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Storia di una fetta biscottata integrale non di marca

Blog Lei era una fetta biscottata qualunque; non di marca come quelle che si mantengono croccanti e compatte per tutta la loro esistenza, ma di quelle che si sgretolano già dentro la confezione. Quando si trovò sulla tavola, la violenza del coltello la spezzò facendola ruzzolare dietro il piede del mobiluccio a fianco del tavolo. Aveva fallito subito e non le rimaneva che rassegnarsi al destino degli ultimi. Finché avvertì lo scalpiccio di piccoli passi...

Si dice che la nascita sia un caso: il terno secco che apre l’ingresso ad un mondo sconosciuto che ha vissuto benissimo senza di noi e continuerà a fare lo stesso anche dopo che non ci saremo più. Occorre dunque sfruttare il caso e vivere al meglio che si può. Lei era una fetta biscottata qualunque; non di marca come quelle che si mantengono croccanti e compatte per tutta la loro esistenza, ma di quelle che si sgretolano già dentro la confezione e che dopo che si apre il cellophane, fanno un disastro sul tavolo e per terra. Aveva sempre saputo che negli scaffali vicino al suo, stavano esposte, a strategica altezza d’occhio le migliori, quelle dall’impasto resistente che riposavano in confezione rigide e richiudibili dopo l’uso.

Tra i ripiani nessuna confidenza, nonostante gli scatoli più economici posti più in basso, tentassero inutili  relazioni. Certo quelle  di sopra erano  le migliori,  destinate alle tavole degli umani più agiati che sceglievano per sé stessi il meglio di ogni cosa. A dir il vero, Fetta Biscottata aveva verificato con rammarico quanto fosse falso quanto si ripeteva tra le confezione dei suoi pari: che era tutta colpa della pubblicità, che in fondo si era tutte uguali, che insomma quelle vivessero di raccomandazioni. Annuiva per convenienza ma in fondo lo sapeva benissimo che quelle di marca testimoniavano la verità sia dal punto di vista nutrizionale che per la fragranza, l’omogeneità del colore e l’aspetto compatto che mai presentava gli orribili buchi  che ben conosceva. Avrebbe dato non sapeva cosa per essere anch’ella friabile e gustosa. Quando le luci del supermercato si attenuavano e il brusio dei clienti svaniva, sognava di essere  una fetta biscottata  accessoriata di cereali e di appartenere ai lignaggi di linee biologiche salutari  dove la presenza di farine selezionate e l’assenza  di additivi chimici le rendeva perfette e non come lei, nata dall’impasto dozzinale di farina bianca mischiata a crusca.

Per Fetta, il sogno impossibile di un ricciolo di burro, un velo di confettura con cui stringersi a nozze e rendere elegante le petit déjeuner del mattino. “E’ bella, buona e profumata”  avrebbe voluto che dicessero di lei i pezzi in argento della mise en place raffinata dove il tè caldo esalava il suo aroma dalla textura liscia e levigata di una candida tazza in porcellana.

Ma il destino riserva ad ognuno le incognite con cui confrontarsi e sono vani i fremiti di ribellione né serve nascondersi o rifiutarsi a vivere. Così Fetta Biscottata andò incontro al suo caso e si ritrovò su un modesto tavolo da cucina con la cerata di plastica dagli orribili scacchi blu e bianchi che a guardarli regalavano leggere vertigini. “Sbrigatevi a mangiare!” imponeva una madre nervosa ai bambini con gli occhi ancora cisposi di sonno. Fetta si dispose volenterosa e partecipe al suo dovere ma il coltello fu con lei troppo violento e la spezzò in più parti; il dolore acuto  divenne realtà  e le sue parti furono sparse ovunque. Fetta precipitò spezzata nel vuoto e ruzzolò dietro il piede del mobiluccio  a fianco del tavolo; nell’impatto con il pavimento la marmellata si staccò privandola anche del conforto di quell’ultimo dolce contatto.
Era la fine: nessuno si sarebbe accorto di lei destinata a muffire tra lo zoccoletto ed un piede di mobile. Aveva fallito subito e non le rimaneva che rassegnarsi al destino degli ultimi. Quando però  il tempo ed il silenzio sembravano avvolgerla, avvertì lo scalpiccio di piccoli passi: era un esercito di piccole creaturine.

Queste cominciarono a girarle intorno  osservandola dapprima diffidenti e poi con sempre crescente interesse: le più audaci la toccavano con le zampette sembrando apprezzare il suo sapore; poi alla fine si mostrarono entusiaste esultando tra loro nel magnificarne tutte le sue parti. Non ci poteva credere! si riferivano proprio a lei. Ondate vigorose di autostima le conferirono nuova dignità; sentiva che per loro equivaleva ad un piccolo tesoro, una  importante  fonte di cibo e di riserva.  Il gruppo si fece carico del suo peso mettendo in campo lavoro e spirito d’iniziativa. Procedevano sulle fughe annerite dei mattoni, attente a non mettere i passi in fallo e formando una lunga e nera teoria. Di loro ammirò la divisione dei compiti all’interno del piccolo plotone dove, in un perfetto esempio di democrazia, lo scettro del comando passava agli individui che via via si ascoltavano  e correggevano la direzione da seguire. La portarono nel loro formicaio nascosto all’interno del muro dove l’architettura degli intricati cunicoli si sviluppava in un apparente disordine.

L’essere importante per qualcuno la fece ricredere sulla inutilità della sua vita e la cura e l’attenzione di cui fu fatta le diede il giusto gusto del valore delle cose; fu felice di essere così apprezzata e si disse fortunata di non essere finita in balìa a degli umani che l’avrebbero sbocconcellata con indifferenza mentre per la piccola e brulicante enclave anche l’ultima briciola della sua dozzinale farina mischiata a crusca, avrebbe rappresentato una buona scorta di cibo regalando a tutte la dolce euforia che accompagna la sicurezza di un pasto.

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