lunedì 24 giugno 2019

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Sicilia, l'isola che non c'è

Opinioni e analisi

La prima domanda da porsi, se proprio si volesse parlarne, dovrebbe essere: esiste la Sicilia? Una terra aggredita dai suoi stessi abitanti in una lotta mortale, feroce. E la risposta, da bravi siciliani, bisognerebbe cercarla nel “si dice” più che nei fatti. La troppa luce di questa terra cancella e nasconde la realtà fino ad affogarla nel sogno


di Aldo Migliorisi

“È consentita la sosta ai cornuti”. Raccontano alcuni che un giorno a Palermo, forse Catania, o addirittura Ragusa, dopo anni d’inutili urla, liti, offese sanguinose tra il proprietario di un garage abusivo e gli autisti che, altrettanto abusivamente, posteggiavano davanti ostruendone il passaggio, sulla saracinesca del locale comparve questa scritta. Assicurano tutti che da allora in poi nessuno, temendo il marchio d’infamia, osò più parcheggiare davanti al garage.

Da qui può partire il viaggiatore per il suo periplo intorno all’Isola. C’è tutta la Sicilia in quest’apologo: il modo di intendere la proprietà privata e quello che è di tutti, la furbizia, la violenza, il senso dell’onore e i suoi equivoci. D’altra parte, ovunque si dica Sicilia, prima che a un territorio, a un’isola nel Mediterraneo, si pensa a quella particolare umanità che vive in questa terra. Ma, forse, questi sono luoghi comuni.

E lo sanno solo i siciliani, i luoghi comuni che devono sentire appena dicono di esserlo, siciliani. “Sicilia? Mafia!” e magari un sorriso che vorrebbe essere complice e scherzoso: anche un cancro può diventare un cliché. Poi c’è tutto un repertorio, altrettanto prevedibile, d’incivilite frasi fatte. Una frequentatissima, ad esempio, è quella di definire la Sicilia un continente fatto di cento Sicilie. Un modo per togliersi di dosso ogni responsabilità e rigirarla alle rimanenti novantanove Sicilie, salvando solo la propria. Che non esiste, come tutte le altre.

La prima domanda da porsi, se proprio si volesse parlare di Sicilia, dovrebbe, infatti, essere: esiste la Sicilia? E la risposta, da bravi siciliani, bisognerebbe cercarla nel “si dice” più che nei fatti. La troppa luce di questa terra cancella e nasconde la realtà fino ad affogarla nel sogno.

Il “si dice”, da queste parti, oltre che negli stereotipi, si può trovare anche in alcuni scrittori, nei titoli dei loro libri, così immaginifici e questurineschi. Hai voglia: inchieste sulla Sicilia che è metafora e buttanissima e intanto che si annaca non è più quella di una volta. E nel mezzo c’è tutto quello che può servire, ai siciliani, a certi siciliani, per tessersi una tunica avvelenata, per accecarsi definitivamente. La realtà è anche un’altra, quella che non si trova nelle librerie delle case perbene. Basterebbe fare un viaggio in quest’isola: apparirebbe una terra aggredita dai suoi stessi abitanti in una lotta mortale, feroce. Un matricidio che, come nel mito, può essere riscattato solo accecandosi; un gesto che, d’altronde, da queste parti si ripete ogni giorno, considerandolo necessario, indispensabile, alla sopravvivenza. Una cecità che ci salva e ci condanna; la stessa di poeti e cantori ai quali per descrivere la realtà non occorreva vederla, ma solo immaginarsela. Un’arte, questa, molto siciliana: sognarsela, una cosa, per poi dimenticarsela e abbandonarla.

I siciliani, se mai sono esistiti, ormai non esistono più. Si possono trovare, ridotti a macchiette, solo nei film di Montalbano e nelle barzellette. Rimane un’idea di Sicilia ormai diventata sicilianità buona per gli scaffali e sintetizzata plasticamente nelle pubblicità di Dolce & Gabbana. Poco altro: per il resto, tagli di capelli, smartphone, gerghi, gusti, mode uguali a quelli che si possono incontrare in qualsiasi parte globalizzata del pianeta.

Della Sicilia è rimasto ben poco. Per incontrarla bisogna andare in alcuni luoghi poco frequentati dalla modernità e dalla rassegnazione – per fortuna non di tutti- che li accompagna: qualche zona dell’entroterra, certi suoni fenici che increspano la parlata, le lame improvvise di determinati sguardi. Anche questa è una Sicilia che corre il rischio di essere travisata per sentimentale, mitica, della quale, tra il buio della luce nera di quest’isola, si può intravederne appena l’ombra.

Per chi ci vive è un luogo, questo, più importante ancora della sua stessa storia. Un’isola destinata a fluttuare tra due mondi prima che geografici, etici: tra “l’esaltazione incondizionata dell’essere siciliani e la sua più sconfortante denigrazione”; tra l’orgoglio e il disprezzo; tra la “Waste land” di Eliot e la “terra del miele” dei poeti arabi siciliani dell’XI secolo. Forse è proprio qua una possibile chiave di lettura di questa doppia natura siciliana. E l’unico strumento possibile per sfuggirne è la poesia nel suo etimo poiesis: il fare dal nulla.

No, non esiste la Sicilia; e non esistono i siciliani. Rimane l’ombra di un carattere, la stessa che è riuscita a trasformare l’onore dei Paladini di Francia in codice mafioso. Un pensiero reso oscuro dal troppo arrovellarsi, attratto dall’odore di morte che riconosce subito come suo; dall’essere, da sempre, isola assediata da un mare infido. Rimane, dell’idea di questa terra, un ricordo, il suo mito. Nella sua spietata bellezza persiste il sentimento dell’isola, né terra, né mare; una storia fatta di uomini e idee che per il momento è quasi disabitata. La distanza, forse, è il modo migliore per vedere la Sicilia ed è questo, forse, l’ennesimo luogo comune; l’ultima, bugiarda, consolazione possibile.

Le isole rassicurano, diceva Bufalino, se ne può fare il periplo. Ma spaventano: non se ne può uscire.



© Riproduzione riservata
Pubblicato il 11 gennaio 2019





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