lunedì 16 settembre 2019

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La piuma bianca

Un'idea vera e antica

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Chi vuol vivere bene, deve conservare gli affetti più profondi. Verità profusa da una donna forte dei suoi 95 anni che vale anche per l'invicibile silenzio della foresta vetusta della Val Cervara, in Abruzzo. La foresta accetta la morte dell’albero, come rifugio per la vita degli altri


di Sergio Mangiameli

Cammino nella foresta vetusta della Val Cervara, senza farmi scorgere dalle poiane che gridano più a sud-est, tanto il sole è respinto dalle fronde dei faggi secolari. Assieme a me, avanzano tra i massi bianchi del torrente asciutto, tre amici di età varia. Una di loro è donna, che ama metter parola ad ogni respiro. Ma si silenzia anche lei, per la legge del contagio naturale, che qui è patrimonio Unesco e fa di questa incisione dimenticata, un’isola montana del tesoro.

Qui, in questa mattinata di metà agosto nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, dove svalicando il crinale si deve chiedere permesso costante di transito tra decine di migliaia di gomiti di turisti, invasori dei vicoli e delle piazzette di Pescasseroli in memoria e promessa di quiete, non incontriamo un cristiano. Non una carta, non una cicca, non una plastica di merendina. Niente di umano. Manco il suo odore. Il silenzio – che poi è un articolatissimo, esclusivo concerto, altroché silenzio – risulta invincibile.

La faggeta vetusta della Val Cervara, foto Claudio Trabucco

Cammino risalendo il bosco residuo a polloni dell’ultima guerra, passo da quello ceduo, per poi toccare con mano la verginità inviolata: i tronchi dell’età di Mozart, e più indietro ancora, o più su, quelli del Rinascimento, di Cristoforo Colombo e del mondo cambiato.

Non è una sola pianta ad essere così rispettosamente vecchia – sull’Etna campano ancora l’Ilice di Carrinu e il castagno dei Cento Cavalli –, ma una foresta di faggi, definita il cuore più antico e originale dell’emisfero nord del pianeta. Non è banalmente una verde casa di riposo per faggi col catetere. E’ qualcosa che mischia il tonfo della caduta al suolo, per fine vita, alla sua ripartenza in mille forme diverse in una costante vertigine di inverno e primavera, mai deviata per mano dell’uomo. Volevo sentire cosa significa camminarci dentro, in mezzo, fermarmi e ascoltare. Volevo capire la differenza, se c’è, con gli altri boschi.

Tronchi daccapo a terra dopo mezzo millennio, sparsi, in un cimitero trasformista che si riappropria del futuro, e il silenzio assume il senso della conservazione e del suo valore. La foresta accetta la morte dell’albero, come rifugio per la vita degli altri. Traslo questo bisbiglio alle morti che ci appartengono, e provo a vedere quelle dei nostri genitori come rifugio dell’anima.

E’ ora di tornare. La donna più giovane, 27 anni, una farfalla che cammina, dalla sua leggerezza invidiabile, lascia tra i rami il suo pensiero sospeso: “E’ più bello lassù, dove c’è tutto”.

Sua nonna, la sera prima aveva festeggiato il proprio 95esimo giro di vita. Mi aveva preso in disparte, alla fine, e tra altre cose di attribuzione di coraggio e di scelte di responsabilità, mi aveva sussurrato: “Posso dirtelo da questo limite raggiunto: se vuoi vivere bene, conserva gli affetti più profondi”.

Conservazione ancora, come se ci fosse un limite comune, in cui gli esseri viventi, piante e cristiani, si tengono per mano, o per ramo, e cantano insieme un’idea vera e antica.

Sergio Mangiameli in Val Cervara, foto Claudio Trabucco


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 22 agosto 2019




Sergio Mangiameli

Il senso di appartenenza, come ostinato segnavia, con l’ambiente naturale. Sono presente su Facebook


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