domenica 20 gennaio 2019

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Il mondo dei balocchi del puparo Salamanca

Mestieri perduti

Francesco Salamanca costruisce pupi siciliani nella sua bottega di Mascalucia, con l’ausilio della moglie Angioletta che si occupa della sartoria. Il puparo etneo dà vita ai protagonisti dell’Opera “da collezione” costruiti secondo le antiche tecniche della tradizione: «Bisogna trasmettere il mestiere alle nuove generazioni perché non finisca con l’artigiano»


di Pietro Nicosia

Entrare nella bottega d’un mastro puparo è un po’ come entrare in Toy Story: pensi sempre che, quando chiudi la porta, i pupi, come i giocattoli, inizino la loro vita, le loro sfide, i loro amori, e che non riuscirai mai a sorprenderli perché la stessa magia che li fa vivere li fa ricomporre un attimo prima che tu possa osservarli.

Salamanca nella sua bottega mostra Uzeda (o Uzeta) pupo catanese  (foto di Pietro Nicosia)

La stessa impressione si coglie visitando la bottega di Francesco Salamanca, costruttore di pupi siciliani sin dalla metà degli anni Sessanta, periodo in cui era appena un ragazzino che s’appassionava alle storie raccontate dal teatrino dell’Opera dei Pupi, in uno dei quali il padre lavorava come pruituri, passava cioè i vari personaggi ai pupari che li muovevano.

«Quando li vedi sul palco e quando li senti parlare hai l’impressione che siano persone reali. E non sono soltanto i bambini che vivono questa sensazione. Mi raccontavano che al tempo in cui i pupari giravano le piazze dei paesi con le storie dei paladini e rappresentavano l’arresto di Rinaldo, alla fine dello spettacolo i contadini portavano qualcosa da mangiare per il pupo incarcerato. Per loro era come se fosse una persona vera e, ovviamente, il puparo ringraziava».

I capelli e la barbetta sale e pepe, Salamanca, nella sua bottega di Mascalucia, dove lavora insieme alla moglie Angioletta Cavallaro, che cura la sartoria dei pupi, snocciola i suoi ricordi illuminandosi in viso al narrare di pupi e pupari e di una Catania che non c’è più, una città in cui le storie della corte di Carlo Magno venivano messe in scena, per grandi e piccoli, nelle piazze o negli oratori parrocchiali.

Paladina saracena con la mazza e la mezzaluna nello scudo (foto Pietro Nicosia)

«Andavo a scuola e lavoravo, ma ero soprattutto attratto dai pupi. Me li costruivo con materiale riciclato: passavo dalla Pescheria e raccoglievo le latte delle conserve con cui facevo le armature, poi andavo dai carrozzieri per farmi dare i paraurti delle ‘500 che mi servivano per costruire le lance e le scimitarre, e usavo legni riadattati per il busto o le gambe».

Il mestiere, lui, lo ha imparato da sé lanciando fugaci occhiate nelle botteghe dei mastri pupari, gelosissimi del proprio lavoro e dei propri segreti, al punto da nascondere da sguardi ostili tutta l’attrezzatura dietro invalicabili teli. Una logica dalla quale Salamanca rifugge poiché profondamente convinto del fatto che la conoscenza deve essere trasmessa.

«Tenere per sé i segreti è un atteggiamento sbagliato, perché così il mestiere finisce con l’artigiano. E invece il mestiere bisogna farlo vivere, bisogna che i nuovi crescano e imparino per condurlo nel futuro. E io non mi nascondo, anzi: partecipando alle mostre artigiane lavoro in pubblico e non mi sottraggo mai alle domande»

Legno, stoffa e metallo. Allora, come adesso, il pupo siciliano, inserito nel 2008 tra i Patrimoni orali e immateriali dell'umanità, si costruisce sempre allo stesso modo. Il maestro, poi, non resiste alla tentazione di far vedere una sua creatura. Stringe Orlando tra le mani e racconta come nasce un pezzo da collezione.

Il maestro puparo Salamanca lavora su un'armatura (foto Pietro Nicosia)

«Realizzo il pupo integralmente. Inizio dal modello sviluppando l’anatomia del corpo. Poi passo alla costruzione: gambe, busto e viso in legno; l’armatura in ottone, rame oppure alpacca, a seconda della qualità desiderata; ed infine la pittura del viso che è un po’ la mia firma. I vestiti, invece, sono di mia moglie».

E sul futuro di questo mestiere ha le idee molto chiare. «Per quanto ci riguarda, abbiamo deciso di puntare sulla qualità. Con mia moglie ci siamo rimessi in gioco e abbiamo chiuso con prodotti souvenir per dedicarci solo al pupo da collezione. Partecipiamo soltanto alle mostre artigiane e non ci lasciamo più condizionare dalle logiche del mercato di massa. Progettiamo di continuo: quando pensiamo ad un nuovo pupo iniziamo a studiare il personaggio facendo le ricerche storiche. Poi viene la realizzazione: dall’armatura agli abiti sino all’espressione del viso. Nulla è lasciato al caso».

Carlo Magno, Orlando e Rinaldo

Passiamo in rassegna l’esercito appeso ad una barra: Carlo Magno in livrea regale, Orlando fiero, Angelica bellissima e mora, Uzeta, il pupo catanese, con il suo vestito nero e lo scudo che ostenta il “liotru”.«Per me un pupo è come un figlio; quando l’ho finito non lo voglio più vendere. E lì iniziano le lotte con mia moglie», e mentre lo dice la signora Angioletta, rimasta alla sua macchina da cucire, agita le braccia a significare “nota dolente”.

Mentre Salamanca ripone i pupi, un impercettibile movimento del volto di Orlando, sembra uno sguardo di sfida al rivale. La porta si chiude. Chissà se il conte paladino avrà già incrociato il suo ferro a quello di Rinaldo al grido: «Adesso mostrami ancora il tuo valore...».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 30 dicembre 2014
Aggiornato il 14 gennaio 2015 alle 19:12





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