giovedì 17 gennaio 2019

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«Racconto la Sicilia misteriosa che cela i più efferati delitti»

Libri e fumetti

Lo scrittore calatino Domenico Seminerio parla de "L'autista di Al Capone", trasposizione romanzata della vicenda vera del messinese Placido Giacobbo, diventato Charles Jakoby negli Usa quando lavorò al servizio del boss mafioso: «Un personaggio emblematico della Sicilia del dopoguerra, delle oscure connessioni al riparo della riconquistata libertà»


di Salvo Fallica

«La concezione della letteratura mi discende dall'essere stato insegnante di Italiano e Latino nel Liceo Secusio della mia Caltagirone, ed è la concezione antica, secondo la quale la letteratura ha il compito di delectare, movere, docere, ovvero divertire, emozionare, insegnare. Un buon libro deve contenere tutte e tre le cose contemporaneamente, altrimenti diventa banale o serioso o superficiale».

L'estrinsecazione della filosofia narrativa espostaci dallo scrittore Domenico Seminerio nell'incipit del nostro dialogo ci consente di entrare nel suo mondo letterario e cultural-esistenziale ed iniziare l'analisi del suo nuovo romanzo: L'autista di Al Capone, edito da Siké. Un romanzo che si snoda tra gli Stati Uniti e la Sicilia, in particolare a Messina.

Domenico Seminerio nella sua Caltagirone

Qual è la genesi di questo suo nuovo libro e perché ha scelto la figura dell'autista di Al Capone?
«La scelta del personaggio in verità non è una scelta dell'autore, ma una sorta di occupazione compiuta dal personaggio che si insinua a poco a poco nella mente dello scrittore, e finisce col trovare ospitalità piena quando si trova in sintonia con lui. Nel caso de L'autista di Al Capone mi ha intrigato il personaggio, in fondo un vinto che trova sempre qualcuno più cattivo di lui, i tempi e i luoghi della sua esistenza terrena, il contesto in cui si è mosso. Charles Jakoby (all'anagrafe Placido Giacobbo) l'ho incontrato casualmente in un articoletto d'un periodico e poi, lavorando di fantasia, è diventato un personaggio emblematico della Sicilia del dopoguerra, degli intrallazzi della politica del tempo, delle oscure connessioni che s'andavano tessendo al riparo della riconquistata libertà».

Il ritaglio sulla morte di Placido Giacobbo

Potrebbe raccontare ai lettori alcuni dei principali personaggi, frutto di fantasia, di questo romanzo?
«Ad esempio una figura intrigante è quella dell'avvocato Tuttolomondo, ammanicato con le famiglie malavitose messinesi e pronto a sfruttare le possibilità offerte dalla legge elettorale del tempo e il meccanismo delle preferenze. Un personaggio che manovra sapientemente funzionari e politici e uomini di rispetto, che però debbono restare nell'ombra, perché bisogna rispettare il cliché di Messina città babba, cioè città dove non attecchisce la mafia. Emblema, Messina, di quella Sicilia misteriosa che sa celare sotto un velame di perbenismo i più efferati delitti. Una città che, per essere la porta di accesso alla Sicilia per chi viene dal continente, si colloca subito come emblema della realtà isolana e delle sue molte zone d'ombra».

Al Capone

La Sicilia è il luogo principale della sua creazione narrativa. Qual è la sua definizione dell'isola?
«Ho già scritto che la Sicilia non è un'isola, ma più propriamente un arcipelago di tante isole quanti sono i paesi e le città, isole che pur essendo attaccate le une alle altre sono in realtà chiuse entro i propri confini, collegate tra loro con strade impervie e tali da favorire autarchie economiche e soprattutto culturali e linguistiche, frutto della storia, delle dominazioni, dei popoli che qui sono sbarcati di continuo e che si sono collocati in posizione dominante o paritaria».

Nella sua produzione narrativa lei parte dalla grande tradizione verista ma poi la trasforma dall'interno e lo fa in maniera originale. Della lunga tradizione letteraria siciliana, che ha assunto fra l'Otto ed il Novecento uno spessore europeo con autori molto diversi fra loro- si pensi a Verga, De Roberto, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino, Consolo, solo per citarne alcuni, quali autori l'hanno influenzata maggiormente?
«Per raccontare la Sicilia ho avuto molti maestri, che m'hanno offerto diversi punti di vista e diverse soluzioni linguistiche. In effetti chi narra si pone subito il problema di come raccontare le sue storie, di quale lingua usare, quali accorgimenti deve utilizzare per rispettare la verità umana, sociale e storica di ciò che racconta. Abitando a Caltagirone, a un tiro di schioppo da Vizzini e Mineo, patrie di Verga e Capuana, non ho potuto non sentire il loro influsso, ammodernato dal razionalismo di Sciascia e in parte abbellito dai florilegi d'un certo barocco che domina il Val di Noto. Molti precettori e una sola madre, la Sicilia, quest'isola la cui realtà ha un tale strapotere fantastico che ha bisogno di tutta la fantasia degli scrittori per essere compresa».

Un'altra immagine di Domenico Seminerio

Ripercorrendo la sua storia narrativa, lei si pose all'attenzione nazionale con un romanzo molto interessante dal titolo: Senza re né regno, edito da Sellerio. Un testo in cui racconta con forte intensità di scrittura una storia di corruzione politica e criminalità mafiosa, una Sicilia del passato descritta con pessimismo tragico, con tratti di determinismo verghiano. In quel libro era un neo-verista...
«La mia carriera di scrittore comincia tardi, a 60 anni, come del resto per molti siciliani, per merito di Elvira Sellerio che apprezzò i miei primi tre romanzi, dove cercavo di narrare storie che avessero a che fare con la mia terra e con le sue pulsioni venute fuori in tempi particolari, ad esempio nel secondo dopoguerra, nello sforzo di capire il presente, quella Sicilia che vediamo descritta e vilipesa nelle cronache quotidiane. Una Sicilia che è mafia, la paciosa quotidianità mafiosa fatta di piccole cose, che è precorritrice di istanze iconoclaste che abbiamo incontrato nei nefasti dell'ISIS, per dire, una terra da dove è facile se non indispensabile emigrare, come quel ragazzo di Messina che andò in Inghilterra e diventò, chissà, un famoso poeta, il più famoso poeta dell'età moderna. Chissà. Nessuna prova, ma molti indizi, che si accrescono di numero».

Con Il manoscritto di Shakespeare, edito sempre da Sellerio, diventa un caso letterario nazionale ed internazionale. Shakespeare era davvero siciliano?
«Vicenda misteriosa. Ma non c'è solo quel mistero. Ad esempio, ho provato a trascrivere in forma letteraria alcuni episodi di cronaca nera e ne sono nati 5 racconti di genere noir-giallo ("Cinque gialli sul nero”, pubblicato da Euno edizioni) un genere non perfettamente definito, mi è stato rimproverato, ambientati tutti a Catania e tra le sciare dell'Etna, un paesaggio che ti obbliga a uscire dagli schemi classici dei generi letterari. Il genere giallo è quello che va più di moda, ma non ho voluto accodarmi ai giallisti conclamati, bensì raccontare Catania in un certo modo, farne la location, si dice così ormai, di storie di violenza e di sangue. Catania, la splendida Catania, una delle città più belle del mondo per posizione geografica, clima, monumenti, possibilità economiche. Ma i catanesi non sembrano rendersene conto. E non solo Catania. Anche altre città sono nella stessa condizione, come la mia Caltagirone. Una bellezza trascurata, non valorizzata, celata persino per interessi poco chiari. Venire nelle nostre città non è semplice: trasporti pubblici carenti o inesistenti, strade che fanno rimpiangere le regie trazzere, spazzatura invasiva, e tutti gli altri mali endemici già noti dal tempo di Goethe. Che fare? Sperare e combattere, ancora e sempre...».

William Shakespeare


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 29 ottobre 2018
Aggiornato il 08 novembre 2018 alle 22:52





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