mercoledì 24 luglio 2019

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Sicilia, l'isola del tesoro

Libri e fumetti

“I luoghi e i racconti più strani della Sicilia” (Newton Compton) del giornalista e scrittore Carlo e della figlia Giulia Ottaviano, scrittrice, racconta “il labirinto Sicilia”, e lo fa dall'ottica delle “stranezze”, una narrazione filosofico-antropologica della pluralità multiforme dell'Isola


di Salvo Fallica

Una storia della Sicilia sui generis incentrata sui luoghi ed i racconti più strani e curiosi. Un testo che contiene la narrazione di racconti o microstorie poco conosciute ed apparentemente marginali o la ri-narrazione di storie note mostrate da un'ottica prospettica totalmente diversa. Il libro in questione - “I luoghi e i racconti più strani della Sicilia” pubblicato alla fine del 2018 da Newton Compton editori - è un'operazione culturale ben riuscita ed è il frutto di una sinergia padre-figlia, della collaborazione di un giornalista-scrittore e di una scrittrice. I protagonisti e testimoni-narratori di questo itinerario culturale nel tempo e nello spazio geografico del "continente" Sicilia - costituito da tanti micro-mondi, ricchi di storie, di tradizioni e di culture - sono Carlo e Giulia Ottaviano.

Accennavamo al concetto di itinerarium, e non si tratta di una citazione affatto casuale, perché il sottotitolo del testo ha un palese valore programmatico ed esplicativo: “Un viaggio alla scoperta di una terra misteriosa, punto di incontro tra Oriente e Occidente”.

Il libro racconta “il labirinto Sicilia”, e lo fa dall'ottica delle “stranezze”. Più che una contro-storia, a volte lo è perché smonta luoghi comuni, è una narrazione filosofico-antropologica della pluralità multiforme della Sicilia. Prendendo spunto dalla corrente del "destrutturalismo", Carlo e Giulia Ottaviano decodificano i misteri non pretendendo di cogliere l'essenza della verità assoluta, ma puntando a mostrarne altre facce prospettiche, altri volti. Fanno una operazione di smascheramento della verità, anzi delle verità. E lo fanno con uno stile narrativo chiaro, scorrevole ed avvincente. Non nascondono la passione per la materia trattata ma nel contempo grazie all'ironia se ne distaccano, trovando il giusto ed equilibrato distacco.

Carlo Ottaviano

Sul piano del gioco interpretativo viene in mente la filosofia del pensatore tedesco Gadamer, uno dei protagonisti culturali del Novecento. Le riletture di Carlo e Giulia Ottaviano trasformate in ri-narrazioni non aggiungono solo contenuti nuovi, dettagli che mutano il contesto ma nuove interpretazioni.

E qui entra in gioco un altro fattore importante ed è l'incrocio fra il giornalismo, la filosofia e la storia. Il giornalismo è cultura, è racconto ed interpretazione. E quando come Carlo Ottaviano si ha il senso del gusto estetico della notizia e si comprende la natura poliedrica di essa - non un mero fatto oggettivo ma spesso il dato di fatto dal quale partire per approfondire accadimenti e processi che diverranno storici - allora l'impianto di un libro si arricchisce del gioco intellettuale legato all'analisi dei dettagli che meglio fanno comprendere le storie, il passato ed il presente. Non semplicemente atto di descrizione ma weberianamente di comprensione della realtà che ci circonda. Il giornalismo, l'informazione e l'intero mondo della comunicazione sono profondamente legati ai linguaggi, e sono profondamente legati alla vita. Nulla è più filosofico del linguaggio. Tutte le cose che pensiamo, diciamo, rappresentiamo, esperiamo e sintetizziamo, passano dal linguaggio. Ogni mondo è un universo di linguaggio. Il significato delle cose non è dato da una visione logica assoluta, da una verità platonica del mondo dell'iperuranio, ma dall'uso pragmatico del linguaggio, quello che un geniale filosofo del Novecento, Ludwig Wittgenstein, coglierà nella definizione dell'importanza dei giochi linguistici. E la verità delle cose è legata agli usi del linguaggio. Il secondo Wittgenstein che ha abbandonato il concetto della logica come verità assoluta, corrispondenza isomorfica fra simboli linguistici e gli oggetti fattuali, cerca i significati nella molteplicità dei linguaggi e del loro uso concreto.

Giulia Ottaviano

Carlo Ottaviano con il suo gusto per le storie, con il quale ha influenzato nel tempo direttamente ed indirettamente la figlia Giulia, ha sempre cercato ed ancora ricerca il senso concreto delle cose e delle storie. E sa bene che esso va cercato nei giochi linguistici.

E sa utilizzare il colpo di scena come in un editoriale televisivo od un commento sulla carta stampata o sul web per attrarre la curiosità del pensiero verso le cose. Il colpo di scena che fa crescere l'attesa del disvelamento delle verità delle storie, dei dettagli che illuminano e fanno entrare nei meandri delle vite dei personaggi narrati. Oppure negli interstizi delle vicende, mostrando improvvisamente che un aspetto trascurato da altri conteneva in nuce invece il disvelamento di un mistero. Si toglie il velo alle cose, che emergono nelle loro contraddizioni.

E Giulia affermatasi nell'ambito del romanzo ha influenzato a sua volta il padre Carlo, con l'attenzione allo snodo più lungo del racconto, con la cura nello smussare i lati contraddittori che esaltano il dettaglio di una notizia o di una storia e mostrarne invece un filo unitario.

Un libro che coglie anche l'aspetto universale della Sicilia. L'isola che in realtà è collegata alle altre terre e continenti attraverso il mare. Come scrivono gli autori: “Non c’è regione d’Italia più ricca della Sicilia di accadimenti, leggende, miti; nessuna con così tanti luoghi intrisi di fascino e segreti, veri o presunti. Stilare un catalogo completo è impossibile. L’Isola, nonostante la sua storia millenaria sia stata ampiamente indagata e narrata, non smette però di sorprenderci quando in un racconto si disvela un dettaglio in più, si mette in luce un particolare in ombra, viene offerto un angolo diverso di osservazione. Oppure – come proviamo a fare qui noi – quando un evento ritenuto isolato e unico diventa suo malgrado e per quanto apparentemente casuale, parte di un disegno più ampio che coinvolge il Nord e il Sud, l’Ovest e l’Occidente, il Tirreno e il Canale di Sicilia, l’entroterra e le coste. Ogni frammento raccolto contribuisce a rendere unica la maggiore tra le isole del Mediterraneo. Sapendo – per dirla con Leonardo Sciascia – che «muovendosi fra queste 'isole' s’incontrano le differenti Sicilie, quella sorprendente varietà di razze umane, di culture e di paesaggi che fanno di questa regione un continente non sempre facilmente decifrabile”.

Sicilia, un continente non facilmente decifrabile

Una storia intrisa di storie al femminile: “Non mancano le donne, streghe, sante, rivoluzionarie, scrittrici fuori dalla norma che hanno contribuito a cambiare non tanto e non solo gli stereotipi femminili, ma la società: Goliarda Sapienza e Maria Occhipinti, Peppa ’a cannunera e le prostitute antifasciste, le suore di clausura di Palma di Montechiaro e le monache di Monza siciliane. Perché naturalmente c’è pure il capitolo sull’onore e il disonore e sulla Sicilia dei sensi, così come quello sui truffatori d’ogni genere: furbi lestofanti o generosi Robin Hood, un assortimento vario che va dal finto conte marito di Joséphine Baker al morto vivo di Avola. E poi ecco i siciliani ad honorem: perché forse Omero era una donna di Trapani, Shakespeare era nato a Messina e san Giorgio era un pastorello dell’Etna. Infine, non sono pochi i collezionisti e i benefattori che hanno lasciato i loro averi alla comunità per realizzare musei minori ricchissimi di reperti di valore e di cuore”.

Maria Occhipinti

Sostengono Carlo e Giulia Ottaviano: “Insomma se non proprio l’ombelico del mondo, in Sicilia c’è il mondo, spesso nascosto alla luce del sole come nel caso dei tanti luoghi sotterranei antichi e moderni dove la storia è passata: dalle grotte preistoriche all’hangar segreto progettato dall’architetto Nervi a Pantelleria durante la seconda guerra mondiale, alla chiesa di sale recentemente realizzata nelle profondità di una miniera”. “E naturalmente c’è la lussureggiante natura siciliana, vera regina della biodiversità, tanto bella da ammirare quanto interessante da gustare una volta trasformata in ingredienti per la cucina. Che in Sicilia è fatta di tradizione, ricerca e abbinamenti arditi”.

Ed a proposito di parole, lingua e linguaggi. Anche le riletture dei miti divengono interpretazioni antropologiche: “Il vocabolo siciliano che indica l’atto di ritrovamento di questi tesori nascosti è attrovatura o trovatura. La trovatura si cela dietro muri di case antiche, dentro grotte solitarie, sotto lastre di pietra pesantissime. Ma purtroppo, non basta un "apriti sesamo" per accedere alla grotta di Ali Babà. In generale, infatti, le leggende plutoniche siciliane non hanno quasi mai un lieto fine. Al termine dell’avventura il credulone è, quasi sempre, beffato. Non vi è tesoro, la prova non viene superata". “Ad Acireale, non lontano dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie, vi è un’enorme pietra sotto la quale si celerebbe la trovatura della sarpa. Ma come accedervi? Semplice: bevendo dieci litri di vino e mangiando un pesce sarpa crudo sopra la roccia. Ci sarebbe qualcuno che avrebbe tentato l’impresa, salvo essere stato poi attaccato da orrendi serpenti… Complessi sacrifici di fanciulli e fanciulle, storie di mostri e stregoni dunque, ma anche di bacchette magiche e viaggi notturni come narra per esempio la leggenda del tesoro di santa Sofia, che sarebbe nascosto all’interno dell’omonima grotta sull’Etna. Secondo la leggenda, l’impresa può essere effettuata in una notte senza luna da sette uomini coraggiosissimi che portino lo stesso nome o che siano fratelli. Facile trovarli, no? All’interno della grotta, dopo un rituale magico, comparirà una donna misteriosa che in seguito si trasformerà in caprone sul quale uno dei sette uomini sarà trasportato – nel tempo che ci vuole per schioccare due dita – a Costantinopoli, dove recupererà una bacchetta e un anello da inserire in una delle sette bocche di un drago sputa-fiamme all’interno della caverna. Non proprio un gioco da ragazzi”.

Operai scavano nella grotta dei Porci a Levanz nelle Egadi

Carlo e Giulia Ottaviano chiosano: “Le trovature in Sicilia sono numerosissime, Giuseppe Pitrè all’epoca ne enumerò almeno cento: a Palermo, sull’Etna, a Catania, ad Acireale, Modica e così via. Quali esistano davvero non è dato sapere, ma di una abbiamo certezza: il 20 agosto del 1952 a Mandanici, in provincia di Messina, il signor Carmelo D’Angelo trovò, durante dei lavori in piazza Duomo, quarantaquattro monete bronzee risalenti al periodo tra la fine del III secolo e l’inizio del IV. Fuori corso, ma dall’alto valore numismatico”.

Il libro contiene tante storie reali, gialli disvelati, personaggi strani, beni culturali... Ma il nostro racconto-interpretazione finisce qui, l'invito è a proseguire questo viaggio con la lettura del libro.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 01 luglio 2019





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