzata in occasione della retrospettiva - "Anthologia" a lei dedicata dalla sua Palermo. L'allora 81enne fotoreporter non amava guardarsi indietro: «Mi emoziono ancora come una bambina. Senza emozioni non si scatta una bella foto»

Distruggere l’idea della morte giocando con la vita. E se per terra c’è un morto ammazzato, bisogna spostare l’obiettivo su qualcosa di vivo, una smorfia, un viso, occhi, un particolare che ti dica che il mondo va avanti e non si ferma lì. Sotto quel centrotavola che copre un corpo, in quel salotto dove una prostituta con il nome di una bimba, Nerina, è stata trucidata con altri due ragazzi, dietro quelle centinaia di piedi che costeggiano lo spazio attorno ad un ragazzo biondo, bello come un dio, riverso sull’asfalto.

Letizia Battaglia nel docufilm Amore amaro di Francesco Raganato

Letizia Battaglia nel docufilm Amore amaro di Francesco Raganato

Letizia Battaglia ama la vita e oggi, mentre spegne ottantuno candeline, guarda affascinata il mondo che le cambia attorno, annusa il libro che le dedica Drago, e cammina passo dopo passo nell’enorme spazio di Zac, ai Cantieri della Zisa di Palermo, che contiene “Anthologia” la mostra che durerà fino all’8 maggio. «Abbiamo scelto di annullare cronologia e temi – spiega il curatore Paolo Falcone – per comporre un corpus unico, senza la retorica dei temi. Amore, dolore, passione, sangue, appesi ad invisibili cavi d’acciaio, un’indigestione di immagini in un bianco e nero rigoroso, senza sfumature se non la grana invisibile di una foto brumata».

Letizia Battaglia, Anthologia

Un atto doveroso, quello di Palermo per la sua fotografa?
«Non direi, piuttosto un atto d’amore per chi, come me, ama ancora molto questa città. Per questo ho deciso di impegnarmi al massimo nella nascita del Centro di fotografia».

Il sindaco Orlando ha mantenuto la sua promessa, fatta l’anno scorso, e l’altro ieri al Teatro Massimo – dove si presentava il “Caravaggio rubato” l’opera di Giovanni Sollima che “gioca” sulle foto di Letizia – ha firmato l’impegno per lo spazio. Dopo anni di attesa la fotografa vede concretizzarsi il suo sogno: un luogo deputato per l’immagine e le arti, un posto aperto a chi voglia dire e fare qualcosa. «Saranno due sale per le mostre, una per le esposizioni temporanee dedicate a grandi nomi della fotografia, che dureranno almeno tre mesi ciascuna e tenteranno di attirare pubblico internazionale; una per le collettive, magari di giovani e promettenti fotografi. Poi l’archivio delle immagini della città, per il quale Letizia chiede aiuto ai tanti colleghi siciliani, ma contatterà anche chi è passato da Palermo negli ultimi 50 anni e ha fermato il suo sguardo sulla città. E ancora, lo spazio per i workshop, il bookshop, la coffe house. Il progetto di Iolanda Lima è puntiglioso, ma Letizia ha solo un’immagine in mente: “i palermitani che vengono a donare una foto, un corteo lunghissimo come in un film di Kurosawa».

Letizia Battaglia fotografata dalla figlia Shobha, dal catalogo di Anthologia

Letizia Battaglia fotografata dalla figlia Shobha, dal catalogo di Anthologia

Difficile riportare la fotografa sulla mostra e sulla sua vita, svicola e sogna.
«Perché vuoi farmi parlare del passato, dietro l’angolo c’è il futuro, ci sono i giovani, i bambini. Io ho ancora tanta energia dentro e tra un po’ non ne avrò più, non voglio guardarmi indietro…».

Vede la Palermo degli anni Settanta e Ottanta.
«C’era un senso di morte ovunque. Per trovare le foto che andavano esposte, Paolo Falcone ha tirato fuori immagini su immagini e il mio studio sembra un cumulo di macerie. Ma sono saltate fuori foto dimenticate, ci sarebbero materiali per altre tre mostre. Non bisogna mai lasciarsi sporcare dalla vita, io sono contenta di essere arrivata a più di ottant’anni e di emozionarmi ancora per una bambina con le trecce. Senza, la vita non ha senso, e neanche la fotografia ha senso. Composizione, stile, disegno, certo, tutto ha un peso, ma se l’occhio non riesce ancora ad emozionarsi, non si riuscirà mai a scattare un’immagine bella».

La locandina della mostra Rielaborazioni di 3 anni fa

La locandina della mostra Rielaborazioni di 3 anni fa

Com’è un’immagine bella?
«Di certo non un ammazzato di mafia. Ma penso alla foto di Francesca al Teatro Garibaldi: nuda, elegantissima, sulla parete sbreccata. Le chiesi di spogliarsi, lo fece in un lampo, e dopo lo scatto, in un lampo si rivestì. Mi accorsi solo dopo, che aveva tenuto le scarpe e i calzini, e che la foto era unica».

C’è uno scatto in cui si riprende una scala rovinata, una scritta “Maria, piano 3”.
«C’era stato un triplice omicidio, una era una prostituta e lo stabile di piazza Sant’Oliva ne ospitava altre. La scritta ne indicava una al terzo piano, ma appoggiata alla scala c’era una bara, povera, di legno grezzo, di quelle pagate dal Comune».

Letizia Battaglia fotografata da Franco Zecchin nel 1993

Letizia Battaglia fotografata da Franco Zecchin nel 1993

Lei e Franco Zecchin, anni di lavoro e vita in comune. Dividevate l’adrenalina, la corsa, la ricerca.
«Adrenalina? No, mi arrivava una vampata alla testa e poi la nausea per ciò che avremmo visto. In questi anni ogni telefonata era un morto ammazzato, quasi sempre senza nome, io e Franco eravamo lacerati, non ci siamo mai abituati. Avevamo un citofono che ci collegava alla redazione de L’Ora, appena sentivano una qualche notizia sullo scanner collegato alla polizia, si partiva, a volte alla cieca. Una volta arrivammo in un luogo buio, non si vedeva nulla, solo la sagoma del corpo per terra e delle macchine attorno, e io non uso mai il flash: arrivò il medico legale, accesero i fari delle macchine e girarono l’uomo, aveva una testa di Cristo tatuata sulla schiena. Rimasi incantata, poi lo girarono di nuovo e sulla pancia, verso il basso, un altro tatuaggio, “datemi la fica”. Lo fotografai pure, ma non la stampai mai».

Letizia Battaglia e Franco Zecchin

Franco Zecchin scrive di lei, “Letizia si è sempre arrischiata a provocare, punzecchiare, sviscerare, con spirito ribelle, con coraggio, con curiosità, fotografare era coinvolgimento, osmosi, partigianeria; era scambio di energia, di sentimenti, di gesti. Così come il suo agire che era ed è travolgente, generoso e carico di umanità, comprensione e rispetto”.

Dalle prime foto del 1971 scattate in una Milano gelida in odor di contestazione, alla serie degli “Invincibili”, mai mostrata a Palermo.
«Ho pensato a gente che non avrei mai voluto veder morire: Marguerite Yourcenar, Pier Paolo Pasolini. Una loro immagine, magari non mia, riproposta all’infinito tra molte altre: come i giudici Falcone e Borsellino, come Pina Bausch. Piansi quando mi chiamarono per Boris Giuliano, era un amico per tutti noi».

Letizia Battaglia “Omicidio targato Palermo”, 1988

Letizia Battaglia è religiosa?
«Amo la vita, la bellezza, le piante, il mare, mi piacciono l’eleganza di Gesù e Che Guevara». La mostra è nel capannone Zac dei Cantieri della Zisa che la ospiterà fino all’8 maggio (martedì-domenica dalle 9,30 alle 18,30, ingresso libero). A corredo uno splendido volume di Drago edizioni, “Anthologia” immagini della fotografa e pensieri di chi le ha voluto e le vuole bene, da Wim Wenders a Nino di Matteo e Dacia Maraini.

Letizia Battaglia e la sua inseparabile macchina fotografica

Letizia Battaglia e la sua inseparabile macchina fotografica

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