domenica 16 giugno 2019

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Roberto Zappalà e l'essenza di Pirandello: «La mia giara è un luogo di protezione»

Danza

Il coreografo catanese scava dentro le parole fra le pieghe delle inquietudini umane, per dare vita a “La giara”, la commedia coreografica di Alfredo Casella che sarà in scena dal 12 al 22 giugno al Teatro Regio di Torino. Il debutto verrà anticipato dall’open door catanese del 23 maggio da Scenario Pubblico: «La giara non è più oggetto di scena ma diventa la scena stessa»


di Laura Cavallaro

Scava dentro le parole Roberto Zappalà alla ricerca dell’essenza di Pirandello, fra le pieghe delle inquietudini umane, nelle viscere della sua filosofia per dare vita a una delle sue ultime creazioni: “La giara” di Alfredo Casella che sarà in scena dal 12 al 22 giugno, insieme a “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni con la regia di Gabriele Lavia, al Teatro Regio di Torino. Il debutto nella città della Mole, però, verrà anticipato dall’open door catanese del 23 maggio (in calendario alle 18 da Scenario Pubblico, ingresso unico € 2, prenotazioni allo 0952503147 dalle ore 10 alle 19), un momento di confronto con gli spettatori in cui monitorare il percorso di ricerca artistica e uno dei tanti appuntamenti previsti all’interno del FIC Fest Focolaio d’infezione creativa, festival dedicato ai linguaggi dell’arte visiva, performativa e letteraria giunto alla sua seconda edizione, incentrato quest’anno sullo scambio fra Mediterraneo ed Europa.

«Noi siamo pronti per il debutto – racconta Zappalà – quindi il 23 pomeriggio la platea assisterà a un filage. Pur tenendo fede al mio lavoro, trattandosi di una commissione, ho cercato di essere un po’ più morbido rimanendo nell’alveo di un dialogo con un pubblico d’opera che magari non è particolarmente abituato alla danza contemporanea». Del nucleo originale dell’opera pirandelliana Zappalà mantiene poco, la giara non è più l’oggetto della contesa fra Don Lollò e Zi’ Dima Licasi ma assume qui una nuova valenza e se l’aspetto narrativo si dissolve quello musicale, si conserva.

Compagnia Zappalàdanza, prove de La Giara, foto Serena Nicoletti

La prima volta che la commedia coreografica venne portata in scena fu il 19 novembre del 1924 al Théâtre des Champs-Elysées a Parigi, dove ottenne un successo straordinario di pubblico e critica, Massimo Mila scrisse: “La bellezza e il successo di questo balletto stanno nell’espressione travolgente di ebbrezza dionisiaca, di pantagruelico buon umore, d’incontenibile ed esuberante salute fisica”. L’opera fu commissionata dall’imprenditore Rolf de Maré per i suoi Ballets Suédois al compositore Alfredo Casella, il quale si occupò della riduzione, da novella a libretto, insieme a Pirandello e al coreografo Jean Börlin. Casella voleva distaccarsi dall’impressionismo e dal debussysmo fortemente presenti nell’ambiente musicale in cui si era formato, per approdare a uno stile più lineare e monumentale oltre che per creare una musica italiana autentica in un periodo di fervente nazionalismo.

Vi lavorò intensamente per più di un mese e mezzo durante una vacanza in Sicilia restituendo quello che Mila definì il “folclore inventato”. Per rendere la dimensione naturalistica poi fece ricorso al patrimonio musicale popolare, non solo italiano ma anche siciliano, con danze di stampo campestre. A questa edizione ne seguirono altre, quella di Aurelio Milloss, Bronislava Nijinska, Margherita Wallmann, anche se il lavoro di Roberto Zappalà promette di essere totalmente distante da questi e di attingere alla specificità di quel linguaggio unico che lo contraddistingue: «La nuova drammaturgia de “La Giara” che abbiamo pensato Nello Calabrò e io, s’ispira al libretto di Pirandello ma sarà sorretta più da suggestioni intellettuali che sceniche, come l’episodio omonimo contenuto in “Kaos” dei fratelli Taviani e non solo».

Compagnia Zappalàdanza, prove de La Giara, foto Serena Nicoletti

I ballerini in scena sono Adriano Coletta, Filippo Domini, Ruben Garcia Arabit, Alberto Gnola, Marco Mantovani, Gaetano Montecasino, David Pallant, Dario Rigaglia, Junghwi Park, Adriano Popolo Rubbio, e Erik Zarcone. La performance, preceduta da un breve prologo, muove da un punto di vista totalmente diverso: «La giara così come l’ho immaginata – sottolinea – non è più oggetto di scena per quanto fondamentale ma diventa la scena stessa. La sua imboccatura si estenderà per tutto il palcoscenico; uno squarcio netto e obliquo, come un taglio di Fontana, che permetterà allo spettatore di vedere la danza svolgersi al suo interno». Del contenitore di terracotta usato per proteggere l’olio dalla luce, dal freddo e dal caldo non resterà altro che l’astrazione: «In questo caso la giara diventa luogo di protezione, rappresentando la pancia della donna al cui interno il feto si sente protetto ma anche la pancia della balena nella quale Pinocchio trova riparo. Ciascuno di questi soggetti ha un punto di vista “privilegiato”, ecco la direzione che abbiamo intrapreso. Abbiamo cercato di fare una traduzione contemporanea dei pensieri di Pirandello, asciugando tutta una serie di logiche interne alla drammaturgia». Una scelta in linea con l’evoluzione del pensiero filosofico dello scrittore agrigentino che richiama alla mente l’ultima produzione, il teatro dei miti, inaugurato con "La nuova Colonia" e culminato ne “I Giganti della Montagna” del 1934. «Noi abbiamo spostato il focus dai personaggi all’oggetto. In scena, infatti, non ci saranno né Zi’ Dima né Don Lollò ma soltanto l’espressione di quello che questi personaggi vogliono comunicare, quindi la forza, la barbarie, il possesso».

Roberto Zappalà

Oltre ai rimandi materiali usati nella costruzione della coreografia nell’opera sono presenti anche una serie di richiami letterari, il già citato “Pinocchio” di Collodi, ma anche la “Certosa di Parma” di Stendhal e il “Macbeth” di Shakespeare. Naturalmente, c’è anche un uso simbolico forte degli elementi: «A un certo punto la bocca dell’orcio si trasformerà nelle fauci spalancate della balena mentre la posizione dei ballerini ricorderà quella dei denti. Un altro riferimento è al naso di Pinocchio che i danzatori indosseranno durante il canto alla donna come espressione della menzogna, una scena molto onirica. A quei tempi, infatti, la società era fortemente maschilista, non a caso i personaggi principali sono tutti uomini: l’avvocato Scimè, Zi’Dima Licasi e Don Lollò, mentre le uniche donne presenti sono figure marginali».

Compagnia Zappalàdanza, prove de La Giara, foto Serena Nicoletti

Un organico orchestrale ricco diretto nell’edizione torinese da Andrea Battistoni: «La musica è incalzante – prosegue il coreografo catanese – molto chiara e definitiva nel racconto e con l’Orchestra dal vivo sarà potentissima, soprattutto nei momenti in cui entrano insieme fiati e percussione. Ha un ritmo frenetico e con le nostre suggestioni sono certo arriverà diretta al pubblico. Il compito principale dell’artista – aggiunge – non è ricevere complimenti ma far sognare lo spettatore catapultandolo in un’altra dimensione. Forse qualche melomane verrà scosso perché si aspetterà le punte, l’uomo e la donna che ballano il valzerino campagnolo ma è qualcosa che non mi appartiene e che non saprei nemmeno fare. Io ho un’idea di danza più visionaria, anche quando venticinque anni fa portai in scena il “Il berretto a sonagli-filosofia” piuttosto che su Ciampa mi concentrai appunto sulla filosofia delle tre corde».

E ancora proseguendo: «In una performance come “Naufragio con spettatore” per esempio, non c’è una storia se non quello che si vede e si sente al telegiornale e in un certo senso per la platea è più facile lasciarsi trasportare, invece ne “La Giara” è tutto più aperto, non c’è bisogno di seguire pedissequamente la narrazione, puoi sognare e a mio avviso questo è molto più interessante». In una sorta di paradosso, la pancia oltre che luogo del riparo diventa anche spazio di segregazione accettata, come succede a Fabrizio del Dongo nella Fortezza di Parma: «Tutte queste suggestioni mi hanno portato a capire il tipo di movimento che dovevo restituire basato molto sulla ruralità del corpo. Per i costumi poi ho pensato alle mattonelle di Caltagirone che contrastano con una scena contemporanea e asciutta. Inoltre, mentre l’Orchestra accorderà gli strumenti si vedranno i ballerini con indosso delle pellicce da pastore, un’immagine tradizionale con la corte del baglio, i fichidindia e i contadini al lavoro. Tutto questo farà sì che il pubblico pensi a uno spettacolo classico, mentre lo sorprenderò proponendone uno completamente diverso dove la giara si fa luogo delle contraddizioni umane, come avviene nel monologo di Macbeth, in cui vivere e danzare».

Compagnia Zappalàdanza, prove de La Giara, foto Serena Nicoletti


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Pubblicato il 22 maggio 2019





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