mercoledì 24 aprile 2019

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Plausi e botte

Plausi alle isole felici, botte a chi vegeta nel malaffare

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Se ho rubato il titolo di questa rubrica dai saggi di Giovanni Boine è perché la professione del critico (la mia, ma di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è) esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione


di Antonio Di Grado

“Plausi e botte”: questo il titolo che a una sua raccolta di saggi critici diede Giovanni Boine, scrittore di viva e inquieta fede e di audaci forme espressive, scomparso a soli trent’anni nl 1917.

Se ho rubato quel titolo per inaugurare questa rubrica, è perché la professione del critico (la mia, ma di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è) esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione: nette, perché si scrive sempre (lo diceva Walter Benjamin) come «nell’istante di un pericolo», di una drammatica emergenza, ma esposte al dubbio e alla confutazione, alla civile e inerme battaglia delle idee, oggi così rara in tempi dominati dall’oltraggio e dall’impostura, dal rancore e dalla paura.

Di “botte”, in verità, ne somministrerò ben poche, finché tratterò d’arte e di letteratura. Le stroncature non mi piacciono, dettate come spesso sono da gratuito livore o interessi di parte. Una delle poche che scrissi, tanti anni fa, la recai con giovanile baldanza a Leonardo Sciascia, certo di riceverne l’approvazione. Mi guardò con severità e, laconico come sempre, mi congedò con una frase che allora mi sembrò banale, oggi non più: «Non si parla male dei libri». Già: non si può infierire come Maramaldi su chi comunque tenta le vie del Bello e del Vero, e sia pure con esiti maldestri, anziché dedicarsi come tanti alla sopraffazione del prossimo e al tornaconto personale.

A questi ultimi, a chi ci malgoverna, a un ceto politico inadeguato e cialtrone quando non corrotto e colluso, e a chi vegeta e prolifera in quel brodo di coltura del malaffare che è la società che un tempo chiamavamo “civile”, a costoro invece non lesinerò le mie “botte”. E i “plausi”? Saranno tanti: a chi scrive un libro perché ha (per dirla con Vittorini) «una verità da dire», e la dice con una lingua nuova, che dilati le coscienze, che ci costringa a leggere la realtà in un’ottica inedita e imprevista, diversa e anzi opposta a quella impostaci dal Palazzo e dai suoi corifei; così come a chi si spende per l’accoglienza e la solidarietà, ai giovani (alcuni alunni miei, di cui vado fiero) che nei quartieri più disagiati offrono impegno, servizi, soccorso, amore.

Isole felici e porti franchi in un mondo desolato e desolante, scristianizzato. All’indomani dell’ultima guerra “mondiale”, dei suoi disastri e delle sue macerie, Elio Vittorini così scriveva nell’editoriale del primo numero del “Politecnico”: «E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua, e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato mutamenti quasi solo nell’intelletto degli uomini, che ha generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai, rigenerato, dentro alla possibilità di fare, anche l’uomo».

Rigenerare l’Uomo. Unica praticabile utopia, tanto più giusta perché impossibile e impensabile agli occhi e secondo le logiche del mondo corrente, dominato dagli egoismi e dall’odio, più lontano che mai dalla Parola del Nazareno.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 13 aprile 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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