martedì 16 luglio 2019

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Plausi e botte

Sciascia non è una statua. Mai lo è stato e mai ancora lo sarà?

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A Racalmuto, nel trentennale della morte, lo scrittore ha l'immagine da replicante della statua iper-realista ignorata da tanti. Il comitato di vigilanza da me coordinato sta già varando un programma di iniziative per lo speciale anniversario ma le polemiche su cosa debba diventare la Fondazione (manageriale, politica o più autonoma da Racalmuto) non mancano


di Antonio Di Grado

A Racalmuto gli hanno fatto una statua. Uno Sciascia iper-realista, formato naturale, giacca gualcita e sigaretta in mano. Ma lasciato lì, in un punto qualunque d’un qualunque marciapiede, sul corso popolato di passanti distratti e frettolosi. Una scelta ardita, dice qualcuno, quello Sciascia senza piedistallo, uomo tra gli uomini. Solo che mette i brividi, imbattersi in quel buffo replicante da museo delle cere. E sa tanto, a prescindere dalle buone intenzioni degli amministratori d’oggi, di ridimensionamento voluto e anzi vendicativo, da parte d’un paese che non sempre seppe capirlo ed amarlo.

La statuta di Leonardo Sciascia a Racalmuto

Il ritorno di Leonardo Sciascia a Racalmuto, da Palermo e anzi da Parigi che fu per lui capitale dell’anima, e le estati alla “Noce” fra i parenti e gli amici scrittori, e quei funerali tradizionali e istituzionali nel cuore del paese, e la scommessa testamentaria sulla Fondazione Sciascia, cattedrale nel deserto: tutto questo appartiene alla nobile retorica del nóstos, cara ai nostri grandi scrittori, da Verga in poi, quando come possenti elefanti hanno deciso di chiudere i conti con la vita.

La Fondazione Sciascia, istituita a Racalmuto all’indomani della morte dello scrittore, ma con modalità, uomini, sede e patrimonio da lui esplicitamente previsti e richiesti, ha quasi trent’anni di età, quanti ci separano da quella dolorosa scomparsa. È una fondazione, non una fabbrica di eventi o una pro-loco o uno di quei sedicenti “parchi” che trasformano lezioni di stile e di intelligenza critica in scintillanti gadget e stupidi souvenir; è un luogo, viceversa, di studio, di confronto, di produzione scientifica. Il suo nutrito curriculum – congressi, mostre, rassegne, pubblicazioni – sta a dimostrarlo; ma la cultura costa, e le risorse scarseggiano, specie quelle dovute a norma di statuto dal Comune (che non paga da vent’anni: solo ora si assiste a un’inversione di tendenza, grazie all’insediamento di una nuova giunta, di cui fanno parte alcuni antichi promotori della Fondazione).

La sede della Fondazione Sciascia a Racalmuto

Da qui, soprattutto dopo la morte di Aldo Scimè che della Fondazione fu l’anima, un periodo di stallo, aggravato da polemiche strapaesane e da appetiti politici di varia estrazione e sensibilità. Il consiglio d’amministrazione, di cui fanno parte – e vigilano con passione e competenza – gli eredi dello scrittore, ha finora retto il timone occupandosi anche della programmazione culturale, che spetta tuttavia per statuto al “comitato di vigilanza”. Quest’ultimo è un comitato scientifico da me coordinato in qualità di direttore letterario (anche questa fu volontà di Sciascia, ed è il più grande onore di cui io sia mai stato fatto segno) e si avvale dell’autorevole presenza di Salvatore Fodale e Nino Catalano, generi dello scrittore, di Nino De Vita e Lavinia Spalanca, cui si sono aggiunti di recente Paolo Squillacioti e Rosario Castelli. E di recente si è riappropriato delle sue funzioni varando un programma di iniziative per il trentennale della morte di Sciascia: un convegno internazionale in quella data sul “Contesto”, romanzo-chiave (e quanto mai attuale!) nell’elaborazione intellettuale ed espressiva dell’autore, e poi una tavola rotonda sulla giustizia, un altro convegno organizzato dalle università di Madrid e di Siviglia, e il consueto meeting annuale con le scuole delle province limitrofe e con le relazioni e gli elaborati degli studenti a proposito dei romanzi di Leonardo Sciascia.

E altro ancora. Ma non si placheranno le polemiche: di chi reclama un manager (quanto avrebbe riso Sciascia!), di chi vorrebbe un maggiore controllo politico (Dio ce ne scampi!), di chi s’indigna se qualcuno come me propone di esportare qualche iniziativa in centri di maggiore visibilità. Si vedrà. Sciascia volle sulla sua tomba le parole di Villiers-de l’Isle-Adam: «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». C’era nostalgia, certo, in quelle parole. Ma anche tanta, tanta ironia.

© Riproduzione riservata
Pubblicato il 14 giugno 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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