domenica 16 giugno 2019

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«Risalendo l'Albero della Vita Sophia ritrova l'energia del linguaggio»

Libri e fumetti

Ha scelto uno pseudonimo ebraico, Dliel, per firmare "L'albero di zaffiro" (Dreambook Edizioni), romanzo con cui la psicologa e scrittrice catanese Anna Barbagallo affronta il legame fra piscoanalisi e ebraismo: «La protagonista è una psicoterapeuta in crisi. Grazie alla Qabbalah integra la teoria dell’interpretazione con la “visione” dell’energia trasformativa del linguaggio». Il 23 maggio la presentazione a Catania


di Salvatore Massimo Fazio

«“L’albero di zaffiro" – esordisce Dliel, pseudonimo della filosofa, psicologa e scrittrice Anna Barbagallo - non è un romanzo di formazione. E’ proprio quando la “formazione” non basta più, quando Sophia non riesce più a curare né se stessa né i suoi pazienti, da un momento di crisi personale e professionale, che tutto comincia, come nella vita». La protagonista di questo romanzo è una psicoanalista che attraversa una profonda crisi professionale e personale, finché si imbatte nella scoperta di un “elemento”, le lettere alfabetiche ebraiche, che sveleranno arcani e misteri, e che riporteranno in vita uno stato diverso, nuovo, o antico, ben oltre la conoscenza razionale di se stessa. Il tutto grazie al ricorrere al suo vecchio maestro, che le insegnerà un nuovo metodo di cura, non più fondato sulla parola, ma sulla lettera. Dunque è nella lettera, svincolata da gerarchie di senso, che si svelerà l'oltre, il completamento e superamento della sua formazione, e la ritrovata possibilità di articolare le lettere nelle parole di un nuovo racconto di una nuova vita, per sé e per i suoi pazienti.

Anna Barbagallo in arte Dliel


Il titolo del libro “L'albero di zaffiro” è interpretabile quasi come un gioco, infatti le lettere dell'alfabeto ebraico formano, anche, le radici e le braccia dell'Albero della Vita che è il simbolo più potente della Qabbalah. Nella nuova pratica clinica, parallelamente, la terapeuta e i pazienti dovranno trovare, assieme, perché profondamente connessi, la propria “lettera” e il proprio (nuovo) “nome”. Soltanto allora inizierà per loro la risalita dell'Albero della Vita che condurrà Sophia e i suoi pazienti, alla conoscenza che unisce le polarità e alla creatività che permette la realizzazione di tutte le potenzialità dell’essere umano.

Anna Barbagallo/Dliel ha studiato filosofia e psicologia in Italia e in Francia, ha conseguito una formazione psicoanalitica e pratica da oltre 25 anni, quando ha incontrato la Qabbalah ha trovato in essa la sintesi più alta nella dialettica sempre aperta della sua vita. Ha vissuto fra Venezia, Milano, Parigi, da alcuni anni risiede nella sua città natale, Catania.

Di questo particolare scritto che possiede, tuttavia, tutta la struttura del romanzo, sta scrivendo un sequel, alla maniera di Dumas, “10 anni dopo.” Continuando, poi, la sua ricerca sulle due discipline fondanti sta lavorando ad un piccolo saggio su Psicoanalisi e Qabbalah.

Nell'ambito del “Il maggio dei libri”, giovedì 23 maggio, alle ore 17.30, alla presenza di Giuseppe Raniolo e di Silvana Bonaccorso, alla Biblioteca Archivio della Città metropolitana di Catania, in Via Prefettura 20, sarà presentato “L'albero di zaffiro”, libro che ci ha intrigato così tanto da chiederle in anteprima una intervista per i lettori del nostro giornale. Intervista che la stessa ci ha concesso con tanta premura e gentilezza, in tre diversi momenti. Ed è stato un viaggio esaltante.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo complesso quanto affascinante libro che trasversalmente incrocia le “filosofie” della psicanalisi, dell'ebraismo associate al concetto di dolore e al più classico dei terrori, cioè il blocco professionale (della protagonista)?
«Questo testo è la versione romanzata di una lunga ricerca sul legame fra psicoanalisi ed ebraismo, al di là del fatto scontato che l’inventore della Psicoanalisi, Freud, era ebreo, ricerca che mi ha condotto a scoprire un legame ancora più profondo e quasi del tutto inesplorato fra la psicoanalisi e l’anima mistica dell’ebraismo, la Qabbalah. Ho scelto la forma del romanzo per trasmettere ad un numero maggiore di persone, non specialiste della materia, la fiducia nelle capacità trasformative della nostra psiche e nella possibilità di curare le malattie dell’anima e di raggiungere una pienezza di vita personale e professionale».

Un 49enne Sigmund Freud nel 1905

A chi è destinato “L'albero di zaffiro”?
«A chi, oltre il velo delle apparenze, intravede la sacralità di ogni umile gesto quotidiano, il disegno sotteso agli eventi “ casuali” della propria storia, la connessione con tutte le altre creature dell’Universo».

In che modo l’apprendimento della Qabbalah ha modificato il modus operandi della psicoanalista protagonista del romanzo?
«
L’apprendimento della Qabbalah permette alla protagonista di andare al di là di una teoria ancora razionalistica della psicoanalisi integrando la teoria dell’interpretazione con la “visione” dell’energia trasformativa del linguaggio».

La Qabbalah ebraica

Perché Dliel e non il tuo anagrafico in copertina?
«
Dliel è una parola ebraica che si traduce con “secchio” in una pluralità di rimandi semantici. Come contenitore indica la potenzialità di ciascuno di noi di contenere e di conservare la quantità di luce, di energia, di amore che vogliamo far scorrere e trasmettere nella nostra vita. Dliel è anche il termine con cui in ebraico si designa il segno dell’Acquario, nell’era del quale ci troviamo, con tutti i significati che ciò vuol dire e dare».

È stato difficile trovare un editore che si rivedesse in un'opera di tale spessore?
«Alcuni editori non erano interessati al tema, altri editori che pubblicano il genere l’hanno trovato poco “new age” e quindi poco commerciale. Si è aperto un varco con Dreambook edizioni, che aveva già avuto esperienze editoriali simili, si è interessato al primo abstract che gli ho inviato e mi ha incoraggiato a finirlo, non ha modificato nulla di quanto inviato e l’ha pubblicato convinto che L’albero di zaffiro” è, prima di tutto, così come deve essere un romanzo, una bella storia, anzi una storia di tante storie legate insieme da fili invisibili e potenti che rispondono al vecchio gioco di bambini: libero uno, liberi tutti».

L'albero della vita

Oltre il dolore, la nausea e la resa del vivere, si riesce facilmente ad accogliere il parere di una mano che ci indichi la strada della ripresa, facendoci capire che è molto difficile tornare a “prima”?
«
La reductio ad integrum è impraticabile in ogni tipo di malattia. Non torniamo mai più come eravamo prima, siamo attraversati e trasformati dagli eventi della nostra vita e la malattia è un evento fondamentale la cui portata trasformativa non è ancora stata sufficientemente indagata dalla medicina convenzionale. Occorre vincere la forza d’inerzia, la paura del cambiamento, e rinunciare ai vantaggi secondari che la malattia offre. Non bastano i pannicelli caldi di una certa psicoterapia».

Può essere un libro di escavazione e conoscenza, nonché di bellezza?
«
Il romanzo è ambientato a Venezia di cui ci sono descrizioni e curiosità poco note ai turisti, descrizioni di Praga e di Sarajevo».

Il divano di Sigmund Freud per le sedute di psicoterapia, S. F. Museum, Londra

In quanto tempo hai realizzato il tutto?
«L’idea è nata più di dieci anni fa, la scrittura l’ha seguita e si è accumulata negli anni scorrendo parallela ad eventi importanti della mia vita. E poi è giunto il momento di lasciarla andare e di condividerla con altri. Non facile e non indolore».

Cosa serbi in futuro?
«
Sto lavorando alla continuazione della storia di Sophia, in un’altra città, in un altro tempo, dove eventi misteriosi e tragici la metteranno di nuovo alla prova. Su richiesta di alcuni colleghi, sto poi scrivendo un piccolo saggio su psicoanalisi e Qabbalah».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 21 maggio 2019





Salvatore Massimo Fazio

Nato a Catania nel 1974, scrittore, filosofo e pittore. Si laurea con una tesi di estetica presso l’Università degli Studi di Catania dal titolo “Cioran e Sgalambro: un confronto”. Esordisce nel 2005 con I dialoghi di Liotrela. L’albero di Farafi o della sofferenza, edito da C.U.E.C.M, un dialogo tra un filosofo, un demiurgo e un uomo di autostrada, elaborato insieme al poeta e scrittore Giovanni Sollima. Nel 2009 esce il racconto Villa Regnante per i tipi di enricofolcieditore. Insonnie, C.U.E.C.M. 2011, è il suo capolavoro indiscusso, strutturato in tre parti nella forma della prosa, della poesia e dell’aforisma, nel quale coinvolge il lettore sulle grandi tematiche etiche ed ontologiche dell’uomo, scarnificandone i concetti precostituiti con un nichilismo definito cognitivo che si scaraventa con smania distruttiva contro la filosofia accademica, la procreazione in un mondo occidentale dove tutto crolla costantemente verso l’edificazione del niente. Nel 2016 viene pubblicato da Bonfirraro Editore, l’addio al nichilismo, omaggiando con suicidio letterario i suoi due maestri, il titolo suscita subito qualche disagio e parecchie polemiche nell’area intellettuale italiana: Regressione suicida, dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro. Gestisce il blog letterario Letto, riletto, recensito


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