martedì 23 gennaio 2018

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Simon Reynolds: «Ieri l'idolatrica follìa del glam, oggi il conformismo del rock»

Libri e fumetti

Il critico inglese presenta il 13 dicembre a Catania, il libro “Polvere di stelle. Il glam rock dalle origini ai giorni nostri", vera summa di un fenomeno musicale, mediatico e sociale dei primi Anni 70 dominato dall'eccentrico e sgargiante istrionismo di artyisti come David Bowie e Marc Bolan: «Le glam star dominavano i fan. Oggi il rock non è più moderno»


di Gianni Nicola Caracoglia

Marc Bolan innescò la miccia della bomba glam. L’insurrezione plastificata degli Sweet. Il bubblegum grezzo di Gary Glitter. Il ruggito frenetico e trionfale degli Slade. Lo sgargiante pandemonio di fiati e capelli multicolori degli Wizzard. La chiassosa leziosaggine dei Roxy Music. Alice Cooper, il pifferaio demoniaco. L’istrionismo spaccone degli Sparks. E al centro di tutto David Bowie, destinato a dominare il decennio come i Beatles avevano fatto negli Anni Sessanta, una presenza fissa ed elegantemente eccentrica nella classifica pop”.

Ziggy Stardust, l'alter ego glam di David Bowie

In un pensiero condensato, il glam rock, fenomeno musicale angloamericano, fatto di pop e rock song travolgenti e look e movenze androgine, che dominò i primi Anni 70 e che il giornalista e critico musicale inglese Simon Reynolds ha raccontato, con dovizia di particolari, nel libro “Polvere di stelle. Il glam rock dalle origini ai giorni nostri", edito da Minimum Fax. Nel libro Reyndolds racconta “il fascino di un’epoca in cui il pop era titanico, idolatrico e folle, un teatro dell’artificio incandescente e dei gesti grandiosi”. Reynolds è colui che nel 1994 invento il termine post-rock. Vanta collaborazioni con "Melody Maker", "The New York Times", "Village Voice", "Spin", "The Guardian", "Rolling Stone", "The Observer". Ha pubblicato numerosi bestseller, tra cui "Totally Wired – Post Punk 1978 – 1984", "Energy Flash" e "Retromania".
"Polvere di stelle" sarà presentato stasera, alle 20.30, al Sal Spazio Avanzamento Lavori di Catania, dei quattro appuntamenti italiani del tour di Reynolds l’unico del Sud, per il salotto letterario di “Leggo. Presente indicativo”. Giuseppe Lorenti intervisterà Reynolds, Marco Sciotto leggerà passi del libro, le selezioni musicali saranno di Renato Mancini. L'ingresso è gratuito.

Simon Reynolds

In italiano il titolo richiama la romantica e decadente “Polvere di stelle”, mentre il titolo originale scelto da Reynolds – “Shock and awe” – ha la forza del gergo militare dell’invasione: colpisci e domina.
«Nel libro si parla dello “shock rock” di Alice Cooper, l’immaginario di Bowie stesso è visivamente scioccante, così come scioccante e oltraggioso fu il punk rock che del glam è erede – spiega Reynolds -. Uomini vestiti in maniera disgustante o con un make up molto femminile. Pensa ai New York Dolls, la loro immagine era scioccante. C’era anche un senso religioso, una sorte di adorazione di nuove divinità, le popstar adorate come essere straordinari. L’immagine di David Bowie era come se venisse da un altro pianeta. In senso letterale c’era una sorta di voglia di dominare i propri fan, che venivano controllati nel loro modo di pensare, i cui sogni venivano invasi, le star diventavano come dei controllori delle loro vite. C’era una componente quasi fascista in queste rockstar, Bowie stesso disse che Hitler fu una delle prime rockstar della storia e che lui sarebbe stato un buon Hitler, un eccellente dittatore, eccentrico e pazzo. Anche i Roxy Music giocavano con un’estetica fascista. Non era un gioco alla pari, le popstar non si sentivano uguali ad altri. Ecco perché “Shock and awe”, un termine militare, preso dalle tecniche tedesche di invasione e controllo totale. Lo stesso è successo con l’industria musicale, attraverso il dominio totale delle superstar».

L'era glam dei Roxy Music

Nel grande firmamento delle rockstar consegnate all’eternità, ci sono due vere superstar del glam, Marc Bolan e David Bowie. Questo è il 40° anno senza Bolan, morto il 16 settembre 1977, e ci avviciniamo adesso al secondo anno senza Bowie.
«Una personalità enorme quella di Bowie, che ha influenzato e ha affascinato tanti. Molti hanno fatto anche molti più dischi di Bowie, ma senza quel senso di mistero, di arte, di avanguardia che i fan trovavano in lui. Non sento personalmente una vera mancanza, penso che sia finita un’era. Non penso neanche che oggi esista qualcuno che si possa paragonare a lui come fama, forse Kanye West che vorrebbe essere come Bowie ma non lo è, è interessante ma Bowie attraeva anche fisicamente. La sua bellezza, il suo corpo,suoi occhi erano magnetici. Era una bellezza strana. “Blackstar” è un gran disco, “The next day” è stato un gran disco ma c’è stato un lungo periodo, dal 1983 al 2003, in cui la musica di Bowie era mainstream, non era così interessante».

Indubbiamente il brano pop “China Girl” non è stato un capolavoro come fu “Space Oddity”.
«“Outside”del 1995 è stato un buon disco, mi piaceva Bowie quando nel 1997 faceva drum’n’bass in “Little wonder”. La cosa strabiliante è che alla fine ha realizzato uno dei suoi migliori dischi, “Blackstar”, proprio quando stava per uscire di scena, e forse lo sapeva. E se “The Next day” aveva una componente commerciale, “Blackstar” è stato un disco senza compromessi».

Adesso sono passati 40 anni dalla morte di Marc Bolan. Se fosse vivo oggi che musica avrebbe fatto, che dischi avrebbe realizzato?
«Non lo so, forse avrebbe continuato la sua bubble music, il suo pop giovanile. Bolan forse ha avuto più fama che talento, ha avuto successo per i suoi brani boogie e qualche ballata. Lui era bravo nel suono groovy, pieno di ritmo, non penso che anni dopo avrebbe suonato il drum’n’bass o avrebbe sperimentato come ha fatto Bowie nella trilogia berlinese di “Low”, “Heroes” e “Lodger”. Quando Bolan è morto era molto affascinato dal punk, nel suo show televisivo che io guardavo da bambino ospitava band come i Damned o i Jam, che io amavo. Bolan amava il groove, il ritmo, era un folletto funky».

Parliamo un attimo della tua Londra, anche se ormai vivi in America. Brexit a parte, mi pare che la capitale britannica stia vivendo l’era meno glam della sua storia, non mi sembra più il centro delle icone fashion come è stata negli Anni 60 durante l’era della Swinging London o negli Anni 70 nell’era glam prima e punk dopo.
«Non vivo più a Londra da molti anni, ho vissuto 20 anni a New York, ora vivo a Los Angeles. In effetti, dagli anni 2000 non ricordo una band veramente interessante di Londra. Forse la città è troppo cara, e chi fa musica sta altrove».

C’è una scena glam a Los Angeles?
«Non mi pare. Negli Anni 80 c’era una scena di heavy metal molto glam – i Poison, i Mötley Crüe e tanti altri -, quello era glam metal. Anche a Los Angeles, però, come a Londra adesso, preferiscono una musica da intrattenimento, il lato ottimistico della musica, buono da ballare. Forse una certa scena rap a Los Angeles ha ancora un qualcosa di glamorous».

L’Italia non ha avuto una sua vera scena di glam rock, ma personaggi del pop, come Renato Zero, che almeno agli esordi, avevano un look che poteva ricordare molto quello di Bolan e soci.
«Non lo conosco direttamente, me ne hanno parlato, per me è stata una sorpresa. Io conoscevo più la scena rock e sperimentale, italiana, quella del progressive, o l’avanguardia come Luigi Nono e Luciano Berio».

Ma il glam rock è stato quindi un fenomeno solo angloamericano?
«Inglese soprattutto. In America ha avuto successo in città come New York, Los Angeles e poi Cleveland e Detroit. In Europa il teenage rock degli Sweet, degli Slade o di Gary Glitter ha avuto successo in Paesi del Nord come Germania, Olanda, Danimarca. Bowie è stato un caso a parte, ha influenzato band di mezzo mondo, dall’Estonia alla Nuova Zelanda. Il glam è stato comunque un fenomeno prevalentemente britannico».

Cosa pensi del rock adesso, ovunque nel mondo? C’è qualcosa di veramente interessante?
«Di veramente interessante direi di no. Come scena rock mi piace la scena elettronica. Parlando di suono chitarristico non penso che adesso gli U2 o i White Stripes siano rock, sento cose che ricordano i Fleetwod Mac degli Anni 80. Le cose più divertenti non sono propriamente rock. I White Stripes che hanno fatto canzoni interessanti sembrano usciti dagli Anni 70, non sono moderni. Il rock ormai è come il jazz, è un suono del passato, forse si potrebbe studiare nei Conservatori. Mia figlia che ha 11 anni ascolta i gruppi emo…».
Anche la scena emo, eccentrica e visionaria, alla fine è figlia del glam, in chiave più dark. E’ la ruota della musica giovanile che continua a girare.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 13 dicembre 2017





Gianni Nicola Caracoglia

Giornalista, amante della musica, rock soprattutto, e amante delle cose buone. Che di questi tempi sono veramente poche... I suoi articoli su SicilyMag


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