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San Giuseppe a Leonforte tra devozione e sacrificio, tra sacra commemorazione e umana ritualità

Tradizioni La Festa di San Giuseppe, compatrono di Leonforte nell'Ennese, che si celebra il 18 e 19 marzo, è rito, fede, condivisione, mistero, fatica e speranza. Una tradizione lunga 400 anni che commemora il “transito” del Santo con “l’Artara”; gli altari riproducono “u cunzulu da beddamatri”, il banchetto che gli apostoli e i congiunti avrebbero preparato alla Madonna come consolazione alla dipartita di San Giuseppe

A Leonforte, nell’Ennese, la primavera ha inizio con “u traficu”: nella moltitudine di gente che comincia a “trasiri e nesciri” dalle abitazioni delle famiglie che hanno fatto “voto”, nel vociare “’ntraficatu” e festante dei vicoli, nella preghiera solenne e nel canto commosso, nell’improvviso silenzio tra una “raziunedda” e un lamento misto a contemplazione e stanchezza, e nella gioia individuale di sentirsi e rendersi parte di una comunità anche solo per una “rancata” di tempo.
Il paesano
attende con gioia l’arrivo di questo momento quale segno inconscio di un risveglio individuale e collettivo dal letargo invernale della vita; il turista o “forestiero” sarà pronto a “firriare” e a degustare le pietanze locali che verranno distribuite per l’occasione e di cui avrà di certo sentito tanto parlare; il fedele, non smetterà di meravigliarsi, ancora una volta, dinnanzi alla forza misteriosa che la devozione verso un Santo può innescare nella coscienza altrui.

Un altare di San Giuseppe a Leonforte, foto di Livia D’Alotto

La Festa di San Giuseppe, compatrono di Leonforte, che si celebra il 18 e 19 marzo, è tutto questo: rito, fede, condivisione, mistero, fatica e speranza. Una tradizione lunga 400 anni che commemora il “transito” del Santo con “l’Artara”; gli altari riproducono infatti “u cunzulu da beddamatri” ossia il banchetto che gli apostoli e i congiunti avrebbero preparato alla Madonna come consolazione alla dipartita di San Giuseppe. Realizzati per devozione e grazia ricevuta, richiedono la collaborazione ed il supporto del vicinato (“San Giuseppi voli traficu”, San Giuseppe esige un estenuante lavoro) a partire dalla raccolta delle primizie e la pulizia di frutta e verdura che andranno a imbandire le tavolate o che verranno poi distribuite alle centinaia di fedeli e visitatori durante la veglia del 18 marzo, come cardi fritti, polpette di finocchi selvatici, fave, sfingi o ceci bolliti.

Tavole operqative a leonforte per “u traficu” di San Giuseppe, foto di Livia D’Alotto

Intanto “il cielo” prende forma: un drappeggio di veli da sposa che adornano l’altare rappresentando il Paradiso e la discesa di Dio nelle case dei devoti; da lì, la predisposizione della tavolata su tre livelli che, come una scala che collega la vita ultraterrena a quella terrena con su in alto il capezzale di San Giuseppe e al di sotto il crocifisso; ai lati esposti dei candelabri e l’ostensorio in pane, con accanto il bastone di san Giuseppe che rimarrà ai padroni di casa.

Un altare di San Giuseppe a Leonforte, foto di Livia D’Alotto

Gli ultimi giorni sono dedicati invece all’arte della lavorazione del pane: alimento ed elemento fondamentale, cui si fa attribuire il significato atavico di “Grazia di Dio”. Dal meticoloso lavoro artigiano di mani sapienti e pazienti prendono forma le “cuddure” di pane che riproducono la vita quotidiana dei Santi presenti nella tavolata: nella “cuddura” di Gesù saranno raffigurati i simboli della passione come la croce, i chiodi, e la corona con le spine; in quella di San Giuseppe gli attrezzi principali del suo lavoro di falegname; le “cuddure” vengono inoltre disposte secondo un preciso ordine gerarchico: la prima è quella di Gesù, poi segue quella di Maria, San Giuseppe, Sant’Anna, San Gioacchino, Santa Elisabetta, e così via, con tavolate che partono da un minimo di 3 fino ad un massimo di 33 “santi”.

La cuddura di San Giuseppe, foto di Livia D’Alotto

Il 18 marzo, a partire dal primo pomeriggio, e per tutta la notte si “furrianu l’artara”, un tempo segnalati con una scatola di scarpe foderata e illuminata su cui si leggeva W S.G. (Viva San Giuseppe), ed oggi sostituita da una grande stella punteggiata di luci. Nella frenetica contemplazione delle tavolate votive imbandite, il canto del “lamentu” e la recita delle “raziuneddi”: (preghiere dialettali che narrano la vita di Gesù), allietano il costante peregrinare di fedeli e visitatori richiamati al contempo a momenti di riflessione e di preghiera:

Un dettaglio di un altare di San Giuseppe a Leonforte, foto di Livia Dalotto

San Giusippuzzu si susi o matinu,
cu l’intenzioni di fari na porta,
si pigghia l’ascia, la serra, lu filu cu lu chiummu e lu cumpassu,
San Giusippuzzu li biaddu Mastru.

E non v’è età in chi recita le “raziunedde”: dai più giovani, sempre più numerosi e partecipi, e con la ferma volontà di voler capire e sondare il perché di ogni simbolo, gestualità, rito e parola; ai più anziani: dal tenace trasporto emotivo e dalla verace commozione spirituale.

Un altare di San Giuseppe a Leonforte, foto di Livia D’Alotto

Il 19 marzo, a mezzogiorno, “cenano” i Santi che personificano i tre componenti della Sacra Famiglia (anticamente reclutati tra le famiglie meno abbienti per permetter loro di sostentarsi) ai quali, con un preciso rituale, viene distribuita una porzione di quanto imbandito sull’altare dopo che il padrone di casa, con un rito che ricorda quello dell’ultima cena, avrà provveduto alla “lavanda” ed al bacio dei piedi dei Santi. La Santa Messa e la rituale processione con il simulacro di San Giuseppe portato a spalla dai fedeli per il paese, concludono la celebrazione di una festa fortemente sentita dall’intera comunità e che quest’anno conta 18 Altari: 16 a Leonforte e 2 a Nissoria.

Un vassoio di dolci votivi per San Giuseppe, foto di Livia D’Alotto

Tanti i post, le foto e i video sui social network, a testimonianza del lungo, faticoso e condiviso periodo di preparazione che coinvolge sempre più persone di diverse generazioni a contatto giorno e notte, per giorni e giorni, tra una “scacciata di miannuli”, “munnati di finuacchi”, una “raziunedda” e un “cuntu”, tra ricordi e aneddoti. Leonfortesi e non, devoti, studiosi e visitatori hanno così modo di seguire, anche a distanza, approfondire, e tenersi aggiornati su quanto accade attorno alla celebrazione del Santo.
Un’occasione questa, anche per conoscere, riscoprire e rievocare Leonforte nella sua bellezza monumentale. Basterà munirsi di scarpette comode, trovare un parcheggio “strategico” (nella brochure sono indicati oltre che il programma, l’ubicazione degli altari, le zone dove è possibile parcheggiare) o, fare la scelta ecologica di muoversi solo ed esclusivamente a piedi con mappa alla mano degli “artara” da visitare e dunque: “valìa” di “furriare”, curiosità culinaria, capacità di “full immersion” nella folla e, vivere appieno l’esperienza spirituale e caritatevole della fede.

Un altare di San Giuseppe di Leonforte, foto di Livia D’Alotto

Il programma delle festa 2026 a Leonforte

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