lunedì 19 agosto 2019

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Simona Lo Iacono: «Antonno, l'amico di Tomasi di Lampedusa che pensava al contrario»

Libri e fumetti

E' una storia sul mistero dell'infanzia "L'albatro", il nuovo romanzo, edito da Neri Pozza, della scrittrice-magistrato siracusana, ritratto di due fasi opposte della vita, la prossimità della morte e la fanciullezza, dell'autore de "Il Gattopardo", dove centrale è questa figura di fantasia: «Un bimbo, poi fedele servitore, che vede il mondo ribaltando i canoni della normalità»


di Salvatore Massimo Fazio

Sin dall'esordio tra racconti e romanzi, la siracusana Simona Lo Iacono, nota al pubblico nel binomio scrittrice-magistrato, si aggiudica riconoscimenti di livello. Il 30 maggio, la seconda volta per l’editore Neri Pozza dopo il fortunato “Il morso”, uscirà L'albatro un nuovo studio approfondito che crediamo scalerà le classifiche, in attesa di sapere quali riconoscimenti porterà. E’ la storia di inizio secolo scorso di un bambino molto timido che segnerà la storia della letteratura con una opera che rimane fissa nella memoria, Il Gattopardo. Ovviamente stiamo parlando di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Attorno all'incontro di questo straordinario autore siciliano (non lo era ancora ai tempi del romanzo della Lo Iacono) con un suo coetaneo dal nome Antonno, si defila ciò che tra qualche giorno troveremo in libreria.
In questa intervista concessa in anteprima a Sicilymag, Simona Lo Iacono, con la passione e la gentilezza che la contraddistingue, non affronta il solo tema della nuova opera letteraria.

Simona Lo Iacono

Giuseppe Tomasi e il volo dell'albatro

«Principuzzu, io a vossia ci farò l’albatro».
«Ma… Antonno, l’albatro è un uccello».
«E io, a vossia, ci farò come a lui».
«Non capisco, cosa farai».
«Nun la lascerò mai, a vossia. Con tempu bonu o tempu tintu».
«Sarai come l’albatro per il capitano della nave?».
«Precisamente. Io, per vossia, sarò l’albatro».

Torna a distanza di due anni negli scaffali delle librerie: che tema affronta ne "L'albatro”?
«
L’albatro” è un libro sull’infanzia. Sul suo mistero. E sulla scoperta della propria vocazione. Giuseppe Tomasi è colto in due momenti estremi, quello della primissima parte della sua vita, quando non è che un bimbo, e quello degli ultimi giorni della morte, a Roma, quando viene ricoverato per un carcinoma al polmone e affronta la cobaltoterapia. Scopre che la morte e l’infanzia si somigliano moltissimo. Che sono due epoche molto prossime al mistero, all’ignoto, e così comincia un percorso all’indietro, nel tempo passato, un percorso che lo porterà a rievocare tutta la sua vita e a ricordarsi di Antonno, uno stranissimo bimbetto dai comportamenti bizzarri, che ha trascorso con lui l’estate del 1903. Un’estate fondamentale, in cui i due bambini vissero a Santa Margherita Belice, nell’Agrigentino, il feudo della madre di Giuseppe Tomasi, e dove il piccolo principe, proprio grazie ad Antonno, inizierà a scoprire un nuovo sguardo, un nuovo modo di guardare la realtà».

Per chi e perché ha trattato questo argomento?
«Io scrivo sempre perché accade qualcosa in cui mi imbatto. Una luce, una parola, persino un odore. Qualcosa si incammina verso di me. E io la seguo. In genere non ho idea dei risultati di questa ricerca, ma mi fido dell’immaginazione, sa sempre parlare al mio cuore. Quindi non scelgo gli argomenti, sono in qualche modo loro a cercare me. E io mi lascio trovare. Nel caso dell’Albatro ho ripescato una vecchia edizione de “Il Gattopardo” e mi sono imbattuta nella prefazione di Giorgio Bassani. Raccontava della giornata in cui – era l’estate del 1954 - Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il cugino Lucio Piccolo, poeta amato da Montale, si trovavano a San Pellegrino Terme per un convegno letterario. Bassani racconta che i due distinti signori siciliani sembravano provenire da un altro tempo, erano coltissimi e affascinanti, attirarono l’attenzione di tutti su di sé per la compostezza dei modi, per la raffinata conversazione, per l’ingegno e l’audace conoscenza della letteratura europea. Erano accompagnati da un fedele servitore… è stato lui, questo servitore fedele e sconosciuto ad accendere la mia fantasia. Ho pensato a lui come a un bimbo cresciuto con Giuseppe Tomasi. Ma un bimbo particolare, umile e al tempo stesso saggio. Un bimbo che vede il mondo ribaltando i canoni della normalità. L’ho chiamato Antonno e ho deciso che sarebbe stato un piccolo e amorevole amico del principe. Un amico che fa, pensa e vive al contrario».

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Tra le righe: che messaggio può consegnare al lettore “L'albatro”?
«Il mio Antonno, e cioè l’albatro, non ha la pretesa di consegnare messaggi, ma sguardi. Sguardi rovesciati. E’ un bimbo “al contrario” e sa che la ricchezza è povertà, la realtà sogno, e la morte vita. Non esprime giudizi, ma insegna al piccolo Giuseppe Tomasi a interpretare le cose in modo inusuale, a partire dalla loro negazione, senza farsi mai ingannare dall’apparenza. All’inizio Giuseppe Tomasi resterà perplesso, stranito. Ma poi, convivendo con il suo albatro, imparerà che nella logica apparentemente “al contrario” di Antonno si celano molte verità. Verità sul significato dell’esistenza. Sulla fragilità umana. Sull’amore. E anche quando Giuseppe Tomasi morente, in attesa di un responso dalle case editrici per il suo Gattopardo, sarà a un passo dalla fine, il pensiero del suo albatro lenirà il trapasso, la paura del buio, il senso dell’ignoto».

Si aspetta lo stesso successo del suo precedente libro “Il morso”?
«Per me la strada letteraria è soprattutto ricerca, scoperte, rivelazioni. E quindi tengo a un successo che è tutto basato sull’umanità di chi incrocerò, sugli occhi che mi leggeranno, sulla condivisione, sulla commozione. “Il morso” e “Le streghe di Lenzavacche” mi hanno donato incontri, città da esplorare, persone a cui volere bene nel tempo. Ecco, se accadesse la stessa cosa con “L’albatro”, potrei di certo dirmi fortunata. Potrei dire che è stato un successo».

La sua professione di magistrato, è fonte di ispirazione per le sue opere?
«Può capitare che la realtà processuale offra spunti e riflessioni, parole arcaiche e nuove, personaggi e situazioni che – anche invisibilmente – riescano ad entrare tra le righe della narrazione. Ma la vera ispirazione nasce in un luogo inabitato, che deve essere riempito con il tempo e anche col dolore. In questo luogo la mia anima lavora sempre a maglia, nel senso che inanella i punti che formeranno le parole. Ed è un luogo che è distante sia dal Tribunale sia dal mondo. Fa parte di una dimensione sotterranea e sconosciuta anche a me, che la scrittura decodifica e che mi offre in dono».

Neri Pozza è un editore di prestigio, che rientra in un doppio binario come "grande", nel senso quasi di major, ma nello stesso tempo editore "indipendente". Come si trova a lavorare con loro?
«Io sto facendo un’esperienza meravigliosa. Ho interlocutori preparati, appassionati, attenti all’autore. La redazione lavora con amore su tutti i titoli, li seleziona con grande cura. Lo scrittore è seguito, sia dall’ufficio stampa che dal direttore editoriale. Una realtà sana e molto intelligente, che crede nel valore del libro e della cultura. Inoltre ogni fase del testo è vissuta con grande professionalità. Dalla cura della parola all’ideazione delle bellissime copertine, un testo Neri Pozza è sempre un bel viaggio, una garanzia di qualità».

L'editoria contemporanea, però, negli ultimi 10 anni ha visto nascere sin troppi editori, alcuni onesti, altri a mio dire non proprio, perché illudono parecchio la troppa fretta che hanno aspiranti scrittori di pubblicare, rimettendoci la faccia. Lei cosa ne pensa?
«Nella mia esperienza personale non mi sono imbattuta mai in realtà disoneste in editoria. Gli editori con cui ho lavorato sono sempre stati seri e leali. Credo che, in linea di massima, sia bene attendere prima di pubblicare, informarsi, tentare di valutare con serenità, prima di affrontare realtà che non si conoscono. Insomma, avere prudenza».

La figura dell'agente letterario, come nel calcio quello del procuratore, o in diverse attività del talent scout è a suo parere consigliabile al fine di affrontare per un aspirante, una trafila dignitosa onde evitare di bruciarsi per tempo?
Personalmente nella mia avventura letteraria la presenza dell’agente è stata fondamentale. Io sono seguita dalla Malatesta Literary agency, di Monica Malatesta e Simone Marchi e credo che la presenza dell’agente non sia solo un modo per entrare in contatto con le case editrici, ma anche per ricevere consigli, per confrontarsi, per non sentirsi soli. Il rischio degli aspiranti scrittori (ma degli scrittori tutti in generale) è quello di restare un po’ disorientati, di non sapere bene che strada intraprendere e con chi. Un bravo agente invece seleziona la casa editrice sulla base dell’opera, crea non solo contatti, ma strade percorribili. Un compagno di viaggio, insomma, che ha a cuore il destino del tuo libro».

Il tour di presentazioni de “L’albatro”

Numerosi gli appuntamenti di presentazione de “L’albatro”. Si comincia ovviamente dalla Sicilia: 1 giugno a Palermo, Libreria Spazio cultura, alle ore 17,30; il 7 giugno ad Acireale, al Mondadori Bookstore, alle ore 18; l’8 giugno evento speciale a Siracusa, città natale della scrittrice, alle ore 19, rappresentazione teatrale al Teatro Alfeo, teatro dei pupi di via della Giudecca, a Ortigia, a cura della Compagnia dei pupari Vaccaro-Mauceri e della Casa del Libro Mascali (prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti al box office del teatro, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19 tutti i giorni escluse le domeniche, tel. 0931465540 e 3285326600); il 13 giugno a Catania, al Mondadori Bookstore di piazza Roma, alle ore 18; il 14 giugno a Lentini, alla Biblioteca comunale, alle ore 18; il 15 giugno a Ragusa, in piazza San Giovanni, per il festival A tutto volume, alle ore 18.30; il 21 giugno, a Foggia, alla Libreria Ubik, alle ore 19,30; e il 22 giugno a Salerno, al Festival della letteratura.

La Lo Iacono durante una presentazione editoriale

Simona Lo Iacono, una carriera di successo

È nel 2006, anno del suo debutto nel mondo editoriale col racconto I semi delle fave, che Simona Lo Iacono vince il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006”. Solo dopo sei anni con “Il cancello” potremmo rileggere un nuovo racconto, ma due anni dopo l’esordio, siamo nel 2008, pubblicata da Giulio Perrone editore, esce il suo primo romanzo dal titolo Tu non dici parole, che vince il Premio Vittorini Opera prima. La produzione di Simona Lo Iacono è una catena di montaggio, nella sua accezione, rara, di qualità. Tutti le riconoscono i meriti di essere la donna che la rappresenta nel panorama intellettuale la bellezza della Sicilia e dei siciliani ed ecco che nel 2010 riceve il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa.

È dello stesso anno la pubblicazione del primo racconto lungo, prodotto a quattro mani con Massimo Maugeri, altro straordinario interprete della letteratura sicula. Trattasi de La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro & Pupi): ed è subito encomio col Premio "Più a Sud di Tunisi". Nel 2011 esce “Stasera Anna dorme presto” per i tipi di Cavallo di Ferro. Approda in finale al Premio Città di Viagrande non fa mancare una vittoria col Premio Ninfa Galatea.

Il rapporto con la casa editrice capitolina Cavallo di Ferro, fondata da Romana Petri e Diogo Madre Deus, prosegue, e dopo la sopra annunciata pausa dal romanzo a favore del secondo racconto, nel 2013 pubblicato il romanzo Effatà. Sembreremo ripetitivi ma ancora una volta il firmamento letterario le riconosce un prestigiosissimo premio, stiamo parlando del Martoglio 2013 e con la medesima opera l'anno dopo si aggiudica il Premio Donna siciliana 2014 per la letteratura.

Il 2016, poi, è stato un anno speciale. Con E/O Edizioni la Lo Iacono pubblica Le streghe di Lenzavacche, romanzo che le fa vincere il Premio Chianti proiettandola fino alle semifinali del Premio Strega 2016.

Due anni fa con Il morso, pubblicato da Neri Pozza, in una infuocata finale con la rivelazione Orazio Labbate e con Silvana La Spina, si è aggiudicata la vittoria al Premio Racalmare-Sciascia 2017.

La premiazione al Premio Racalmare nel 2017


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 17 maggio 2019
Aggiornato il 06 giugno 2019 alle 14:10





Salvatore Massimo Fazio

Nato a Catania nel 1974, scrittore, filosofo e pittore. Si laurea con una tesi di estetica presso l’Università degli Studi di Catania dal titolo “Cioran e Sgalambro: un confronto”. Esordisce nel 2005 con I dialoghi di Liotrela. L’albero di Farafi o della sofferenza, edito da C.U.E.C.M, un dialogo tra un filosofo, un demiurgo e un uomo di autostrada, elaborato insieme al poeta e scrittore Giovanni Sollima. Nel 2009 esce il racconto Villa Regnante per i tipi di enricofolcieditore. Insonnie, C.U.E.C.M. 2011, è il suo capolavoro indiscusso, strutturato in tre parti nella forma della prosa, della poesia e dell’aforisma, nel quale coinvolge il lettore sulle grandi tematiche etiche ed ontologiche dell’uomo, scarnificandone i concetti precostituiti con un nichilismo definito cognitivo che si scaraventa con smania distruttiva contro la filosofia accademica, la procreazione in un mondo occidentale dove tutto crolla costantemente verso l’edificazione del niente. Nel 2016 viene pubblicato da Bonfirraro Editore, l’addio al nichilismo, omaggiando con suicidio letterario i suoi due maestri, il titolo suscita subito qualche disagio e parecchie polemiche nell’area intellettuale italiana: Regressione suicida, dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro. Gestisce il blog letterario Letto, riletto, recensito


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