mercoledì 19 settembre 2018

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"Prima che la notte", cronaca dell'inutile omicidio di Pippo Fava

Visioni

Il 23 maggio, su Rai Uno, va in onda il film di Daniele Vicari con Fabrizio Gifuni nei panni del giornalista ucciso dalla mafia, racconto di un personaggio complesso che ha sposato la causa della ricerca della verità fino alle estreme conseguenze. Il regista: «Feroce l’assassinio di Fava, ma tragicamente “inutile”, perché i suoi allievi ne hanno continuato l’opera»


di Redazione SicilyMag

Cinque gennaio 1984. Sono da poco passate le 21. Giuseppe Fava, per tutti Pippo, giornalista scrittore, esce dalla redazione de “I Siciliani”, il giornale che dirige, e sale sulla sua Renault 5. Deve andare a prendere la nipote Francesca. Arrivato a Catania non fa in tempo ad aprire lo sportello della macchina che viene freddato con cinque colpi di pistola alla nuca. Cinque spari di origine mafiosa che uccidono l’uomo ma che non saranno capaci di fermare i suoi ideali e il suo esempio. Un grande Fabrizio Gifuni interpreta Pippo Fava in un film per la tv per la regia di Daniele Vicari che riporta la grande tradizione del cinema italiano “di denuncia” sulla rete ammiraglia Rai. “Prima che la notte” andrà in onda in prima visione nella prima serata di mercoledì 23 maggio in occasione della Giornata della legalità dopo essere stato presentato in anteprima al Teatro Petruzzelli nel corso del Festival del Cinema di Bari BIF&ST. Frutto di una coproduzione Rai Fiction – IIF, prodotto da Fulvio e Paola Lucisano e scritto da Claudio Fava, Michele Gambino, Monica Zapelli e lo stesso Daniele Vicari, Prima che la notte è tratto dall’omonima opera letteraria di Claudio Fava e Michele Gambino (Baldini & Castoldi). A fianco di Gifuni, Dario Aita che interpreta il figlio Claudio, Lorenza Indovina (Lina moglie di Pippo Fava), David Coco (Cav. Graci), Fabrizio Ferracane (Gaetano), Barbara Giordano (Elena Fava), Carlo Calderone (Miki Gambino), Federico Brugnone (Riccardo Orioles), Simone Corbisiero (Antonio), Selene Caramazza (Giusi), Beniamino Marcone (Rosario), Davide Giordano (Saro), Roberta Rigano (Elena Brancati), Manuela Ventura (Cettina), Gaetano Aronica (lo Certo), Aurora Quattrocchi (madre di Pippo Fava). Il ricordo di un personaggio carismatico e complesso perché sempre controcorrente e indomito, che ha sposato la causa della ricerca e della denuncia pubblica della verità fino alle sue estreme conseguenze. La storia straordinaria di un uomo che ha saputo costruire il futuro nonostante tutto.

«La legalità non può essere una parola astratta, deve una parola di vita. La legalità non deve essere un idolo - ha detto don Luigi Ciotti durante la presentazione del film -. Una bandiera, la parola legalità, sventolata anche da chi la calpesta. Sono stanco di sentire dire l'etica nella professione, dobbiamo parlare invece di etica come professione. L'etica deve essere alla base delle nostre scelte, dei noi progetti, dei nostri percorsi».

Fabrizio Gifuni è Pippo Fava in Prima che la notte

Il film

Pippo Fava, ormai ultra cinquantenne, dopo aver conseguito importanti successi nel cinema, in tv, alla radio e in teatro, nel 1980 decide di tornare a Catania per fondare un giornale. Intorno a questa impresa crea una vera e propria scuola di giornalismo improntata sulla più assoluta libertà d’opinione. Questa impostazione lo porta molto presto allo scontro con l’imprenditoria locale e la mafia a essa collegata che lo obbligano a chiudere il giornale. Per affermare la necessità di autonomia ed equidistanza nello svolgimento della professione, con l’aiuto del figlio Claudio e dei ragazzi formatisi con lui e ormai divenuti giornalisti capaci e appassionati, Pippo prosegue il suo cammino realizzando un mensile di grande successo. Le denunce sulla stratificazione della mafia nella sua città guidata allora da Nitto Santapaola non passano inosservate. E sarà proprio lui il mandante dell’uccisione di Fava. Morto lui, i suoi giovani allievi continueranno però a lavorare nella ricerca della verità mettendosi a servizio della libertà di stampa.

Dario Aita, a sinistra, interpreta Claudio Fava

Quando riceve quella telefonata da Catania, Pippo Fava ha l’età in cui si cominciano a chiudere i primi bilanci di una vita. E dalla vita Fava ha avuto molto: una famiglia senza spigoli, un mestiere che sa fare e che gli piace ancora fare, ma soprattutto il dono di una scrittura felice e sfacciata che gli ha dato un discreto successo: i romanzi, il teatro, la lunga carriera da giornalista. E quando la sua città ha cominciato a stargli stretta, ha scelto di trasferirsi a Roma: ancora teatro, il cinema, una nuova compagna. Per Catania, nessun rimpianto. Se non fosse per quella telefonata, per l’offerta che contiene: la direzione di un giornale. Un quotidiano, "Il giornale del Sud", nella sua città, giornale che nel film diventa "Il giornale del mezzogiorno". “Ti danno carta bianca…” gli spiega un vecchio collega che lo ammira e lo invidia, come tutti gli amici che s’è lasciato alle spalle a Catania. “Allora Pippo, che fai, accetti?”. Fava accetta. Torna a Catania con l’entusiasmo ritrovato di quando aveva vent’anni e aveva deciso che quella sarebbe stata sempre la sua città. Ma Catania è cambiata, s’è guastata dentro, si è trasformata nel crocevia di molti affari e di molte guerre. Il quotidiano firmato da Fava ha un primo ambizioso obiettivo: contendere lettori e mercato alle altre testate siciliane. S’inventa una redazione di ragazzi, tutti poco più che adolescenti, studenti universitari con la brace nello sguardo, cresciuti aspettando l’occasione per diventare giornalisti, idealisti e irriducibili come il loro direttore, come lui convinti che a quel mestiere non si possano mettere le briglie. Nemmeno a Catania. Nemmeno alla vigilia di una guerra di mafia che di lì a poco comincia a seminare decine di morti ammazzati nelle strade. E con questa redazione implume di cronisti, il giornale diretto da Fava comincia a raccontare quel sistema, a nominare gli innominabili, a ricostruire i fatti. Non è una sfida, è che per i carusi e il loro direttore quel mestiere si può fare solo così. Il primo nome che stampano sulla prima pagina è quello di Nitto Santapaola. A Catania Santapaola è un uomo rispettato, esibito come un fiore all’occhiello nelle serate che contano, ascoltato, protetto e benvoluto da tutti i notabili: cavalieri del lavoro, prefetti, questori, sottosegretari. A Palermo invece Santapaola è solo un capo mafia, uno dei più spietati, protagonista - kalashnikov in mano - nei più sanguinosi regolamenti di conti che ridisegnano gli equilibri di Cosa Nostra in Sicilia. Adesso “per colpa” di Pippo Fava quell’invisibile linea di frontiera che separa le due Sicilie rischia di slabbrarsi per sempre.

I ragazzi della redazione di Pippo Fava

Fava va avanti, il suo giornale non abbassa i toni, le sue cronache si infittiscono di dettagli, nomi, fatti. Finché gli editori gettano la maschera e nel cuore della notte si presentano in redazione. Ordinano ai tipografi di fermare le macchine. Il giorno dopo Fava viene licenziato. Ma Fava non si arrende e con i suoi carusi, riuniti in una cooperativa, fonda il mensile I Siciliani: centosessanta pagine in carta patinata, copertina nera, lucida, elegante. Sotto la testata, la foto di quattro uomini in gessato grigio che brindano soddisfatti: sono i Cavalieri del lavoro di Catania, potenti e invisibili fino al giorno prima. Adesso il lungo articolo che apre quel primo numero della rivista di Pippo Fava è dedicato proprio a loro: le scorrerie, le protezioni politiche, le relazioni pericolose, le torbide amicizie col mafioso Santapaola. Tutto. E ora le cose non si possono risolvere con una telefonata all’editore, ora editori non ce ne sono più. I Siciliani va letteralmente a ruba. La prima edizione viene esaurita in due ore. Altre quattro ristampe: tutte esaurite. Forse quei fogli non hanno molti amici, ma molti lettori che sono ancora più fedeli. Il giornale cresce, mese dopo mese si fa più spavaldo, racconta le cose tinte ma descrive anche una Sicilia possibile, generosa, ribelle. Per i ragazzi di Fava, I Siciliani diventa un battesimo verso la vita. Per lui, Pippo Fava, un appuntamento ineludibile con la morte. Che si presenta nello sguardo immobile di un giovane killer: ha l’età di suo figlio Claudio e una 7,65 in mano. Cinque colpi alla nuca, la sera del 5 gennaio 1984. Così muore Pippo Fava.

Pippo Fava

Note del regista Daniele Vicari

La questione della libertà di stampa è tornata con urgenza al centro del dibattito pubblico e con essa la necessità del giornalista di svincolarsi da condizionamenti sempre più potenti e pervasivi. È per questo che la vicenda umana e professionale di Pippo Fava, mi è parsa esemplare e commovente. La libertà di stampa e d’opinione era una vera e propria missione per Pippo Fava. Per lui il giornalista doveva essere libero da condizionamenti politici ed economici e non doveva fare sconti a nessun potere. Per conseguire questo scopo Fava fondò un giornale straordinario, I siciliani, che resterà nella storia del giornalismo italiano come un punto luminoso e innovativo sia per l’impostazione che per la grafica. I suoi allievi (i carusi) hanno appreso da lui il rigore della inchiesta, il lavoro sulla qualità della scrittura e l’esercizio della capacità critica in ogni circostanza. In un’epoca nella quale il giornalismo è sottoposto a pressioni gigantesche, legate anche alla ipertrofica crescita dei social media che tendono a strappare lo scettro della “notizia” al giornalismo, la vicenda di Fava e dei suoi carusi indica una strada ancora oggi percorribile, in grado di in grado di disegnare una prospettiva e un futuro, improntato al principio irrinunciabile della libertà di stampa e d’opinione. Cose di cui oggi più che mai abbiamo bisogno. Quando mi è capitata l’occasione preziosa di raccontare la vicenda umana e professionale di Pippo Fava ho dovuto pormi una serie di domande sulla mia ritrosia a fare film “di mafia”, domande rimandate forse troppo a lungo. Per fortuna Fava è stato un uomo vitale, ironico, arguto ed è stata questa la mia àncora di salvataggio. La sua ironia, anche quella sulla mafia, è esemplare: «I fratelli Greco, accusati dell’omicidio del giudice Chinnici, sono degli scassapagghiari» ha detto Fava in una sua memorabile intervista a Biagi. Soprattutto esemplare è la sua lucidità analitica negli editoriali: «Chi non si ribella al dolore umano non è innocente»... Direi che già solo questa frase, con la sua carica utopica, può aiutarci ad arginare il cinismo debordante nel cinema come nel giornalismo, nei social media come nella letteratura. E questa mi è sembrata una chiave limpida d’interpretazione della sua storia. Le storie di mafiosi trovano quasi sempre un senso nella morte violenta e nel sacrificio estremo, in un epos inevitabilmente esiziale e decadente. Padri contro figli; fratelli contro fratelli; appartenenza al clan contro i sentimenti d’amore e d’amicizia, storie di regni e di regnanti, oppure di santi e martiri quando si parla di vittime. Per uscire da questi stilemi che affondano nelle nostre più radicate tradizioni culturali, fondamentale è stata la generosità e l’intelligenza di Claudio Fava e Michele Gambino, che hanno vissuto la storia in prima persona, come quella di Monica Zapelli, sceneggiatrice del film. Fondamentale è stata anche la fiducia accordatami da IIF e Rai Fiction, che hanno condiviso immediatamente l’idea di estrarre dall’intera e complessa vicenda quello che a me è sembrato il suo nucleo significante, e che ha a che fare sì con la mafia, non c’è dubbio, ma non è determinato unicamente dalle sue azioni violente e “definitive”: la storia di affetto e formazione che ha legato e lega ancora oggi Pippo Fava ai suoi carusi. Quindi il film non è la storia tragica di un uomo ucciso dalla mafia, ma la storia straordinaria di un uomo che ha saputo costruire il futuro nonostante tutto. È stato necessario entrare nelle motivazioni profonde dei protagonisti con lunghe sessioni di prove con gli attori, utili per far emergere i caratteri, fondando su solide basi l’intero percorso emotivo del film. Con Fabrizio Gifuni abbiamo scavato nella vicenda privata e intellettuale di Pippo per tirare fuori quei dettagli che “staccano” dalla carta il personaggio e ne fanno un essere tridimensionale e vivente. Per fortuna Fabrizio è un uomo ironico e autoironico, un po’ come Fava, ed è un appassionato ricercatore di dettagli, fin quasi all’ossessione. Questa sua determinazione e bravura l’ha messa generosamente a disposizione dei “carusi”, contribuendo a far crescere anche gli altri personaggi, a partire dal rapporto ricco e difficile con il figlio Claudio, affrontato fin da subito con sensibilità attoriale e umana da Dario Aita, ma anche con gli altri giovani attori e attrici, tutti desiderosi di dare il massimo mettendosi in gioco. Gli attori bravi sono una benedizione per i film, e per i registi.

La redazione de I siciliani in Prima che la notte

E questo film non fa eccezione, è per questo che, considerando tempi e mezzi a disposizione, ho pensato di creare uno spazio più libero possibile per permettere agli interpreti di esprimersi. La forma che ha preso il film, anche grazie al lavoro sempre preciso e meticoloso dei miei collaboratori, dipende interamente da questa impostazione. Fava, a cinquant’anni e oltre, torna nella sua Catania e fonda una delle più importanti scuole di giornalismo dell’Italia contemporanea, dando a decine di giovani l’occasione di poter imparare uno dei mestieri più belli del mondo, un mestiere senza il quale semplicemente non esiste la parola libertà. Non è “il bene” contro “il male”, questa è una falsa dicotomia che inchioda l’analisi delle vicende di mafia alla superficie. È soltanto la ragione e la passione per gli esseri umani contro la ferocia del potere. La ragione di un uomo molto umano, cioè pieno di contraddizioni, di magagne, di debolezze, ma anche di talenti e slanci emotivi, un uomo che ha lasciato una traccia di sé molto profonda nella coscienza collettiva, e che sopravanza di gran lunga l’infima statura di chi lo ha ucciso e fatto uccidere. Ciò accomuna l’omicidio di Fava a quello di altri importanti giornalisti e persino artisti ammazzati come cani, uno per tutti Pasolini, anche lui lucidamente contro ogni potere, e che proprio a Catania qualche anno prima venne umiliato da lanci di finocchi da quegli stessi ambienti che calunnieranno poi, e calunniano ancora oggi Pippo Fava, perché la denigrazione e delegittimazione del morto fa parte della strategia di lunga durata che crea il senso comune mafioso. Però la mafia, per una volta, pur avendo a disposizione il suo arsenale di gesti “definitivi”, non ha vinto, perché il giorno dopo l’uccisione di Pippo, i suoi carusi insieme a decine e centinaia di persone, hanno continuato la sua opera con lo stesso commovente coraggio e determinazione, anch’essi con le proprie fragilità, cadute e paure che ne fanno uomini e donne vivi e non eroi senza macchia e senza paura. In fondo Prima che la notte vuole semplicemente raccontare questo: è stato feroce l’assassinio di Fava, ferocissimo, ma tragicamente “inutile”, perché i suoi allievi ne hanno continuato l’opera. Qualcuno può obiettare che sia una piccola cosa, un sogno… forse è vero: è soltanto il sogno di una cosa.

Daniele Vicari durante le riprese a Catania di Prima che la notte

Il ricordo di Pippo Fava di Michele Gambino

Da più di trent’anni, ogni volta che penso al Giuseppe Fava che ho conosciuto, non penso ai potenti che vollero vederlo morto, o ai mafiosi che sbrigarono il lavoro sporco, o ai magistrati corrotti che insabbiarono le indagini, o ai giornalisti collusi che depistarono l’opinione pubblica, pur di occultare la verità sul suo delitto. Non penso, insomma, alla pletora di uomini che componevano il corrotto governo della Catania di quei tempi, e che il nostro giornale mise per un certo tempo con le spalle al muro. Io quando penso a Giuseppe Fava penso ad una giornata al mare in ottobre, o a una gita di domenica a Chiaramonte Gulfi, dove c’è quella trattoria in cui si magnifica il porco, con l’enorme braciere all’ingresso e la sala piena di fumo. Penso alla carne di cavallo che andavamo a mangiare sotto il Castello Usino di Catania, o a certe passeggiate notturne tra Aci Castello e Capo Mulini, quando mi raccontava della sua giovinezza in un modo che faceva desiderare di essere stato lì con lui, a respirare i profumi che aveva respirato, a conoscere gli esseri umani che descriveva con tanta appassionata nitidezza. Perché Giuseppe Fava era soprattutto questo. Un uomo che amava la vita di un amore carnale e vivissimo, e faceva ogni cosa con profonda passione per le vicende, i luoghi, le donne e gli uomini che incrociava nella sua vita. A muoverlo non era l’odio contro qualcuno, fossero pure i mafiosi e i loro potenti complici. E anzi io penso che essi sentirono l’urgenza di fermarlo con le armi proprio perché lui, invece che semplicemente disprezzarli, ne comprese le passioni umane, persino le mostruose ragioni, e le svelò lasciandoli nudi. A muoverlo era la sconfinata simpatia - non trovo una parola migliore - per gli esseri umani; e anche la compassione per gli ultimi, che per lui non fu lo sterile pronunciamento dell’intellettuale o del politico, ma carne e sangue, il suo sangue e la sua carne. La battaglia contro la mafia che condusse su “I Siciliani” negli ultimi anni della sua vita di giornalista e intellettuale non fu, in definitiva, che una forma di amore per la sua gente, che sognava di risvegliare da un sonno profondo di secoli, perché si riprendesse un destino migliore, più degno della terra bellissima che hanno il privilegio di abitare. Per questo quando lo descrivono come un giornalista contro la mafia vorrei sempre dire che lui era molto più di questo: i suoi spettacoli teatrali sono pugni nello stomaco dei benpensanti, i suoi romanzi e i suoi film dicono della Sicilia profonda molto più di qualsiasi saggio sociale o antropologico, i suoi quadri sono intensi e ti restano dentro quando li hai conosciuti. Ho scoperto anni dopo averlo conosciuto che suonava anche il pianoforte, come se non vi fosse talento che non potesse maneggiare. Nella vita di tutti i giorni era un buongustaio, un tennista, un calciatore, un affabulatore, un maestro affascinante e carismatico. E infine era per certi versi un pazzo, perché solo un pazzo fonda un giornale senza soldi e con dieci ragazzi. E poi, certo, era un giornalista. Ma anche qui in maniera del tutto atipica, spregiudicata, incredibilmente moderna rispetto al tempo in cui visse. Il suo stile era inconfondibile: torrenziale, letterario, immaginifico. Vi erano nella sua scrittura originalissima echi di Tolstoj, di Dostoevskij, di Gogol, di Giovanni Verga. Procedeva per iperboli senza tradire la realtà, la enfatizzava e la maneggiava come materia teatrale per trarne l’essenza invisibile ai più: la miseria di Palma di Montechiaro è nel latrare notturno dei cani, padroni del paese. La tragedia dei missili nucleari installati a Comiso si scorge in controluce in un bellissimo reportage sulle “scacce”, la focaccia salata che si fa da quelle parti. I suoi ritratti dei potenti e dei mafiosi siciliani non contengono prove tali da mandarli in galera, ma fanno passare per sempre la voglia di stringere loro la mano. Il che, naturalmente, per quei signori è molto peggio. La sua idea del giornalismo è scolpita in un editoriale del 1980: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane… Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!”. Giuseppe Fava, Pippo per gli amici, nacque a Palazzolo Acreide nel 1925, morì a Catania il 5 gennaio del 1984. Oggi avrebbe più di novant’anni anni, un’età incongrua per un uomo che sembrava non possedere nel suo Dna il gene della vecchiaia. Certe volte mi dico che era destino che dovesse finire così, che certi uomini straordinari non possono fare nulla in modo banale, nemmeno morire. In epigrafe alla sua tomba, nel cimitero di Palazzolo, si legge una delle tante domande che poneva a se stesso e ai suoi lettori, e che oggi è diventata patrimonio di centinaia di giovani cronisti, non solo siciliani: “A che serve vivere, se non si ha il coraggio di lottare?”.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 21 maggio 2018
Aggiornato il 28 maggio 2018 alle 12:04





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