Misteri femminili per il Gladiatore: Giuseppina Torregrossa torna al giallo

Libri e Fumetti In “Chiedi al portiere”, edito da Marsilio, la scrittrice palermitana fa tornare sulla scena narrativa il poliziotto sui generis Mario Fagioli, detto il Gladiatore, già apprezzato nel precedente romanzo “Morte accidentale di un amministratore di condominio”. La fidanzata Lidia gli chiede di indagare sulla presunta morte violenta della madre dell'amica Eleonora. Con fluidità narrativa e stile ironico Torregrossa unisce fantasia inventiva e capacità di analisi sociale e psicologica

Un nuovo caso per l’ispettore Mario Fagioli, un’indagine della quale il poliziotto ‘sui generis’ farebbe volentieri a meno. Lo trascina nuovamente in un labirinto di ricerche complesse e delicate la scrittrice siciliana Giuseppina Torregrossa. Nel suo nuovo giallo, “Chiedi al portiere”, edito da Marsilio, Torregrossa fa tornare sulla scena narrativa il personaggio letterario Mario Fagioli, ben costruito e ben delineato, già apprezzato nel precedente romanzo “Morte accidentale di un amministratore di condominio”. Con fluidità narrativa e stile ironico Torregrossa struttura una nuova storia, unendo fantasia inventiva e capacità di analisi sociale e psicologica. 

La trama parte da una morte improvvisa. Eleonora Piazzese telefona per annunciare a Lidia la morte della madre. Ella comprende dalla tonalità della voce della sua amica del cuore che vi è un non detto nel triste annuncio. E come se accanto al dolore vi fosse una volontà di esprimere un altro sentimento, di rabbia ed indignazione. 

Cosa accade? Eleonora sospetta infatti che la malattia per cui la signora Aurora è morta non abbia niente di naturale. Qui entra in gioco, suo malgrado, Mario Fagioli. Lidia infatti accompagna l’amica dal fidanzato, l’ispettore Fagioli, per chiedergli di investigare. Il poliziotto, detto “il Gladiatore” comprende subito che vi è una grana in vista, e si limita ad esprimere un giusto consiglio, ovvero la donna dovrebbe subito sporgere denuncia. La questione, però, è complessa, Eleonora ha delle remore poiché si tratta della sua famiglia. 

Fagioli, memore del proprio ruolo, ribadisce la sua posizione, senza troppa insistenza. Poiché sul suo orizzonte si sta stagliando un’altra nube. Anzi l’ispettore la considera una vera e propria rogna. Di cosa si tratta? Il commissario gli ha ordinato di indagare sull’aggressione subita da Albina Santalmassi, la giornalista che nel suo programma televisivo si era occupata dell’indagine sulla morte improvvisa dell’amministratore di via Minimi 59. Dove è stata aggredita? Proprio dinanzi a quel famigerato condominio. E’ evidente che il caso può portare delle complicazioni notevoli e va fatta chiarezza con celerità.

Oltre che sul fronte esterno torna la pressione sul fronte interno, Lidia gli chiede di investigare in maniera ufficiosa sulla madre della sua amica. Un doppio fronte, da un lato il commissario dall’altro la sua amante. In primis deve affrontare le bugie e le maldicenze delle vecchiette del condominio di via Minimi. Ha già sperimentato nel caso precedente quante ambiguità e sotterfugi nascondano le interazioni tra quei condomini. Inoltre la sua filosofia esistenziale trova nuove conferme sul fatto che non vi sia nulla di rassicurante nelle famiglie, sia che palesino felicità o infelicità. In special modo le famiglie che abitano nei condomini con portiere, in zone borghesi od alto-borghesi.

Tornando sul fronte interno, quello di Lidia e della sua amica Eleonora, Fagioli cerca di smussare, sopire. Stava seguendo una partita di calcio, divertimento puro che viene interrotto. “Lidia le offrì un bicchiere d’acqua. «Chi ha ammazzato chi?» domandò Mario. «Mio padre ha ucciso la mamma».  «E perchè l’avrebbe fatto?». «Soldi». «Come fa a esserne così sicura?»  «Lo sento» .

Giuseppina Torregrossa

A Mario in quel momento fu chiaro che le due donne, in combutta tra loro, gli avrebbero mandato a puttane il divertimento che si era prefigurato. Rassegnato, cercò di porre fine a quella sconclusionata conversazione: con un po’ di fortuna avrebbe potuto godersi la fine della partita. Così scelse dal suo repertorio parole neutre e con voce atona cercò di far ragionare Eleonora. «I genitori muoiono prima dei loro figli, è la legge naturale. E poi le malattie capitano, a volte arrivano senza alcun preavviso, e nessuno ne ha colpa. Io capisco il dolore che può provare per la perdita di sua madre, anche la mia è morta da poco. Perciò, mi creda, è meglio se ne parliamo tra qualche giorno…».

«Mia mamma era una donna sana, non aveva nessuna malattia – ribatté lesta Eleonora -. Le cose sono precipitate una settimana fa. All’improvviso ha cominciato ad avere problemi di cuore, le gambe le si sono gonfiate, e in pochi giorni se n’è andata». «Vabbè, sua mamma, con rispetto parlando, non sarà stata una giovincella, giusto? Magari covava qualcosa e non ve ne siete accorti. E poi lo sa che a una certa età, quando i problemi vengono a galla, è ormai troppo tardi». «La mamma aveva settant’anni, non era vecchia. No, è stato mio padre, l’ha avvelenata». «Ma ha qualche indizio, una prova?». «Mario, quelli devi trovarli tu, visto che sei ancora in servizio. Sennò che ci stai a fare in polizia?» lo rimbrottò Lidia. 

L’ispettore sgranò gli occhi: ma quelle due pensavano forse di stare davanti a Perry Mason? «Dovrebbe allora sporgere denuncia – disse mantenendo la calma -. Così blocchiamo la sepoltura, chiediamo di eseguire un’autopsia e gli esami tossicologici, e scopriremo se davvero l’ha avvelenata. Ora se permettete…». La Roma aveva segnato, i vicini esultavano alle finestre e lui si trovava tagliato fuori dalla festa”.

La vita di Eleonora

Pride not prejudice, artwork di Nikki Marie Smith

«Eleonora ha sposato una donna, celebrarono il matrimonio in America una decina di anni fa. Quando il padre lo seppe, andò su tutte le furie e la buttò fuori di casa. Io in quel momento, forse per ricambiare l’amore ricevuto dalla signora, a Eleonora sono stata molto vicina, e siamo diventate amiche. La mamma soffrì molto dell’assenza di Eleonora, dei continui pettegolezzi, ma cercò di reagire. Ricordo che teneva un fazzolettino nella manica: lo tirava fuori per asciugarsi le lacrime, che spesso affioravano senza un motivo apparente. Infine si rinchiuse in se stessa e tutto d’un tratto abbandanò le sue amicizie, anche se diceva di tenerci tanto. Non capisco perchè decise di isolarsi, era una donna socievole. Io, con la scusa di portarle qualche primizia, andavo a trovarla spesso, ma dalla sera alla mattina mi fu impedito l’accesso in casa, e la spesa dovevo lasciarla fuori dalla porta. Non sentii più nemmeno la sua voce; era così soave… A ordinare le verdure era il marito, e se ci informavamo sulla salute della signora… “Sta male” rispondeva cambiando discorso, e sembrava seccato, finchè a un certo punto noi smettemmo di chiedere. E pensare che le volevo così bene. Nessuno mi capiva come lei». Lidia tacque, e  Mario la baciò con tenerezza. «Ma secondo te Eleonora dice il vero quando accusa il padre?» le chiese. «Conosco Eleonora da molti anni: è gelosa, emotiva, ma non bugiarda. Aiutala, fallo per me» tornò a insistere lei, la testa inclinata di lato, un’espressione malinconica sul viso e le labbra atteggiate in un broncio accattivante.

La scrittrice palermitana Torregrossa mostra la sua capacità di racconto ed analisi dei personaggi descrivendo non solo il comportamento e le espressioni di Fagioli ma collegangole con i luoghi esterni e gli oggetti dell’abitazione. “A casa non c’era nessuno, i fuochi erano spenti, la tavola sguarnita. Chissà che fine aveva fatto Lidia, si chiese Mario. Sedette sul divano, il soggiorno era avvolto in una penombra silenziosa. Si tolse le scarpe e accese l’ennesima sigaretta: non era più un fumatore, ma un tabagista; fuori dalla finestra, in lontananza, la cupola dell’osservatorio riluceva sulla sommità della collina, tra il verde degli alberi e il rosa del cielo. Rimase lì, senza pensieri né desideri, chiuso in una sorta di bolla, finchè il rumore del traffico scemò. Cominciava però a provare una sensazione di disagio. La pancia era un buco, il cuore una voragine. Pensò di avere fame, e borbottando si trascinò in cucina. Il frigo era una desolazione, neanche un pezzetto di pollo surgelato nel freezer”.

Luoghi e odori, pensieri e stati d’animo. “Aprì la dispensa: pulita come nel bel mezzo di un trasloco, persino il barattolo dello zucchero piangeva. La rabbia gli salì alla gola. «Ma insomma, si deve mangiare tutti i giorni o solo nelle feste comandate?» sbottò. Si attaccò al rubinetto per bere un po’ d’acqua, dopodichè si abbandonò sulla sedia. Fuori, la vita delle famiglie aveva inizio, e a quell’ora le cucine si ripopolavano: lo vedeva attraverso i vetri della finestra che, come tutte quelle del suo condominio, affacciava sul cortile interno. Saliva al suo naso un profumo straziante di ragù, di arrosto, di sugo di pomodoro. Gli pareva addirittura di sentire il sobollire dell’acqua, lo sfrigolio della carne nell’olio. Si prese la testa tra le mani e gli fu chiaro che la sua felicità dipendeva dalla rassicurante routine che la madre, con la sua lunga esistenza, gli aveva garantito, e adesso non poteva più fare a meno di Lidia, che in casa aveva preso il suo posto”.



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