mercoledì 21 agosto 2019

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«Quando Palermo ha voltato le spalle al mare, è iniziata la fine dei Florio»

Libri e fumetti

La scrittrice in "I leoni di Sicilia. La saga dei Florio" ha ricostruito «la parte più buia» cioè meno nota della storia della dinastia di imprenditori divenuti la famiglia più potente e ricca di tutta l'Isola. Un libro che sarà tradotto in vari Paesi europei, avrà una sua trasposizione al cinema e pure un sequel: «Ho cercato la perfetta corrispondenza tra verità storica e finzione»


di Daniela Sessa

Stefania Auci lo chiama il criaturo, questo suo romanzo sulla famiglia Florio che ha un bel titolo I leoni di Sicilia. La saga dei Florio”. Si sente che in quel termine così siciliano c’è tutto l’orgoglio e l’affetto per un lavoro che in pochi giorni si trova primo nelle vendite e al centro di un notevole interesse editoriale. Il criaturo sarà tradotto In Inghilterra, negli Stati Uniti, in Olanda e in Spagna e si è accaparrato i diritti televisivi sui quali la scrittrice si chiude in «un poetico no comment». E quando le si chiede se il suo caso letterario può paragonarsi a quello di Elena Ferrante, lei sorride, tra il compiaciuto e l’intimorito e risponde «Piano, piano. L’accostamento mi onora profondamente. Le persone che sono dietro il nome di Elena Ferrante hanno fatto un grandissimo lavoro di divulgazione e un’operazione importante per far conoscere l’Italia nel mondo».

Stefania Auci e il suo I leoni di Sicilia

Nel mondo Stefania Auci porta invece la storia di una famiglia potente, i Florio, che hanno dominato con l’intraprendenza, talvolta genuina talvolta spregiudicata, la scena economica della Sicilia dal loro arrivo nel 1799 da Bagnara Calabra fino alla prima metà del Novecento, quando ebbe fine il loro impero economico il cui valore «è paragonabile al PIL di uno Stato nazionale di piccole dimensioni». Il romanzo “I leoni di Sicilia”, pubblicato dall'Editrice Nord, scrive la saga dei Florio fino al 1868 e alla morte di Vincenzo senior (vero protagonista del romanzo), perché Stefania Auci, trapanese ma palermitana d'adozione, scrittrice dal temperamento sanguigno quasi quanto la sua penna che sa anche indulgere nel registro lirico con squarci delicati e musicali di descrizione del paesaggio palermitano, ha voluto ricostruire le ragioni di quella storia, le radici di un’epopea straordinaria, forse unica nella nostra isola, di un’imprenditoria ambiziosa e indipendente, coraggiosa e non facile al compromesso, almeno alle sue origini.

Vincenzo FlorioEd eccole le origini dei Florio, i putiari bagnaroti che arrivano in cinque a Palermo. Sono una famiglia sbilenca in cui si intrecciano già l’orgoglio e il risentimento, la bontà e la caparbietà; tutti gli elementi destinati a costruire la loro mappa genetica. Paolo e Giuseppina e Ignazio - i due fratelli e la cognata - e i piccoli Vincenzo e Vittoria, la parente orfana presa in casa da Paolo. Un quintetto all’interno del quale covano sentimenti inespressi: di Paolo, così testardo e col fiuto per gli affari, verso la moglie, così’ rancorosa e sorda agli affetti; di Ignazio, saggio e segretamente innamorato di Giuseppina e desideroso di una propria famiglia; di Vincenzo dagli «occhi scuri e fiduciosi e i capelli chiari». Il chiaroscuro della sua stessa anima: «Vincenzo ha quella che i greci – dice Stefania Auci - chiamano ubris, tracotanza. Costruire il personaggio di Vincenzo è stata la classica gatta da pelare, un personaggio che mi ha fatto disperare».

La storia di Vincenzo occupa gran parte del romanzo, perché grazie alla sua ambizione, covata come senso di rivalsa per il rifiuto di una nobildonna palermitana di non volergli concedere la mano della figlia, che seppur povera non poteva sposare un uomo i cui «soldi faranno sempre puzza di sudore», e grazie alla sua spregiudicatezza cui si univa esperienza del mondo e un discreto livello culturale, la famiglia Florio diventa proprietaria di una serie di attività che spaziano dall’aromateria alla produzione del vino Marsala (che ha il leone in etichetta) al commercio dello zolfo, alle compagnie di navigazione, all’acquisto della Tonnara di Favignana in cui si produsse il primo tonno sott’olio: un impero finanziario, cui concorse anche la concessione di prestiti a tassi altissimi o l’acquisto di proprietà dei nobili decaduti di quella Palermo che li fece sentire per molto tempo estranei e che fino alla storia raccontata da Auci li considerò sempre bottegai “arrinisciuti”.

Quando Ignazio senior, figlio di Vincenzo senior, sposerà Giovanna d'Ondes, una nobile di recente conio, Palermo darà forma poetica, se si concede l’espressione, alla saga dei Florio dominata dalla Targa Florio, dalle residenze culla della Belle Epoque palermitana e crocevia di nobili e teste coronate di tutta Europa, dalla collana e dalle lacrime di donna Franca fino alla bancarotta.

Vincenzo Florio sr con la moglie Giulia, il figlio Ignazio sr e la nuora Giovanna d'Ondes

E Stefania Auci annuncia che il prossimo anno uscirà il secondo volume della storia dei Florio, quella del tracollo economico della famiglia più famosa della Sicilia, una famiglia che ad Auci ricorda “Lehman Trilogy” di Stefano Massini.

La costruzione del personaggio di Vincenzo per molti versi ricorda Julien Sorel di “Il rosso e il nero” di Stendhal...
«Più volte mi è stata fatta notare la somiglianza di Vincenzo con personaggi come Sorel e certamente ha punti di contatto con molti personaggi che hanno influenzato le mie letture. Ma Vincenzo è venuto fuori così senza pensare a un modello preciso. Davanti alla sua storia mi sono chiesta cosa potesse avere di particolare un uomo che è arrivato così in alto, che ha messo così tanto impegno. Volevo prima capire e poi immaginare cosa lo rendesse tanto fuori dagli schemi. Era la sua grande ambizione: Vincenzo è profondamente determinato a ottenere quello che vuole senza avere rivali; ciò che lo rende unico è la capacità di mettere tutto il resto in secondo piano. Per lui contano solo il riscatto e l’affermazione sociale, voler raggiungere un obiettivo. Non importa cosa costi e quanto costi nel tempo».

La tonnara Florio di Favignana

Nel romanzo i personaggi rispondono a una struttura binaria. Non solo i nobili contro i putiari, ma anche il mondo femminile che porta altre istanze rispetto al mondo maschile. Penso a Giuseppina e Giulia, ma anche a Mattia, la sorella di Paolo e Ignazio che sarebbe un’altra storia da raccontare, o la stessa Vittoria, che fa la scelta più ovvia del matrimonio come riparo.
«Sì, esiste questa duplicità di mondi e anche all’interno del mondo femminile, che nel romanzo è rappresentato soprattutto da Giuseppina e da Giulia. Due temperamenti diversi. Giuseppina non avrebbe mai accettato la condizione di Giulia. Nello schema mentale di Giuseppina la donna è sottomessa al marito, segue il marito e non ha scelta: subisce. Giulia, invece, sceglie di mettersi da parte quando si rende conto che l’uomo che lei ama non potrà mai darle l’affetto che lei vorrebbe. Lei è libera ma sa che l’affetto di Vincenzo è un affetto in secondo piano perché il suo vero amore sono gli affari, né la famiglia né forse lo stesso figlio maschio. Giulia accetta di farsi concubina, poi moglie grazie a quel parto di sesso maschile. Per Vincenzo che ha il solo interesse di diventare il più bravo, il più ricco, il più potente, Giulia è un incidente di percorso ma è l’unica che può stargli accanto in quel modo. Lei lo sa e sceglie questo.

Il romanzo “I leoni di Sicilia” ha il merito di aver riportato in auge il romanzo storico nel senso più tradizionale del termine. E’ un potente e magnifico affresco della Sicilia e di Palermo nel momento in cui l’isola vive al centro di interessi politici, militari, commerciali di grande dinamismo. C’è la presenza dei Francesi e degli Inglesi che nel romanzo non sono visti come dominatori ma come opportunità. Questo è uno sguardo nuovo…
«Si, sono vissuti come opportunità, perché davano lavoro. Al siciliano interessa qualcuno che gli dia un lavoro».

Stefania Auci racconta «la parte buia dei Florio», quella cioè su cui non si è fatta mai luce, che la narrazione salottiera e affaristica ha dimenticato. I Florio in Sicilia rappresentano quella tradizione familistica che altrove ha incoronato grandi famiglie industriali per l’incidenza sul tessuto economico del territorio, per l’ambizione a farsi dinastia laddove la vera aristocrazia latitava schiacciata dal peso della vanità e dell’immobilità, per la difficoltà a conciliare felicità privata e affari e mondanità. Le origini dei Florio vengono inserite dentro una narrazione corale in cui esiste Palermo a fare da comprimaria, con le sue dinamiche sociali strette tra una borghesia affaristica, invidiosa e rapace, e un’aristocrazia chiusa nel barocchismo dei modi e nell’alterigia dei sopravvissuti «i nobili palermitani sono una strana razza. Attaccati ai privilegi come le unghie alla carne, indebitati fino alle mutande, ma coperti di velluto e di gioielli».

Per lungo tempo i Florio non sono i leoni, ma vengono percepiti e trattati come gli “sciacalli e le iene” evocati da Don Fabrizio di “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Quanto della letteratura siciliana precedente ha influito sul libro?
«L’elemento che mi ha fortemente segnato è certamente “Il Gattopardo” e poi per il mio tipo di scrittura Verga. Per quanto riguarda la descrizione di una certa Sicilia sicuramente Sciascia. Ho camminato sulle spalle dei giganti. Ho alle spalle una tradizione letteraria grande e affascinante e sapere di averla è importante».

“I leoni di Sicilia” è un romanzo storico. La ricostruzione storica è affidata al corsivo all’inizio dei sette capitoli, che significativamente hanno per titolo la materia prima della fortuna dei Florio dalle spezie al cortice, allo zolfo al tonno. Come ha costruito la verosimiglianza, la manzoniana parte d’invenzione?
«E’ stato un lavoro di bilanciamento, di individuazione dei giusti punti di riferimento. Una ricerca di compatibilità tra i caratteri e i dati storici che avevo a disposizione, per evitare sia il linguaggio troppo moderno dei personaggi sia l’impoverimento della storia. L’invenzione ha pesato quando ho dovuto pensare a contesti, fatti e pensieri che potessero essere perfettamente calzanti in quella fase storica. Faccio un esempio: pensare ad atteggiamenti troppo moderni nel caso di Giulia comportava il rischio dell’anacronismo, di stare troppo in avanti nel tempo; così come pensare a un atteggiamento meramente remissivo in Giuseppina sarebbe stato essere fuori carattere. Ho cercato di mediare al massimo livello nel trovare i punti in cui ci fosse perfetta corrispondenza tra verità storica e finzione».

Ignazio Floro jr, la moglie Franca e i figli Giovanna e Ignazio detto baby-boy

Non è solo verosimiglianza che la Palermo dei Florio permetteva a una famiglia di bagnaroti di poter andare avanti nonostante le molte resistenze sia da parte dei commercianti borghesi che ovviamente dei nobili?
«Palermo era una città accogliente. Credo che anche oggi lo sia nonostante da più parti si voglia trasformarla. Per fortuna la città ha anticorpi che la rendono immune a determinate spinte di chiusura che si vedono e si sentono da più parti. Allora la città era aperta sul Mediterraneo, perché vi poteva trovare la propria vocazione commerciale. Ma accade che col tempo la situazione cambi. Soprattutto nella seconda parte della saga dei Florio si capirà come la città dia un po’ le spalle al mare, al modo di vivere legato alla dimensione del commercio, della pesca per cercare qualcosa di differente. E’ quello il periodo in cui inizia l’impoverimento della città stessa. Ritengo che Palermo debba ricominciare a guardare al mare, a guardare fuori. Ora come allora. Nel momento in cui c’è una crisi, è importante recuperare le proprie origini, capire da dove si è venuti e andare oltre. I Florio vivono in un momento in cui la città comincia a guardare oltre».

Di Palermo lei scrive che ha una “bellezza opulenta, sboccata ed eccessiva”, fa dire ai Florio che è una “tomba”, “difficile… infida”. La più bella immagine dal punto di vista letterario è questa: “Palermo che si nutre delle sue stesse viscere, che i suoi abitanti distruggono e ricostruiscono”. Qual è il suo rapporto con la città?
«La mia è una Palermo antica e insieme attuale. Palermo è una città che veramente vive nel passato ma che cerca disperatamente di trovare il proprio posto nel presente. E quando io parlo di una città che si nutre delle proprie viscere fondamentalmente si tratta di una città che sa di avere un’eredità pesante e ingombrante, ma nello stesso tempo cerca di lasciarsi il peso alle spalle e di trovare una propria dimensione. Trovo che sia una città fortemente in cammino, che abbia difficoltà a esprimersi in modo nuovo. Mi preme dire che vedo Palermo come una città viva, vitale e che ha voglia trovare una soluzione per uscire da uno stallo e da un periodo di difficoltà che ora come allora sta attraversando. La città si merita di meglio e i palermitani, anche se alcuni sono un problema, hanno la possibilità di cambiare la città. Questo già è avvenuto e potrebbe avvenire di nuovo».

Il Villino Florio a Palermo

E’ per questa fiducia che vi sono due piani della scrittura: lirica per il paesaggio fisico di una Palermo piena di luce; antilirico per il paesaggio umano?
«Sono sorpresa di questa sua lettura e mi fa riflettere sul fatto che io vivo la città con quest’amore. Palermo è una capsula del tempo. Nello stesso palazzo puoi trovare i resti arabi, la costruzione medievale, il salone barocco e i mobili ottocenteschi: un sovrapporsi di strati in cui spesso l’uno non cancella l’altro. Come se potessimo alzare un velo dopo l’altro e trovare il filo di una storia che attraversa tutta la città».

Prosegue il tour di presentazioni del volume. Stefania Auci dopo Cavallotto a Catania, la Libreria Ubik di Ragusa e la Libreria Gabò di Siracusa, sarà mercoledì 22 maggio, alle ore 18, alla Libreria Bonanzinga di Messina, dove verrà intervistata da Anna Mallamo; giovedì 30 maggio, alle ore 18.30, sarà all’Enoteca Letteraria Prospero di Palermo e venerdì 31 maggio, alle ore 18.30, sarà all’Ex Collegio dei Filippini, Sala San Giuseppe, di Agrigento.

La Auci con Loredana Lipperini di Rai Radio 3 al Salone del libro di Torino


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 20 maggio 2019
Aggiornato il 27 maggio 2019 alle 21:22





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