Raffaello Piraino: «A casa mia ci sono più di due secoli di storia del costume»

Storie Sono 5mila i pezzi datati dal 1700 al 1940 che compongono la prestigiosa collezione del Museo del Costume Raffaello Piraino che include uno dei pochi abiti di Franca Florio e quello di Concetta Corbera, raccolta in un trentennio dall'ex docente dell'Accademia di Belle Arti e custodita in un antico palazzo del centro storico di Palermo, che dal 26 gennaio sarà esposta a Caltanissetta

Pizzi, crinoline, stringhe, ventagli e intrecci di memorie in una trama lunga oltre due secoli sulla scia del fascino effimero della moda. Dal visibile, dagli abiti in merletto o in raso di seta damascato agli elegantissimi stivaletti con decorazioni a traforo dell’800, dalle borsette, piccoli capolavori realizzati con materiali diversi e impreziositi con ricami, gemme e metalli ai cappelli con piume, pellicce, nastri e perle preziose e poi ancora ombrellini, ventagli e guanti per varie occasioni, all’invisibile. Sembra di spiare dal buco della serratura in unboudir di una signora d’altri tempi tra busti, stringi-seno, salva-pudore, jabot, cul de Paris, canezou, mantelline pieghettate, falpalà, sottane foderate con garza inamidata ed altre amene curiosità che risucchiano, come per incanto il presente, trascinando il visitatore in un viaggio a ritroso nel tempo. Ed è solo l’inizio di un incontro curioso e affascinante…..

Raffaello Piraino

Varcare il portone del civico 54 di via dell’ Università, nel dedalo di viuzzedel centro storico di Palermo, ed essere accolti nella casa del professore Raffaello Piraino, sede dell’omonima Fondazione Museo del Costume, dopo aver affrontato le tre rampe di scale di un antico palazzo, è un’avventura che va oltre ogni immaginazione. Si respira un’atmosfera d’amarcord quasi rarefatta tra le pareti di un’abitazione singolare dove lo sguardo si perde tra gli oggetti reperiti tra rigattieri ed antiquari in giro per il mondo, di pareti tapezzate di quadri e litografie, alcuni dei quali del padrone di casa, di lampadari in vetro di Murano che scendono dal soffitto dai colori delicati, in un tripudio primaverile dipinto dallo stesso Piraino.L’omaggio dell’artista ai suoi tanti amici che lo hanno spronato a personalizzare il soffitto bianco. «Il disegno della civetta all’angolo è un omaggio al mio amico Teo che le ama, il pappagallo ad un’altra mia amica, così come la coppia degli inseparabili».
Sembra che siano pronti per svolazzare sul terrazzo che si apre tra le mura diroccate di un palazzo bombardato nell’ultima guerra. Della passione per l’arte, del gusto per il bello, Raffaello Piraino, classe ’38, si è nutrito fin da bambino, quando insieme ai suoi quattro fratelli ed ai cugini sgattaiolavano di nascosto nelle stanze della casa dei nonni a Casteldaccia, di cui è originario, il cui accesso era proibito. «Appena potevo, me ne stavo lì tra busti, statue, buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria -dice ridendo- a perdermi in quello che da bambino mi sembrava un regno incantato».

Alcuni pezzi del museo del costume Raffaello Piraino

La sua vita è una storia nella storia, perchè arricchita da incontri importanti con personalità di spicco del ‘900: da Ignazio Buttitta, di cui ha sposato la figlia Aurora, a Renato Guttuso e Leonardo Sciascia. Con quest’ ultimo, l’incontro fu inaspettato. A 23 anni, insieme ai suoi compagni dell’Accademia di Belle Arti, Andrea Volo e a Maurilio Catalano, Raffaello decide di aprire la galleria “Arte al Borgo”, uno spazio espositivo dietro al teatro Politeama con lo scopo di promuovere e far conoscere la propria produzione artistica nel capolugo siciliano. «E chi lo sapeva chi fosse in realtà quel signor Sciascia di cui mi il mio professore universitario mi aveva dato l’indirizzo per invitarlo all’inaugurazione – ricorda il maestro Piraino-. Così quando mi capitò di andare a Caltanissetta, lo volli incontrare perchè gli era piaciuta una mia litografia. Rimasi senza parole di fronte alle pareti del suo studio interamente ricoperto di libri, ed allora compresi che doveva essere qualcuno importante. Si propose di scrivere, in seguito, la presentazione dei miei cataloghi, ed io me ne tornai a casa frastornato». Un incontro che inaugurò un rapporto che durerà tutta la vita, segnato anche da alcune curiosità… gastronomiche.
«Il caso volle – continua Piraino – che Sciascia si trasferisse a Palermo proprio vicino la mia abitazione, a Villa Sperlinga,
ed una sera che era da solo perchè la moglie non lo aveva ancora raggiunto, l’invitai a mangiare da me. Andò bene perchè cucinai una bella aragosta bollita con maionese».

Guanti e ventagli della collezione Raffaello Piraino

Accomodati nel divano della sua casa, il maestro Piraino è un fiume in piena di ricordi. «Sono un’anima vincente- dice con levità – molto spesso la vita è determinata da una serie di coincidenze e di incontri fortuiti che ci cambiano la vita». Per il giovane Raffaello la svolta avvenne quando Ubaldo Mirabelli, storico dell’arte e suo docente all’Accademia, fu nominato nel 1977 sovrintendente al Teatro Massimo e gli affidò la realizzazione della scenografia e dei costumi dell’opera lirica Les mamelles de Tirèsias di Francis Poulenc. «A nulla valsero le mie parole contrariate: io non sapevo proprio da dove iniziare. Ma lui fu irremovibile: va là, levati di mezzo ed inzia a lavorare. In me allora- ricorda Piraino- scattò una molla. Mi chiusi in me stesso e capii che dovevo dare il meglio di me perchè era in gioco la mia carriera. E la prima- ricorda ancora con emozione- fu un successo. Applausi a scena aperta».

Calzature della collezione Piraino

Affascinato dalla polvere del palcoscenico, Raffaello abbandona i pennelli e si butta a capofitto nella sua nuova avventura professionale: lavora per il teatro, il cinema, la televisione. Per vent’anni sarà docente di “Storia del Costume” all’ Accademia di Palermo ed è proprio di quegli anni la sua folgorazione per gli abiti. Oggetti frivoli sì, ma tessere essenziali del mosaico storico dell’uomo, in grado di riflettere, con quel mood leggero ed impalbabile, i cambiamenti della vita sociale siciliana. «Non c’è stata soffitta dei palazzi dell’aristocrazia palermitana, e non solo, che io non abbia esplorato allo scopo di documentarmi sui diversi stili e sulle mode del tempo». Una passione lunga oltre trent’anni che gli ha permesso di raccogliere e schedare una collezione di circa 5mila oggetti datati dal 1700 al 1940 tra cui 1600 capi d’abbigliamento non solo aulico, ma anche il borghese e il popolare, le uniformi civili, gli abiti religiosi, quelli militari e quelli infantili, ma anche accessori e corredi nuziali.

I suoi 400 metri quadrati di casa sono un omaggio alla bellezza ed allo stupore. Quando apre la porta di una stanza si rimane immobili con le parole in gola. «Questo è il mio mondo -dice- qui c’ è tutta la mia vita». Lo sguardo si perde ad ammirare il soffitto disegnato dal pittore Salvatore Valenti, lo stesso che ha dipinto il palco reale e la sala del Teatro Massimo, le pareti di stoffa di un rosso pompeiano racchiudono la passione di una vita: abiti di varia foggia dall’epoca dei monumentali abiti con panier (canestri) laterali ai raffinati Dior da sera, dalla crinoline “a uovo” agli smanicati tutti paillettes ispirati allo stile del Charleston. In sottofondo sembra di sentire suonare le note del clavicembalo o quelle sbarazzine del jazz. In questo atelier, una sorta di finestra sul mondo, ogni abito è un capo a sé, originale, artigianale. Unico. Basta sfiorare con le dita un tessuto o ammirarne la foggia per sentire il fruscio degli abiti nelle serate danzanti in ville e palazzi nobiliari, quando a Palermo la moda si esibiva sul proscenio della mondanità.

L'abito di Concetta Corbera

«Per le toilettes da grande-soirè le dame dell’alta aristocrazia- racconta Piraino- si recavano negli atelier palermitani di Madame Durand o della Pilliterri Merlet, di origini francesi perchè Parigi era la città della moda. Le riviste di moda dettavano legge: anche mia madre e le mie sorelle le consultavano per sapere se quell’anno la gonna sarebbe stata sopra o sotto il ginocchio. Senza se e senza ma, erano regole che valevano per tutte, dal nord al sud dell’Italia».
Due o tre volte l’anno le donne dell’alta borghesia palermitana sceglievano la capitale d’oltralpe o andavano a Vienna per rifarsi il guardaroba. E ogni occassione, un concerto o un matinèe, era buona per presentarsi in un abito che già nella particolarità del taglio, nella scelta della stoffa, nella sfumatura del colore, codificava uno stile di vita e il rango sociale».

Lingerie d'epoca

Nella collezione Piraino anche le marsine in seta o in velluto con le falde a coda di rondine indossate dagli uomini nel ‘700. Schegge di un’epoca lontana. «Le ho trovate nel mercato antiquario di Palermo, ma la manifattura è sicuramente francese. L’aristocrazia isolana amava confrontarsi con quella francese. Non c’era casa che non avesse il monsù in cucina ed il francese era la lingua salottiera». Quante storie trapelano dagli abiti.. come quella di Concetta Corbera, figlia “zitella” del principe Fabrizio Salina. Un colpo di fortuna per Raffaello Piraino che al mercato delle pulci comprò per mille lire un suo vestito di pura seta del 1860, custodito in quelle «quattro casse verdi» che, come scrisse Tomasi di Lampedusa nel suo capolavoro «non si aprivano mai per timore che saltassero fuori demoni incongrui…..inutili per sempre e per chiunque».
Storie di abiti, storie di miti. Come la bellezza di donna Franca Florio, sempre à la page con le sue toillets per accogliere nella Conca d’Oro i numero uno del mondo. Tra le “chicche” della collezione Piraino uno dei suoi abiti, la maggior parte dei quali oggi fanno parte della collezione di Palazzo Pitti a Firenze.

L'abito mai indossato di Franca Florio

«Me ne parlò casualmente una mia nipote acquisita – racconta il collezionista – apparteneva a sua nonna. Sembra che la signora della Belle Époque di Palermo non l’abbia mai indossato perchè non di suo gusto, o perché somigliante ad un altro abito di una cliente della stessa sartoria, e che lo abbia regalato alla sua governante». Il primo abito non si scorda mai e per Raffaello Piraino quello regalato alla moglie che lo avrebbe dovuto indossare per farle un ritratto, ha un posto speciale nel suo cuore. «Lo trovai da un rigattiere di Enna, mi piacquero i colori brillanti e lo presi per fare un ritratto ad Aurora, ma in realtà fu Guttuso, suo padrino di battesimo, a realizzarlo. Io – dice con una sottile amarezza – lo porto con me alle mostre a cui vengono invitato. E’ un po’ come la monetina portafortuna di Paperon de Paperoni».

Corsetti d'epoca della collezione Piraino

La collezione di Raffaello Piraino suscita curiosità dovunque: da Bolzano agli Emirati Arabi e Atlanta, in Georgia. In Sicilia sarà esposta a Caltanissetta dal 26 gennaio (vernissage alle ore 18) nelle stanze dello storico Palazzo Moncada dove rimarrà per tre mesi.
Su quello che sarà il futuro della sua collezione allarga le braccia: «Tante le promesse fino a questo momento -dice-, a me piacerebbe che questo patrimonio rimanesse qui, perchè appartiene a questa terra da cui non sono mai voluto andare via. Nonostante abbia ricevuto grosse sollecitazioni a lavorare fuori, sono rimasto a Palermo perchè mi piace la sua architettura, la gente, questo nostro modo di vivere così rilassato, della serie “lasciatemi divertire”».
Nella casa-museo di Piraino ci sono anche altre collezioni come quelle dei ferri da stiro e di ceramiche che abitano la casa, ma c’è un oggetto a cui Piraino è particolarmente affezionato, un peluche: «Era il giocattolo preferito del mio cane Ugo, un Bassethound che avevo da cinque anni, morto all’improvviso lo scorso dicembre». Perché Raffaello Piraino alla soglia degli ottanta anni, custodisce ancora un animo da fanciullo…

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